Resta lì
Ti ho messo lì, come un ammennicolo
e osservo il tuo labbro stretto muoversi
con la ferocia gentile dei tiranni.
Cosa tu sia in realtà non appassiona
il mio guardaroba,
le congetture venno e vangono, come onde del mare.
Ed io dissanguo in questa estate tremenda, ancora,
sul sudario sporco di sangue del mio bambino non nato,
sugli epitaffi delle secche che bucano la retina.
E tutto il divenire non è che un vasto, immenso gelo,
di bambini non nati e ossa di donna
gementi nelle stanze di Barbablù.
Vuoi la poesia romantica? Vuoli la rondinella
che vola verso te a venerarti il c.?
Non scordarlo: io ti ho messo lì,
come un trofeo di guerra, una guerra che accendo
a piacimento a seconda delle fluttuazioni delle maree
delle congiunzioni astrali e di distrazioni
proficue al piacere.
E visto che se lì, immobile, inerme,
come Prometeo che non ha mai dato il fuoco,
come Prometeo che non riesce a prendere fuoco
e teme la fiamma come il diavolo che non c'è.
Siccome, quindi, prenderò un cotton fioc
per ripulire i cieli troppo bianchi,
per lasciare la sabbia pulita alla bambina gialla
che non corre più con le scarpe troppo larghe di un padre
estinto di un fratello estinto, di tutti i maschi che cadono
perchè non sanno cadere e hanno il moccio,
quasi sempre.
Non è un insulto, è che mi serve questo teatro d'assedio
per guarire il livido dell'attaccatura tra il ramo e il tronco,
per guarire i silenzi sparsi come i capelli o graffi sulla tela,
o tutte le domande gialle che fuoriuscirono, traboccando
in un'incontinenza di senso che lasciava attoniti gli spettatori
sul palco di uno squallore consolidato.
E ora mettimi il laccio emostatico, analizza il mio sangue,
fammi una visita ad hoc. Ti dico non occorrerà,
perchè sono io la prima a contemplare la mia decomposizione
con l'occhio clinico che ruggisce sulle mura anemiche del niente.
So che l'occhio può far sorgere il colore dalla cenere,
il calore che ho fatto con la mia eresia.
Sono io Prometeo.
Tu, resta lì.
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