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Il canto del desiderio - Song of longing

Poesia

Giusy Frisina (Biografia)
Edarc Edizioni

Recensione di Caterina Bigazzi
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Pubblicato il 30/05/2014 12:00:00

 

Una stretta e feconda correlazione tra poesia e musica e una salda fiducia nel «mistero» dell’ispirazione sono alla base di questa raccolta di Giusy Frisina, dedicata al cantautore Leonard Cohen, «older brother met on the way from the nook of longing».

Come spiega l’autrice nella Prefazione - importante, anzi illuminante per poter comprendere appieno i testi - l’evento scatenante per la nascita di quest’opera è l’«incontro siprituale» con il musicista, avvenuto in occasione del concerto da lui tenuto a Verona nel settembre 2012. Un incontro che è anche, platonicamente, un’ispirazione e una reminiscenza, con la sensazione - che in poesia equivale quasi a una certezza - di un riconoscimento, un qualche misterioso nodo di coincidenze-non-coincidenze, di «sincronicità». Complice la magica atmosfera del palco e della “città degli innamorati”, per Giusy Frisina avviene infatti uno scambio alchemico che è un riconoscere appunto Cohen come un compagno di strada sulla via di una ricerca poetica comune, anche se a distanza, in forte vicinanza filosofica e spirituale, quasi si trattasse di una stessa mente, di un unico fulcro creativo.

Ne scaturisce un interessante connubio tra poesie e testi di canzoni, con testo a fronte, in italiano e in inglese, nel doppio lavoro svolto da Frisina di traduzione, prima, dei propri testi poetici dall’italiano all’inglese, e poi di traduzione in italiano di tre liriche di Leonard Cohen (Take this Waltz, Love Itself, Amen) come omaggio personale al celebre cantautore canadese.

Ci sembra che l’autrice, docente di filosofia, riesca a cogliere a fondo il non semplice sostrato esistenziale e religioso dei testi di Cohen, ebreo e buddista, sviluppandolo in senso filosofico e in particolare platonico (l’amore, la memoria, la profezia, la nostalgia dell’altro...), rendendo attraverso la poesia l’idea di una parola il cui significato resti inscindibile dal suo suono, l’immagine dalla musicalità («la tua pura poesia / musica»). I testi di Giusy Frisina mirano a cogliere la luce ontologica che sta dietro alle cose, al di là della superficie visibile, il “desiderio” inguaribile che le permea, sete appunto inestinguibile di verità, di luce e di bellezza, e che conduce alla ricerca di Dio. Un Dio storico e insieme sincretistico, che può assumere varie facce e manifestarsi in molti modi e momenti restando però sempre uno e sostanzialmente indicibile, the Nameless.

Anche l’evocativo titolo scelto, Canto del desiderio, è giocato sull’ambivalenza del significato, come spiega l’autrice, intraducibile fino in fondo: canto per il desiderio, o il desiderio stesso che canta? Canto come canzone, ma anche come luogo, angolo in cui il desiderio si nasconde, rifugio e consolazione?

Di tutte queste sfumature, rimembranze e suggestioni si compone l’affresco di questo libro, in cui si alternano visione e riflessione, intuizioni e fascinazioni, mito e natura, ricordi autobiografici e geografici e l’osservazione quotidiana della vita. Vi incontriamo un linguaggio liquido e sinuoso che si incarna in immagini ora eteree, concettuali e metafisiche, - «occhio interiore», «pensiero stupito di Sé», «eterno fluire», «veglia ecumenica» ecc. - ora più corpose, concrete, sensuali - gli scenari d’acqua, la festa musicale della Gerusalemme celeste, la bambina che saluta Leonard dalla finestra... solo per citarne alcune. Le pagine più riuscite della raccolta appaiono quei felici momenti in cui l’autrice oltre a seguire gli echi dei testi e del modello musicale tenta strade autonome e originali, percorrendo le quali le due dimensioni si incontrano, conservando però anche il loro drammatico contrasto (come in Canzone dell’amore immaginario, Nata ieri, Come una coccinella o Partenza notturna, ad esempio). Il possibile luogo d’incontro è a sua volta abisso, terra bruciata e insieme alta vertigine vivificante: come nell’immagine biblica del roveto ardente sul monte, dove il Dio innominabile si rivela a Mosè, il quale pure umanamente non può vederlo senza bruciarsene gli occhi. Immagini che generano di continuo nuova conoscenza.

Il libro rivela così una doppia anima, filosofica e sapienziale ma anche intimista e domestica. Sempre riuscendo a parlare d’amore e della forma più alta d’amore possibile - elevata ad arte, a canzone, quell’amore in cui si fa esperienza tragica della vicinanza e insieme della lontananza («così vicino / e irraggiugibile / a due passi d’acrobata, quasi un volo interstellare»).

 


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