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Una notte magica [ Magie e cunicoli spaziotemporali ], Aa. Vv.
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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

Le due forme di ascetismo

Argomento: Arte

di Paolo Melandri
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Pubblicato il 28/02/2019 01:22:33

Non è possibile separare un'emozione o uno stato dello spirito dall'immagine che lo suscita e gli dà espressione. Il Mosè di Michelangelo, il Filippo secondo di Velasquez, il color porpora, un crocifisso, chiamano alla vita un'emozione o uno stato d'animo che svanisce con loro perché essi ne sono l'unica espressione possibile, e ciò accade per la ragione che nessuna mente è più preziosa e capace delle immagini che contiene. Lo scrittore immaginativo è diverso dal santo in quanto si identifica – a tal punto da trascurare la propria anima, ahimé! – con l'anima del mondo, e si libera da tutto quel che è impermanente in quell'anima: un asceta non riguardo alle donne e al vino, ma riguardo ai media e ai loro contenuti. Quello che d'altra parte nell'anima del mondo è permanente, le grandi passioni che agitano tutti e in ciascuno possiedono solo la breve vita ricorrente del fiore e del seme, è la rinuncia del santo, che non cerca un'arte eterna, ma la propria eternità. L'artista sta fra il santo e il mondo delle cose impermanenti, e nella misura in cui la sua mente avrà indugiato su ciò che è transitorio nel suo senso, su tutta quella «esperienza contemporanea e sulla discussione dei nostri interessi», vale a dire su ciò che non ritorna mai, come ritornano in ritmi cangianti il desiderio e la speranza, il terrore e la stanchezza, la primavera e l'autunno, quella sua mente diverrà critica, come distinta da quella creativa, e le sue emozioni appassiranno. Egli penserà di meno a quel che vede e più al proprio modo di guardare, ed esprimerà la sua ottica con una selettività e un'enfasi essenzialmente critiche. Il fine dell'arte è l'estasi risvegliata dalla presenza, dinnanzi a una mente sempre mutevole, di quel che è permanente al mondo, o dal ridestarsi di quella stessa mente nello stato d'animo delicatissimo ed esigentissimo che le è abituale quando cerca le cose che permangono e ritornano. C'è un po' di entrambe le forme d'estasi in ogni tempo, ma in questo noi possediamo una quantità esigua dello stesso impulso creativo, della visione divina, e una grande, del sogno del viandante perduto sotto la collina, forse perché tutte le vecchie, semplici cose sono state dipinte o scritte, e riavranno ancora un senso per noi quando una nuova razza o una nuova civiltà ci avranno fatto considerare tutto con un nuovo sguardo.

 

© Paolo Melandri (28. 2. 2019)


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