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Settimana della moda a Brera - Milano

Argomento: Arte

di Giorgio Mancinelli
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Pubblicato il 18/09/2019 06:35:02

SPECIALE SETTIMANA DELLA MODA A BRERA 2019, MILANO — 2019

L'ANNO DI LEONARDO

Leonardo fashion stylist alla corte del Moro.

Costantemente aperta a ogni influenza e grata a ogni ispirazione, la moda ha sempre accettato suggerimenti e accolte nuove tendenze nel suo scorrere lungimirante, ciò per quanto la storia dell’abbigliamento in realtà non sia mai stata scritta per intero o, comunque, ancora non abbia potuto misurarsi con l’evoluzione del ‘costume’ nelle sue accezioni di abbellimento, e perché no di utilità e di praticità, riferite al quotidiano adornarsi. E chissà che non debba ancora passare del tempo prima che una tale storia possa essere scritta.

Acciò ha pensato la Pinacoteca di Brera con questa speciale e ‘immaginifica’ “Settimana della Moda”, l’esposizione dedicata al “Leonardo fashion stylist alla corte del Moro” che inizia oggi 18 Settembre a Milano.

«Forse non tutti sanno che la corte milanese era una capitale della moda, del lusso e dell’arte. Il duca Ludovico il Moro aveva chiamato infatti presso di sé l’architetto e pittore Donato Bramante e soprattutto Leonardo da Vinci che di fatto cambiò per sempre il corso della pittura milanese, influenzando sia allievi diretti che seguaci grazie alla sua pittura sperimentale. Ma alla corte del Moro Leonardo era anche regista di feste celebri come quella del Paradiso del 1491 e addirittura fashion stylist, avendo curato e progettato nei dettagli il costume da torneo del conte Galeazzo Sanseverino.»

Più spesso le ‘Corti’ della Moda tout court hanno dato originali contributi alla trasformazione dell’abbigliamento. Seppure, è indubbio, essa sia da considerarsi un prodotto privilegiato di una società elitaria, in quanto «..fenomeno collettivo che nel modo più immediato ci fornisce la rivelazione che vi è del sociale nei nostri comportamenti» (Stoetzel), e che presenta «una dialettica del conformismo e del cambiamento spiegabile solo sociologicamente» (Barthes); pretesti che permisero a Francesco Alziator (*) di rendere manifesta una prerogativa assoluta della moda: «..per cui la singolarità delle fogge si è sempre distinta in quanto motivo di curiosità e attenzione da parte di studiosi di filologia linguistica, mito, fiaba, narrativa e del folklore.»

La moda dunque vi appare come fenomeno di processi evolutivi tendenzialmente collegabili a questo o a quell’ordine di idee estetiche ‘psicologiche nonché sociologiche ed etnologiche’, che va registrata come tendenza nella continua invenzione ‘fantasiosa e arbitraria’ della quotidianità, per quanto sia entrata a far parte del patrimonio ereditario delle diverse culture dei popoli. Non di meno vanno tenute in conto la manualità artigianale, la merceologia, la chimica e la tecnologia dei tessuti, la sartoria, la progettazione e il design, che trova nell’originalità dell’arte, così come nell’immaginario collettivo, proprie linee ‘poetico-strutturali’, tipiche della cultura elitaria e non di meno popolare. Per quanto è ancora oggi riscontrabile nei musei, nelle raccolte private e quantaltro; ricostruibile attraverso le varie fonti a disposizione, a incominciare dalle Biblioteche Universitarie di molte città italiane.

Non sembri quindi azzardato supporre che la moda, nei fondamentali aspetti che la caratterizzano, è di fatto nata con l’uomo storico, sebbene è con l’avvento della società capitalistica che si fa coincidere l’insorgere di quella specie di ossessione per il nuovo o ‘neomania’ di cui l’abbigliamento rappresenta uno degli aspetti più eclatanti. È interessante ricordare come un altro storico del costume, Jules Quicherat (*), abbia fissato intorno al 1750 i canbiamenti più rilevanti della moda nella prospettiva storica più ampia. La cui evoluzione si è svolta: «..secondo un ordine proprio tendenzialmente autonomo, a conferma di come le ragioni attraverso le quali ogni novità s’impone, siano da ricercarsi sul piano dei significati sociali necessariamente insiti al fenomeno collettivo.»

È a questo punto che al fascino leonardesco, che permea di sé tutta Milano, non sfuggano gli aspetti più nascosti e segreti dell’arte del costume, sollecitando in chi osserva oggi le sue ‘opere’ la curiosità e il mistero intrinseco di alcuni elementi personali talvolta colti nell’intimità degli sguardi, da stimolare le più recondite sollecitazioni di misurata bellezza e immacolata simbiosi fra corpo e abito, concellando quasi gli artifici e le costrizioni dell’arte. Affermazione questa che rende possibile ripercorrere a grandi linee la storia di almeno un secolo di intima ‘fashionable’ eloquenza della moda, quella simbolica e luminosa di ‘essere’, ma anche quella imperfetta e misteriosa del ‘l’apparire’, inscindibili l’una dall’altra, e che pure permette a noi post-moderni, di porci, per così dire, davanti allo specchio coperti del candore della nostra intima nudità, prima di rivelarci all’amore e di lasciarci andare ai turbamenti della sensualità.

«A dettar legge in fatto di moda a Milano è (all’epoca) però la duchessa Beatrice d’Este, sempre impegnata a festeggiare matrimoni, nascite, giostre, ospiti, attorniata dai suoi nobili cortigiani ma anche da artisti, letterati, poeti e musici. Celebre è del resto la sua passione in questo campo: nel solo 1491 si fa confezionare 83 abiti, sotto le sue direttive, in un ideale gara tra regine del gusto, oggi diremmo modaiole o ancor meglio influencers, tra lei e la sorella, quella Isabella d’Este, duchessa di Mantova, che non a caso ospiterà anche lei Leonardo. A loro si devono non per nulla l’invenzione di acconciature e di tante altre innovazioni della moda dell’ultimo Quattrocento. Si narra addirittura che Beatrice sopportò la presenza di Cecilia Gallerani, l’amante ufficiale del marito Ludovico finchè il duca non ebbe la sventatezza di regalare due abiti identici a lei e alla moglie. La celebre dama ritratta da Leonardo ‘con l’ermellino’ fu di conseguenza prontamente cacciata dalla corte sforzesca.»

C’è in questo ritratto così tanta femminilità che improvvisamente, e sotto i nostri occhi attoniti, è recuperata per intero una certa ‘grazia’ dell’essere donna che, in certo qual senso, ci fa ricredere delle ‘mode’ che si sono susseguite nel tempo, tale da sembrare oggi andata perduta. Soprattutto recentemente, allorché la globalizzazione ha portato sulla scena metropolitana qualcosa che di ‘femminilità’ ha davvero poco, anzi niente.
Non di meno «..lo sfarzo e l’eleganza della corte di Ludovico Sforza detto il Moro sono manifeste nell’incidenza politica degli elementi di moda che concorrono all’elaborazione dell’immagine ufficiale destinata a celebrare quel diploma di investitura imperiale, arrivato finalmente nel 1494, che ne riconosceva il potere ducale su Milano, esercitato ufficiosamente ormai da anni. […] Il magnifico guardaroba del Moro ha la caratteristica di essere contraddistinto da una vasta fantasia decorativa di imprese: disegni e motti di famiglia che servono a comunicare il proprio potere e la propria continuità dinastica, ribadendone la legittimità di governo.»

Tuttavia in questo ipotetico viaggio nella moda Leonardo evidenzia una sua particolare chiave di lettura che va oltre le avvenute variazioni del semplice vestire, annotando come il costume sia adatto a tutte le varianti possibili e le molte interpretazioni che di volta in volta si sono succedute fino a noi contemporanei sia in ambito femminile che in quello maschile. Come, ad esempio, che si può essere diverse/i conservando la propria femminilità in concomitanza con quella dei propri partners. Infatti sempre più spesso l'utilizzo e il dichiarato scambio dei ruoli, così come appare sulle pagine dei rotocalchi e ancor più nel cinema, ciò che permette ormai di dire che c’è più motivo di nascondere o mistificare la propria immagine. Non che le donne o gli uomini non conoscessero e frequentassero le piacevolezze delle letterarie “amicizie particolari”, o “pericolose” che dir si voglia. Quelle stesse che Roland Barthes (*) analizza secondo i canoni dello strutturalismo, nel linguaggio usato da un campione di stampa femminile (strumento senza il quale la moda sarebbe ormai inconcepibile) che gli permette di ravvisare nella moda un ‘sistema’ indipendente a tutti gli effetti.

Per quanto a promuovere questo sistema e la sua annessa retorica è ovviamente l’esigenza di trasformare gli oggetti dell’abbigliamento, in beni di consumo originariamente durevoli, in prodotti di rapida usura, alquanto psicologica, così è nel darsi la possibilità di eccepire il superfluo, fare le proprie esperienze, adattarsi alle convenienze concettuali, riconoscersi nella realtà che ci circonda, perché, va detto, la moda è dentro e fuori di noi e ci consegna a quell’effervescenza della modernità in cui, volenti o nolenti, ci conduciamo. O almeno così sembra, ma è vero semmai anche il contrario: la moda contemporanea determina, sia pure a livelli nuovi e diversi, una costrizione tanto più rigorosa quanto meno dichiarata, spinta dalla sua stessa dinamica ad aumentare costantemente l’ampiezza della scelta e ad accelerare i tempi del consumo. Va detto che se un giorno la moda dovesse tornare a rispondere anzitutto ai naturali criteri di protezione, pudore, economicità, non potrebbe non guadagnarne anche in ogni altro senso.

L’importante è mantenere una certa ‘identità nella dignità' che serve alla conservazione della specie, nella continuità che ci vede umani allo stesso modo, con le nostre defiance, i nostri dubbi, la nostra diversità (talvolta negata), pur nella somiglianza e nella similitudine, al di dentro dei mutamenti sociali e delle mode. Mi chiedo se non sembra anche a voi visitatori di Brera di sentire l’effervescenza di quella vanità che fuoriuscire dalle opere leonardesche che si lascia leggere come un’intima promessa d’amore? Di percepire l'effluvio soporoso di una certa corporeità, promessa in sé di un corpoche si svela? Beh, provate di tanto in tanto a chiudere gli occhi per un istante e ben presto il suo profumo presto vi ammalierà.



NOTE:
(*) Francesco Alziator, storico del costume popolare scrisse a fronte de “La collezione Luzzietti”, (libro illustrato De Luca Editore 1963): «Per una storia dell’abbigliamento popolare in Sardegna».

(*) Jules Quicherat ,archeologo e storico francese,"Histoire du costume en France depuis les temps les plus réculés jusqu'à la fin du XVIIIe siècle" (1875).

(*) Roland Barthes, ‘Système de la Mode’- L'intera opera di Roland Barthes è cosparsa di acute osservazioni sui significati sociali dell'abbigliamento e del costume:"Il senso della moda. Forme e significati dell'abbigliamento" - Einaudi 1967.

PINACOTECA DI BRERA
Via Brera, 28
20121 Milano
fax: +39 02 72001140
pin-br@beniculturali.it
Accoglienza al pubblico
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JAMES M. BRADBURNE
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