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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

Hannah Arendt

Argomento: Letteratura

di Nicola Lo Bianco
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Pubblicato il 27/01/2014 13:35:45

HANNAH ARENDT (1906-1975)

Ciò che è accaduto può ritornare

 

Hannah Arendt è l’acuta intelligenza, il pensiero che ci avverte dei devastanti errori nella storia del Novecento, del perché e del come bisogna stare all’erta per evitare la degenerazione politica e morale già sperimentata con il totalitarismo nazista e stalinista.

Nata ad Hannover, in Germania, da una famiglia ebrea benestante, la sua formazione avviene negli anni cruciali, tra la prima e la seconda guerra mondiale, in mezzo a quegli avvenimenti che avrebbero imposto una riflessione meno ottimistica dei presupposti della civiltà europea.

Studiò a Konigsberg, e poi all’università di Marburg, dove teneva cattedra di filosofia il giovane ed intellettualmente affascinante Martin Heidegger, del quale si innamorò, col quale ebbe una relazione sentimentale; quell’ Heidegger che è considerato tra i filosofi più importanti del Novecento.

Vorrebbe iniziare la carriera universitaria, ma l’avvento del nazismo la costringe ad emigrare a Parigi, dove conosce altri grandi intellettuali fuoriusciti, insieme ai quali aiuta i suoi compatrioti ebrei esuli dalla Germania.

L’occupazione di Parigi nel 1940 e le persecuzioni naziste in ogni parte d’Europa, la inducono ad abbandonare anche la Francia ed a rifugiarsi negli Stati Uniti, a New York, insieme al marito, il poeta Heinrich Blucher, ed alla madre.

A New York vive di collaborazioni a giornali e riviste ebraiche, di conferenze e seminari, fino alla pubblicazione nel ’51 de “Le origini del totalitarismo”, l’opera che la rivela come una grande pensatrice e che la pone al centro del dibattito filosofico e politico riguardo al rapporto, nella moderna società di massa, tra l’individuo e lo Stato, tra il cittadino e il potere, tra male e consapevolezza del male, tra colpa e responsabilità.

Pubblica intanto opere che suscitano furiose polemiche, tra le quali “La banalità del male”, sul processo ad Adolf Eichmann, un alto funzionario nazista, imputato a Gerusalemme come organizzatore del trasporto di milioni di ebrei nei campi di sterminio.

Mentre è ancora in piena attività, al centro di interessi e dibattiti intorno alla sua opera, muore improvvisamente d’infarto nella sua casa di New York.

Le origini del totalitarismo”, l’opera in cui condensa la sostanza del suo pensiero, è la ricerca, appassionata e lucida, di quei fattori che hanno reso possibile la formazione dello Stato totalitario:come può accadere che un popolo, nel cuore dell’Europa, dà il suo consenso a un regime  la cui legge suprema, dettata da un solo uomo, è la soppressione di chi e di ciò che si oppone alla sua volontà?Com’è potuto accadere che milioni di uomini hanno accettato, e molti di loro eseguito, ordini che ripugnano se non alla coscienza, certamente al buon senso comune?Com’è possibile, si chiede ancora la Arendt, che persone come noi, “banalmente normali”, “buoni padri di famiglia”, possono farsi strumento di sterminio?trasformarsi in mandanti ed esecutori di genocidi?

Sono interrogativi, a dare uno sguardo in giro per il mondo, che ancora ci riguardano, perché, come dice Primo Levi, sopravvissuto al campo di concentramento di Auschwitz,lo scrittore dell’opera-testamento“I sommersi e i salvati”,  <se comprendere è impossibile, conoscere è necessario perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono essere di nuovo sedotte ed oscurate:anche le nostre>.

Secondo Hannah Arendt, ciò che, tra l’altro, s’è attuato nei regimi totalitari, causa di altre aberrazioni, è un subdolo meccanismo comportamentale che sottrae le varie articolazioni del potere, l’individuo, il gruppo, un intero popolo, al principio di responsabilità.

Accade che si deve rispondere, dar conto di sé, non alla propria coscienza, all’ambiente sociale nel quale si vive, a valori intrinseci alla convivenza umana, ma al capo, alla ideologia che da esso promana e che si accetta come misura e norma del comportamento individuale e collettivo.

La difesa di Eichmann a Gerusalemme, facciamo un esempio per tutti, fu proprio quella di sostenere la non responsabilità delle sue azioni, in quanto, lui dice, obbediva ai capi ed alle leggi allora in vigore.Come dire che il crimine era “normale”, rientrava nelle sue “legali” funzioni:egli, dice Hannah Arendt, <commetteva i suoi crimini in circostanze che quasi gli impediscono di accorgersi o di sentire che agisce male>.

Egli non si “accorgeva”, non “sentiva” che quelle leggi istituzionalizzavano la persecuzione di gente inerme e incolpevole.

Il concetto di responsabilità, questo caposaldo di una qualunque formazione sociale, questo principio e fine dei valori dettati anche dal cristianesimo, in certi strati sociali del nostro paese sembra quasi del tutto smarrito:sembra sia ben accetta l’idea non solo della “giusta” impunità giuridica, ma anche di una sorta di impunità morale preventiva.

Succede che gli uomini al potere, l’Amministrazione e gli organismi pubblici e privati(comprese le TV), rispondono del loro operato solo a se stessi, o tutt’alpiù alle strutture di comando, ma mai alla società civile (tranne nei casi di condiscendente concessione), sulla quale scaricano invece le loro responsabilità.

La società civile, abbandonata a se stessa può far emergere tanto di buono, ma nel complesso diventa “massa” dove <i peggiori hanno perso la paura, e i migliori la speranza>.

Quella, non più politica nel senso di “attività sociale consapevole e responsabile”, si trasforma in pura e semplice gestione del potere.

La Arendt, soffermandosi sui pericoli che corre la democrazia afferma:<…ancora una volta i cittadini non sono ammessi sulla scena pubblica, ancora una volta gli affari di governo sono divenuti privilegio di pochi>.

I primi effetti della irresponsabilità è la violazione sistematica della legge, quella che si definisce “illegalità diffusa”, ed è un dato preoccupante non solo perché produce disgregazione sociale, ma anche perché, come scrive Arendt, <il declino delle nazioni comincia con il venir meno della legalità…la nazione perde la propria capacità di agire politicamente in maniera responsabile…>.

Prende il sopravvento, com’è facile intuire, la malvagità:il comportamento malvagio a poco a poco diventa “normale”, e ad esso, più o meno consapevolmente  ci adeguiamo.

L’ambiente si fa propizio alla spregiudicatezza, alla menzogna sistematica, alla derisione, se non al disprezzo, verso chi non sa o non può arrampicarsi sulle spalle degli altri.

 <Il male,concludiamo con le parole di Hannah Arendt, non possiede né profondità, né dimensione demoniaca, può invadere il mondo intero perché si espande sulla sua superficie come un fungo.Questa è la sua “banalità”.

Solo il bene è profondo e può essere radicale>.

Ho accennato al Vangelo, c’è anche la Costituzione:due baluardi contro la degenerazione morale e la difesa di principi etici e civili inalienabili.

NICOLA LO BIANCO

 

 

 

 

 


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