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Nel fruscio feroce degli ulivi

Poesia

Angela Caccia (Biografia)
Fara Editore

Recensione di Marco Furia
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Pubblicato il 18/10/2013 12:00:00

 

Un fruscio feroce?

 

“Nel fruscio feroce degli ulivi”, ultima fatica poetica di Angela Caccia, è un’elegante raccolta di versi in cui, non proprio a dispetto dell’aggettivo “feroce” (su questo punto tornerò alla fine), la serenità si distingue dalla coscienza.

Strano a dirsi, perché la serenità, di per sé, è uno stato d’animo e, dunque, è coscienza.

Nel caso di Angela, tuttavia, tale stato d’animo sembra quasi staccarsi dal resto, vivere una vita propria fino a divenire oggetto di una poesia incline tanto all’esperienza quanto alla contemplazione.

La coscienza, intanto, pare quasi attendere, nascosta dietro la scrittura: non si vede eppure c’è.

Fuor di metafora, la poetessa non intende, ovviamente, compiere meccaniche (impossibili) separazioni, bensì liberare ulteriori fisionomie.

La vita è biologia, geologia, astronomia, chimica, fisica, geometria, eccetera, è, insomma, un tutto che presenta fattezze definite, distinte.

Chiedersi cosa sia parte e cosa sia intero è porsi un quesito filosofico?

Sì, ma anche poetico.

Incontriamo cadenze leggere e precise in cui la quotidianità, lungi dal risultare banale, è come rischiarata da una luce complice e, nello stesso tempo, autonoma:

“guardo la stanza del mattino

così ariosa

e già arredata di primavera”.

La nostalgia, argomento davvero difficile, viene trattata con una (non comune) spontaneità verbale capace di renderla poeticamente interessante:

“è un film in bianco e nero

l’emozione

già consumata

mi culla ancora

con onde piccole”.

Troviamo, poi, brevi sequenze di versi che sorprendono con equilibrio, poiché riescono a far emergere da un’immagine imprevista un richiamo per nulla estraneo:

“solo al vento

sarà dato scollinare le frontiere?”.

Non manca il tema della lacrima.

“Conservati una lacrima

dalle un posto importante”

è pronuncia in grado di trattare efficacemente un aspetto intimo, creando un’atmosfera sospesa, quasi interrogativa.

Interrogazione alla quale, più avanti, è data risposta:

“C’è qualcosa di virtuoso in una lacrima che sale

e non si piange più”.

Argomenti come la nostalgia e la lacrima potrebbero indurre a pensare a crepuscolarismo di ritorno, ma non è così: l’interiorità, nella raccolta in esame, non è malinconica, poiché consiste in una composta persistenza tendente a oggettivarsi, a offrirsi al lettore con distinte fattezze.

Il tutto si svolge nell’àmbito di una fede religiosa vissuta quale illuminante, affettivo attimo durevole e, di conseguenza, quale sollecitudine nei confronti di un mondo ritenuto degno di attenzione e di cura.

Siffatta fede, pur testimoniata da poesie specifiche ed esplicite, è ovunque diffusa come sentimento di partecipe esserci.

Forse, a ben vedere, quel “fruscio” non è poi così “feroce” o, forse, è un grumo da sciogliere anche per via poetica.

 


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