Pubblicato il 14/11/2010 14:22:25
CLAUSTROFOBIA
Linizio della vicenda che sto per raccontare fu di per s banale, ma lesito fu per me drammatico. Ero andato , un venerd pomeriggio sul tardi, a prelevare un libro dal magazzino della biblioteca dove lavoro come distributore. Senza chiavi, perch le porte dingresso sono state lasciate aperte, entro nel magazzino, prendo una copia del suddetto volume ( lo ricordo ancora: lAsino doro di Apuleio in una pregevole edizione rilegata ) e rapidamente mi appresso alluscita costituita da due porte: una porta a vetri blindata con maniglia interna di sicurezza (antipanico, come la chiamano gli esperti) e un cancello in ferro con sbarre verticali. Chiudo alle mie spalle la prima porta, senza accorgermi che, nel frattempo, il cancello stato chiuso a chiave; faccio per tornare indietro, ma anche la prima porta ha la serratura bloccata. Rimango cos intrappolato in uno spazio angusto di pochissimi metri quadri, molto peggio di un carcerato in una cella di massima sicurezza. Non dispongo di cellulare, strumento con il quale ho sempre avuto un rapporto problematico. Il panico comincia ad attanagliarmi: tardi, la fine della settimana e la biblioteca deserta di personale e di frequentatori che possano udire le mie grida. Mi si prospetta un fine settimana (venerd sera e notte, tutto il sabato giorno in cui nessuno lavora e tutta la domenica) recluso in uno spazio ridottissimo. Sono le sette di sera e, in preda allangoscia, comincio inutilmente a scuotere il ca ncello, invocando a gran voce laiuto di qualcuno. Poco dopo, un fornitore parcheggia un furgone nel cortile antistante, sente le mie urla, si volta perplesso ma non riesce a individuarne la provenienza. Risale sul furgone e riparte a gran velocit, convinto forse di aver avuto unallucinazione acustica. Nel frattempo si sono fatte le otto, smetto di gridare e mi preparo a passare una notte e due interi giorni in quellangusta prigione. Mi sono dimenticato di dire che soffro di claustrofobia, in forma grave e patologica. Questa mia malattia si manifesta con alterazioni della percezione visiva, acustica e talora anche tattile: tutto ci mi conferisce una sensibilit diversa, che mi fa comprendere il senso ultimo delle cose, oltre la realt apparente e gli epifenomeni che costituiscono il mondo in cui vivono le persone normali. Ma il contrasto tra i due mondi, che io continuo ad avvertire anche durante le mie crisi, genera in me angoscia e dissociazione. Per questo motivo gli psichiatri che mi hanno visitato mi raccomandano di evitare gli spazi ristretti e/o privi di sufficiente illuminazione, come ascensori, cabine telefoniche, metropolitane, stanzini, sgabuzzini, sottoscala, gabinetti troppo piccoli o senza finestre, cantine et similia. Mi rassegno e mi adagio sul pavimento in posizione fetale, sperando nellarrivo di qualche guardia notturna che ponga fine al mio incubo. Ma le ore passano e nessuno si fa vedere. Allora, non riuscendo a dormire, comincio a fantasticare, perdendo il contatto col mondo reale e la mia concreta, infelice situazione. Dapprima, mi affiora alla mente il ricordo di una vecchia e intensissima amicizia con una donna, Marisa, allincirca mia coetanea. Lavevo conosciuta in una di quelle feste che si fanno tra amici e colleghi, per festeggiare non rammento quale ricorrenza. Fra di noi era nato un vincolo che non esiterei a definire affettuoso, fatto di letture comuni: compravamo e ci scambiavamo romanzi e racconti di Gide, Camus, Simenon, Kafka, Mann, Pirandello, Moravia, Sciascia, solo per citarne alcuni. La nosta amicizia, che si esprimeva soprattutto in lunghe conversazioni, era intessuta di situazioni letterarie, popolata di personaggi immaginari, alterata da impressioni estetiche. A tal punto che un certo giorno il nostro rapporto si interruppe, poich non riuscivamo pi a distinguere la realt dalla fantasia, ci che avevamo letto da ci che avevamo vissuto, in una confusione di eventi, personaggi, astrazioni romanzesche che non ci consentiva pi di condurre una vita normale. Lei mi attribuiva le intenzioni e i sentimenti di un dato personaggio romanzesco ed io facevo altrettanto, ingenerando sospetti, gelosie, rancori immotivati. Unamicizia insolita, sospesa comera tra invenzione e realt, che per non poteva durare; e infatti non dur pi di tre anni. Il fatto che i personaggi e gli autori di molte nostre letture ci accompagnano per tutta la vita, intrattengono con noi un sommesso colloquio quotidiano, condizionando i nostri sentimenti e le nostre passioni, in poche parole plasmano la nostra personalit. Del resto, chi ha vissuto lesperienza di trascorrere in una biblioteca pubblica (questi grandiosi templi innalzati al culto delle memorie collettive) qualche ora di notte, al buio, senza presenze umane e nel pi assoluto silenzio, sa che i libri emanano strane concrezioni spettrali, come ectoplasmi che, liberati dai loro involucri cartacei , si librano in aria in una luce fluorescente: sono gli autori che rivivono la loro vita anche a distanza di centinaia e migliaia danni, liberandosi dalla loro prigione di carta. Credo che questo fenomeno, chimico e materiale, illustri in modo efficace lidea proustiana che lo scrittore (e, pi in generale, luomo) possa superare il confine labile tra vita e morte, conquistando limmortalit nei neuroni preposti alla memoria dei posteri. Tutto ci avviene per un processo che non ha nulla di metafisico e trascendentale, con buona pace di tutte le teorie sull anima e la sua immortalit. A riprova di quanto detto sopra, devo aggiungere che dallangolo visuale della mia prigione, riuscivo a leggere senza alcuno sforzo attraverso i vetri della porta i titoli dei volumi immersi nelloscurit completa del magazzino: lIliade, lOdissea, lOrlando furioso, Don Chisciotte ( che al di l delle avventure del protagonista un grande libro sui libri e sul potere che essi esercitano sul lettore) e tanti altri titoli, tutti illuminati da una strana fluorescenza; anche questo fatto dimostra quanto sia intensa la vita notturna allinterno di una biblioteca. Tra queste e altre fantasticherie e sensazioni passai la notte del venerd e tutto il sabato. La domenica i miei pensieri si incupirono: ripensai con inquietudine a quel racconto claustrofobico di Edgar Allan Poe Le esequie premature che narra di persone sepolte vive e a quellaltro , ancora pi allucinato, Il gatto nero, storia di unossessione,di un delitto atroce e di un cadavere murato nella parete di una cantina; racconti che avevo letto di sera da ragazzo, precludendomi la possibilit di dormire la notte. Intanto le ossa incominciano a farmi male e il freddo del mese di marzo mi lascia in tutto il corpo una sensazione di umidit e di ipotermia. Inoltre i bisogni fisiologici, stimolati dalla paura, mi hanno lordato indecorosamente i pantaloni. Una cornacchia di dimensioni abnormi mi si avvicina fissandomi da dietro il cancello; i suoi occhi neri si dilatano allinverosimile assumendo unespressione minacciosa. Alla cornacchia si aggiunge un gabbiano ancora pi gigantesco con intenzioni tuttaltro che pacifiche. Senza evocare Gli uccelli di Hitchcock, ho letto da qualche parte che questi sono uccelli rapaci, che si nutrono volentieri anche di carogne e che arrivano ad aggredire luomo, quando hanno sentore di morte. Mi rannicchio il pi lontano possibile dal cancello e aspetto che se ne vadano, attratti da altro genere di cibo. Ancora una giornata di incubi, ancora una notte di sensi alterati, ossessionato sempre di pi dal pensiero della morte imminente. Finalmente il luned mattina, sul presto, si avvicina e apre il cancello laddetto alle pulizie e, vedendomi rannicchiato in un angolo come un cane abbandonato, mi dice: Ehi, che ci fa lei qui?. Io mi avvento su di lui con calci e pugni, urlando come un ossesso: Disgraziato! Assassino! Mi volevi uccidere!. Di quel che accadde subito dopo non ricordo pi nulla, se non il sibilo di una sirena, quattro braccia robuste che mi afferrano e giuro le voci beffarde di Dino Campana e Alda Merini, due poeti che hanno conosciuto lesperienza dellinternamento psichiatrico, che mi sussurrano allorecchio: Ci vediamo presto.
Ho scritto queste brevi note sul lettino di una clinica psichiatrica, dove sono ricoverato da un paio di settimane. Ai bordi del lettino, sufficientemente stretto per abituare il paziente a un sostanziale immobilismo, vi sono ancora gli anelli, vagamente ammonitori, cui venivano agganciate le cinghie di contenzione, oggi proibite dalla legge Basaglia. Quasi ogni giorno una quipe di medici mi ha visitato, posto domande, ascoltato, auscultato, misurato ( anche di notte) la pressione arteriosa, picchiettato col martelletto per saggiare i riflessi, somministrato farmaci e sedativi...Insomma, un autentico supplizio. Come se non bastasse tutto quello che avevo passato. Alla fine sulla mia cartella clinica ho letto il seguente, burocratico, inesorabile verdetto conclusivo: Il paziente affetto da sindrome allucinatoria di origine claustrofobica con spiccate pulsioni aggressive. Il duro referto medico rafforza in me lamara convinzione che lIstituzione psichiatica sia unatrappola, da cui assai difficile venire fuori. Proprio come scriveva Alda Merini. Ieri infine, dopo anni che non si faceva sentire, ho ricevuto linattesa telefonata della mia vecchia amica Marisa. E stata molto affettuosa, mi ha chiesto come mi sentivo, che cure mi facevano, come mi trattavano, poi ha aggiunto quasi sussurrando: In tutti questi anni ho letto molti libri e ogni volta che leggevo un libro pensavo a te; cos li ho messi tutti da parte in uno scaffale della mia libreria perch anche tu li potessi leggere. Mi raccomando, fai presto a guarire. Ti aspetto. Allora, finalmente, ho visto una luce in fondo al tunnel.
Alberto Rizzo
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