Lontana dal tempo dell'eresia,
camminavo sul filo della musica nascosta
come tra vertigini d'albe.
Cercavo il giorno
fuori dalla voliera.
Fedele alle vergogne e ai segreti,
restavo,
ammusonita tra sbadigli di cemento,
olimpi di sogni non miei.
Lasciavo sfilare gli avi
sulle mie gracili spalle di bambina,
attorti dalla fatica del vivere,
da consacrate fedeltà a calici
troppo amari.
Chiamavo - a torto - casa
uno stagno di apnee e risa trattenute
e forsennata, un giorno, mi lanciai
in bicicletta sul pietrisco.
Era per quell'idea,
ciclopica avidità
per quel destino chiamato felicità.
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