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Fiata, fiate, Bembo e la questione della lingua

Argomento: Letteratura

di Salvatore Armando Santoro
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Pubblicato il 21/11/2017 12:26:57

FIATA, FIATE, BEMBO E LA QUESTIONE DELLA LINGUA (1.525)
(Saggio di Salvatore Armando Santoro)

Nel canto X, cerchio VI (quello degli eretici) della Divina Commedia (verso 48 e 50) incontriamo un paio di termini tutt'ora in uso nel linguaggio popolare del Salento: “Fiata”, volta... “fiate”, volte.
Dante adopera questi termini rispondendo a Farinata degli Uberti che l'aveva interpellato con la nota esclamazione (versi 22 e 23)
“O Tosco che per la città del foco
vivo ten vai così parlando onesto”.
Nel corso del colloquio si parla degli avvenimenti di Firenze e delle battaglie sanguinose tra Guelfi e Ghibellini che si svolsero tra il 1248 ed il 1260.
Durante il dialogo Farinata chiede a Dante “chi fur li maggior tui” (cioè i suoi antenati) ed avuto risposta che erano stati suoi “avversi”, (ovvero Ghibellini, mentre lui apparteneva alla fazione Guelfa) risponde (versi 46-47-48):
…..........”Fieramente furo avversi
a me e ai miei primi e a mia parte,
sì che per due fiate li dispersi”.
E Dante replica (versi 49-50):
“S'ei fur cacciati, ei tornar d'ogne parte
….................... l'una e l'altra fiata”
Qualche tempo indietro ho pubblicato alcune note sulla “questione della lingua” sollevate dal vescovo Pietro Bembo (veneziano) che aveva sviluppato ai suoi tempi un ampio ed acceso dibattito culturale sul modello linguistico di riferimento per la composizione dei testi poetici e letterari e nel 1525, nel famoso trattato del Bembo, “Poesie della volgare lingua”, viene fissato il primato della lingua dei grandi scrittori fiorentini trecenteschi Dante, Petrarca e Boccaccio (dette le "tre corone") che diventano punto di congiunzione tra gli autori del passato e del futuro.
Nel trattato vengono proposti i modelli del Petrarca per la lingua poetica e del Boccaccio per la prosa. Dante è svalutato per il suo forte pluristilismo.
Quindi, il toscano trecentesco assurge a lingua ufficiale per eccellenza.
“Nel terzo libro del suo trattato egli redasse una vera e propria grammatica del toscano letterario, fondato essenzialmente sull'uso dei grandi autori trecenteschi: Dante, ma soprattutto Boccaccio e Petrarca, di cui Bembo possedeva tra l'altro l'autografo nel Canzoniere”.
Estrapolando da Wikipedia “La questione si risolse di fatto con l'affermazione del modello bembiano, e quindi con la sanzione della lingua letteraria toscana. Dante venne escluso dal canone degli autori che facevano testo in materia di lingua in quanto il lessico del poeta era più vasto e meno riapplicabile; egli, inoltre, utilizzava vocaboli ora di livello alto ora di livello basso (è noto che nella Divina Commedia compare, ad esempio, la parola "cul")”.
Il fatto che il Bembo avesse ragione è confermato da questi ulteriori due termini (ma penso ce ne saranno molti altri), “FIATA” E “FIATE”, che sono un residuo, anche nella Divina Commedia, del linguaggio iniziale maturato presso la Corte dei Normanni nella prima esperienza della Scuola Siciliana che, logicamente, adoperava anche dei termini che non potevano essere toscani, tant'è che ancora oggi alcuni autori siciliani sostengono che il dialetto siciliano dovrebbe recuperare il suo ruolo di lingua in quanto è stata la prima lingua letteraria adoperata alla corte dei Normanni per il rilancio della letteratura italiana.
Devo annotare che nel 1.594 viene stampato a Venezia un volume etimologico della lingua Toscana (Thesoro della lingva Toscana – stampato “In Venetia” presso Giacomo Antonio Somasco nel 1.594 a cura di Gio Stefano da Montemerlo Gentilhvovmo di Tortona).
Nel volume si trova la parola “fiata” come vocabolo ancora in uso corrente nel 1.594, data di stampa del volume. Quindi, esattamente 70 anni dopo la famosa data sulla “Questione della Lingua”, questo termine veniva ancora usato in Toscana, ma sinceramente, per me che ho sposato una Toscana e che quindi in questa regione ci vivo fin dal 1961 (soprattutto nelle zone di Pistoia e Grosseto) questo termine, fiata, non l'ho mai sentito utilizzare.

Recentemente, a dare fiato a questo discorso, si è levata anche la voce della docente siciliana Concetta Lanza Greco, da poco deceduta che rilancia il discorso del dialetto siciliano inteso come lingua, che si era sviluppato ed imposto, al punto da essere utilizzato dal ceto colto nel regno Normanno, nel corso della esperienza della prima scuola letteraria italiana nata in Sicilia alla corte dei Normanni.
Questi concetti vengono ripresi recentemente anche da Tullio De Mauro, di origini partenopee ma anch'esso da poco deceduto, seguito da Andrea Camilleri, di origini siciliane, che rilanciano per similitudine questi principi nel recente volume “La lingua batte dove il dente duole”, Edizioni Laterza, dove si parla dell'importanza del dialetto come strumento utile di comunicazione orale delle classi popolari ed ambienti.
E' noto che le alterne vicende storiche non solo creano nuovi stati, ma assorbono anche culture precedentemente esistenti e, nel caso della Scuola Siciliana, sappiamo che con la sconfitta dei Normanni e degli Svevi, anche il sistema culturale esistente viene espropriato ed utilizzato dal nuovo potere inglobandolo nell'ingranaggio culturale dei vincitori che poi regnano in territori nuovi e più vasti. E nel corso di questo adeguamento molti termini preesistenti rimangono imprigionati nel nuovo linguaggio colto che lentamente poi si forma.
Nel caso della Divina Commedia, “fiata” e “fiate” dimostrano che il Bembo avesse ragione quando parlava di termini impropri rimasti nel Dolce Stil Nuovo sviluppatosi sulle radici della prima esperienza della Scuola Siciliana, che il Petrarca aveva cercato di bonificare, e nella Commedia, pertanto, la graduatoria di merito dei poeti e scrittori colti (le cosidette tre Corone) da lui stilata mi trova perfettamente concorde.
(Donnas 24.5.2017)

 


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