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Proust. Frammenti di Immagini

Narrativa

Roberto Peregalli
Bompiani

Recensione di Giorgio Mancinelli
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Pubblicato il 27/06/2014 12:00:00

 

Roberto Peregalli ‘Proust. Frammenti di Immagini’ – Bompiani 2013 Una eloquente e pregiata biographie di Marcel Proust come non si era mai scorsa finora, rivissuta nei luoghi e nelle immagini della Recherche che l’autore del libro ha ricreato, quasi con meticolosità viscontiana, dentro una sceneggiatura scrupolosa, aggirandosi fra oggetti, abiti, cappelli, arredi, carrozze, automobili, orologi che hanno scandito il ‘tempo’ di un’epoca relativamente lontana, il cui stentato riverbero lascia posto alle ombre, ai misfatti, alla superficialità di una società edulcorata e decadente. Luci ed ombre sapientemente dosate e ricreate dall’occhio stesso dell’autore che si propone in veste di fotografo di eccezionale capacità artistica, e che sembrano fare da contrappunto a una scrittura rapida, essenziale, quasi intimista, in cui la vita di Proust è rivissuta nella sua quotidianità, flashback e riflessioni comprese, appunto come per una riduzione filmica le cui immagini in sequenza si offrono per una lettura dinamica coerente alla scrittura stressa. Un operare di non poco conto se si pensa alla selezione in fase di montaggio delle scene di un film. Si potrebbe dissentire sulle scelte fatte di commentare le didascalie alle immagini che, al contrario di quello che si può pensare, fanno da cornice ai ‘frammenti’ tratti dai quaderni dello stesso Proust ma, solo se non conoscessimo il modo ‘impressionistico’ dell’autore della Recherche di prendere i suoi appunti. Per quanto, invece, si può ancor più apprezzare lo sceneggiatore che ha dato vita a una scrittura creativa che toglie di mezzo orpelli letterari e preconcetti morali, lasciando l’autore ‘nudo’, protagonista assoluto di se stesso. Notevole è il rapporto scrittura/immagine lì dove l’autore del libro definisce lo status organizzativo della ‘biographie’ secondo la tesi che egli si impegna a dimostrare nelle pagine che seguono e che si lascia leggere come un romanzo d’appendice, quasi fosse la cronaca o il sequel di qualcosa che sta accadendo sotto gli occhi del lettore. Appunto nella dinamica che solitamente accompagna il lettore del libro e/o chi guarda il film che l’autore, in questo caso Roberto Peregalli in quanto regista, ha inteso fare della propria ‘tesi’ cinematografica. Una lettura certamente impegnativa perché innovativa che certamente accresce l’esperienza del lettore sempre più indirizzato verso le nuove tecniche scrittorie che s’accompagnano alla frequentazione sul web di testi analitici e quantistici che vedono il campo linguistico ridotto all’essenziale quando espresso in chiave minimalista. Sotto un certo aspetto, malgrado l’autore del libro ostenti una verve narrativa letteraria necessaria allo scopo, (si tratta pur sempre di affrontare un monumento della letteratura mondiale), non è avventato qui parlare di quantistica. Ovviamente si sta parlando di pensiero e/o di filosofia ‘quantitista’ legata alla fisica solo a livello concettuale, come possibilità della mente di esistere entro un diversa realtà in grado di influenzare ciò che pensiamo in dipendenza ai messaggi ricevuti (Emoto), e quindi dalle emozioni che sopraggiungono istantanee nel momento stesso della lettura. Quanto dev’essere capitato all’autore del libro che, già infatuato dalla lettura della Recherche, ha elaborato la sovraesposizione del messaggio emozionale alle immagini viste e/o intenzionalmente cercate nel tempo. “Le povere cose che fanno il nostro mondo. Il tempo che si muove e ritorna, lascia traccia. Scrive il nostro destino. il tempo che si perde, nel senso di perdere del tempo (Deleuze), non solo quello perduto. Si deposita negli anfratti dell’esistere, dà luce. Le pieghe del mondo entro cui si trovano le immagini della verità.” – scrive Roberto Peregalli nell’Introduzione che si conferma ‘quantistica’, in ragione di invenzione e utilizzazione relative alla memoria; mentre è ‘minimalista’ nell’essere ‘catalogo ragionato per frammenti di immagini’. Allora ogni superficialità: “dialoghi puramente formali, i riti mondani, il lembo di un vestito, le gocce d’acqua su una foglia, i tetti, le finestre, il mare”, così come “Il sesso, la gelosia, l’amore, l’amicizia (e la sua miseria)” diventano protagonisti di un infinito a se stante, ‘perduto’ nel vuoto cosmico (cioè un pieno) che la filosofia quantistica relativizza come sostanziale. Ecco che “gli eventi macroscopici, come la vita, la morte, la guerra, la storia, sono visti attraverso il microscopio del tempo. È il canto dell’essere. (...) La superficie che sfiora l’abisso.” Tutto questo è nel mondo che Marcel Proust ha re-inventato nella sua costante e interminabile Recherche; tutto quanto ruota ancora oggi intorno alla letteratura e nel nostro quotidiano, seppure con modalità e superficialità diverse. Tuttavia parlare di ‘superficialità’ è scorretto quanto detrattivo, poiché essa è parte integrante del mondo e del modo in cui viviamo la realtà. Perché allora non domandarsi quale è la realtà in cui siamo immersi o piuttosto sommersi? O qual è il modo migliore per non lasciarsi travolgere dalla realtà? Presto detto: la superficialità è la risposta a entrambi gli interrogativi, in ragione che serve a stemperare le necessità e le precarietà che incombono nella vita. In senso figurato, come una sorta di cartina tornasole, decisiva e irrefutabile a conferma della straordinaria capacita di osservazione di Marcel Proust, che se ne serve “per decifrare la materia del mondo, illuminando l’infinitesimale piccolo (..) per guardare dentro l’abisso e trasformandolo nello specchio dell’essere”, quell’abisso che è in lui stesso. Non è forse questa l’essenza della Recherche che il suo autore si trova a percorrere? Sì, sostiene Roberto Peregalli, secondo il quale Marcel Proust “Percorre sentieri non battuti, non segnalati nelle mappe della Storia. Sta ai margini degli eventi epocali, ma li registra con precisione. Il passaggio al nuovo secolo è un cambiamento assoluto, di cui la prima guerra mondiale è solo una conferma.” (...) A una società basata sui riti della rappresentazione si sostituisce un sistema planetario che azzera le differenze sociali e le riposiziona sulla base della ricchezza economica”. Ed ecco la parola che cercavamo per dare adempimento alla tesi concettuale di tutta la Recherche proustiana: ‘rappresentazione ’. Un po’ recita e un po’ spettacolo in quanto performance e raffigurazione di ciò che ‘in realtà’ è percezione emotiva di ‘frammenti di immagini’ che tornano e si compongono in un insieme che è scenico, scenografico, teatrale. In quanto teatro di scrittura è testo, copione, sceneggiatura per un’ennesima rappresentazione di se stessi, di ‘quanti’ si trovano a recitare una parte nel ‘grande teatro del mondo’. “È una ritrascrizione, spogliata della sua sonorità melodica (data dalla sequenza delle parole), ridotta all’osso. Sicuramente un tradimento, una visione parziale, una riduzione in frammenti, lampi, baluginii di quell’architettura immane. (La Recherche) L’idea di immortalare la scena prima che tutto si disfi e si frantumi nel fiume del Tempo. Guardare per un istante un mondo colto nell’attimo del suo essere sospeso, in bilico sul nulla”; dove il mondo si specchia nel suo contrario in bilico tra la realtà e l’irrealtà del momento, e pur sempre fantastica. In Proust tutto ciò appare tra le righe del testo, solamente accennato, ma costituisce il tessuto prezioso di cui è fatta la trama delle sue visioni. (...) Nella sua essenzialità è questa la prima traccia di un film che vorrebbe mostrare queste immagini una di seguito all’altra, lasciando tra le pieghe della loro dissolvenza la possibilità di un’altra lettura, l’impronta di un universo sognato e vissuto, che ha catturato nella sua trama immensa la fragilità della nostra vita”. E certamente, di altra lettura si tratta, in cui l’insolito aderisce perfettamente ad altre aggettivazioni, come raro, curioso, particolare. Ma cosa c’è di così ‘particolare’ in questo libro lo svela la struttura dei capitoli, a cominciare dai luoghi geografici e quotidiani in cui la vita di Marcel Proust trova il suo svolgimento come Parigi, la Senna, il Bois de Boulogne, Balbec, Venezia ecc.; ai personaggi esaminati nei loro risvolti psicologici Swann, Gurmantes, Charlus, Albertine e lo stesso Proust, visti ognuno nel loro entourage di amicizie più o meno altolocate, nelle tipiche défiance nobiliari, nelle loro devianze particolari che hanno portato alla struttura circolare della Recherche con le sue tremila pagine fitte. Fino a quel quarto capitolo dal titolo significativo “Sodoma e Gomorra” in cui l’autore rimette al lettore la sua ‘autentica’ conclusione, convinto che l’umanità stesse andando verso il degrado totale, proprio come era stato per gli abitanti delle due città nominate. La scelta del titolo è probabilmente dovuta alla scelta stessa dei temi ricorrenti in tutta l’opera, e che sono il tempo e la memoria, nonché il frutto di esperienze autobiografiche, con particolare rilevanza al tema della devianza maschile e femminile, come l’omosessualità e il lesbismo. Nel modo stesso che Roberto Peregalli sembra far rilevare senza voler dare necessariamente un giudizio, tra l’altro non richiesto, alle tendenze sessuali dell’autore Marcel Proust, né alimentando il pettegolezzo per il piacere del gossip. Tuttavia il libro è ricco di informazioni in qualche caso anche inedite che l’autore riporta con dissacrante, perché personalissima, voracità di scrittore o, per dirla in senso cinematografico, ingordigia di regista che ambisce di “toccare le corde del nostro sentire e ci invita a riflettere sui falsi miti che invadono sempre più prepotentemente il nostro mondo”. ‘Il resto è silenzio’ – scriveva Shakespeare nella chiusa finale dell’Amleto. “Il resto è tutto ciò che rimane” – sembra voler accennare Roberto Peregalli rifacendo il verso a Marcel Proust, al suo costante cercare ‘e a trovare’ nella superficialità dei sentimenti umani il nocciolo nascosto delle emozioni, fulcro ed essenza di “A la recherche du temps perdu”. Un trovare che la ‘teoria dei quanti’ oggi conferma anteponendola al ‘vuoto’ e a quel ‘nulla’ a cui narratori e poeti hanno rivolto lo sguardo in ricerca dell’assoluto. Roberto Peregalli, milanese, laureato in filosofia. In quanto allievo dell’architetto Renzo Mongiardino, lavora in Italia e all’estero, e firma le scene di alcune opere liriche. Per Bompiani ha pubblicato ‘La corazza ricamata’ (2008); ‘I luoghi e la polvere’ (2010) e ‘L’invenzione del passato’ con Laura Sartori (2011).

 

 


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