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ANTOLOGIA PROUSTIANA 2019: UNA NOTTE MAGICA | partecipa
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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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Eleusi

di Paolo Melandri
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Pubblicato il 19/05/2019 13:04:01

Tacquero. Erio provò un senso di vertigine, come quando incomincia il mal di mare. Desiderava che Conero parlasse ancora: troppo gravoso andava facendosi per lui il silenzio. Si sentiva nel fuoco di una lente; aveva l'impressione che i raggi convergessero sul suo diaframma. Lì qualcosa si muoveva – la pressione insistente di un animale dai molti tentacoli che si contorce nella rete.

Anche Irzio e Lunia erano pallidi. Tutto quell'agitarsi – come di folletti – in cortile, quel grattare e raschiare, quello spazzare e battere si fecero ancora più insistenti. In alto, al di sopra della nebbia, doveva esserci in volo uno stormo di uccelli, i cui gridi arrivavano fin sotto – al ritmo di lamentosi presagi, come profetiche sibille che remassero in un mare d'aria.

Poi udirono una musica. Era l'orchestra di bordo su un bastimento che passava in mezzo ai banchi di nebbia? Era una radio accesa in cucina, oppure un juke-box? Era un'allucinazione acustica? Erio non sapeva dirlo con certezza. “Sono disorientato” pensò. Il suo udito era divenuto sensibile come un intreccio di corde che rispondesse prima ancora di essere sollecitato. Si sentiva potentemente chiamato in causa, come se i suoni, per una sorta di predeterminazione, raggiungessero il punto in cui loro sedevano lì tutti insieme, attorniati dall'acqua e dalla nebbia. Era un canto da Re degli Elfi. Un moto vorticoso lo trascinò negli abissi, dove gli venne a mancare il terreno sotto i piedi. Una donna dal volto velato lo attendeva. Con un braccio teso indicava una meta oscura. Ne seguì una danza: l'elemento tenuto a freno. Ma quel bussare si era fatto più sordo, più spaventoso; l'allentarsi della presa non bastava. Non era che un tessere la tela al di sopra degli abissi.

Gemette. Sempre la stessa figura. Non ne sarebbe mai venuto a capo. Le cose cominciavano a caricarsi di energia e ad acquistare vita; sorgevano dagli oggetti, così come sempre gli erano apparsi, assumendo adesso un potere inquisitorio, anzi giudiziario. Era ancora in grado di respingerlo, ma non doveva lasciarsi coinvolgere di più: questo sentiva. Soprattutto non doveva guardare Conero. In modo analogo il bevitore, benché ormai sfiorato dal tirso, conosce il limite entro il quale le cose ancora gli appaiono con il consueto aspetto, e oltre il quale ha paura di spingersi. Ancora un bicchiere, e già varca la soglia di nuovi dominii, si sottomette a un'altra legge.

La melodia in quanto tale non era più percettibile, essendosi dilatata in vibrazioni. Dovevano esistere monadi sonore: quando il tempo si allungava, anzi si arrestava, allora era possibile coglierle. Il cane nel cortile ricominciò a guaire, in tono sommesso e funesto. Durante quell'intervallo di tempo doveva essersi prodotto un mutamento nell'atmosfera. L'ululato era lontanissimo. In esso risuonavano chiaramente la fame, le minacce, la scomparsa del mondo. Non era più una fame materiale. Irzio udì il lungo, eterno lamento, l'alito del nulla. Tese l'orecchio e pensò: «A quale distanza sarà mai? È un lupo mannaro che rovista in mezzo a un cumulo di macerie, lontanissimo». Lo colse un brivido ancora più violento. Era il lupo Ferni che levava il suo grido; la voce veniva da remote lontananze, al di là della Luna, al di là di Sirio. La Via Lattea era la schiuma lasciata dalla sua bava. La Terra vomitava le sue stesse viscere. Si rivelò una spaventosa misura, quella che anche il tempo più limitato, anche la distanza più breve celavano dentro di sé. Le cose gli arrivavano vicinissime. Sentì che si stava aprendo il sipario su una scena dove tutto era possibile. Cercò la mano di Lunia, che era posata accanto a lui sul bracciolo.

 

8.

Conero continuava a tenere lo sguardo fisso su Erio – l'immagine stessa della desolazione. La fisionomia era caduta come una maschera, era cancellata. Si rimaneva costernati vedendo quale brutalità potesse manifestarsi su un viso così fine, così intelligente. Lo strato roccioso irrompeva in mezzo all'humus, il magma tra i vigneti. Nel frattempo un sorriso si delineava sempre più netto sul volto di Conero. Era come una lampada, la cui luce, via via più intensa, si stesse facendo insostenibile.

Sembrava fosse passato un tempo infinito. Ma i rumori contraddicevano quest'impressione, perché fuori qualcuno ancora spazzava l'aia. Potevano essere trascorsi solo pochissimi minuti, durante i quali avevano udito alcuni accordi di musica, i richiami di uno stormo di oche selvatiche, i latrati di un cane. Non c'era stato altro, se non una pausa nella conversazione, e Conero si ricollegò – questa volta in tono interrogativo – al suo primo rilievo.

Lei ne sa di più, non è vero?”.

Tutti si sentirono interpellati, benché la domanda fosse rivolta ad Erio. Questi ne fu colpito come da un'arma di cui avesse sempre ignorato l'esistenza. Una sensazione paragonabile soltanto allo choc, che segue a un attacco al tempo stesso violento e osceno, ma andava ancora più in profondità perché era come gli venissero strappati non solo gli abiti, ma anche lembi di pelle, di quella superficie che egli riteneva indissolubilmente, inseparabilmente unita a sé. Era esausto, dilacerato, e adesso si trovava in mezzo al guado e in balia del vuoto, dopo un incontro che aveva voluto, senza però mostrarsene all'altezza. Sedeva sprofondato nello stallo con le braccia penzoloni, come lo avessero preso all'amo.

Fuori, nel raspare e nel battere, si avvertiva adesso una nota di infinita mestizia. Anche Lunia ed Irzio coglievano questa tonalità. Lunia aveva l'impressione di essere in una grotta, molto al di sotto del terreno coltivato, in ampie sale, dove si udivano lamentosi mormorii. Gocce cadevano a larghi intervalli in vasche invisibili e destavano un suono perfettamente limpido, che riecheggiava nel cristallo di rocca. Quello era il regno delle lacrime; mai lei sarebbe risalita da un mondo così pervaso di tristezza.

Il freddo nella stanza aumentò e, con esso, la percezione delle vuote lontananze, della scomparsa dell'universo, nella quale era inclusa la propria morte, il proprio essere defunti. Avevano paura di guardarsi, perché ormai i segni della decomposizione sui loro volti non si potevano più dissimulare. Come avrebbero voluto nascondere, soffocare di parole, mascherare di smorfie ciò che in quel momento si annunciava!

E adesso era assolutamente chiaro anche quanto stava accadendo fuori. Sentivano qualcuno scavare una fossa, sentivano i becchini calare la cassa. Non potevano più né occultarlo né metterlo in dubbio. Sopraggiungeva, facendosi sempre più vicino, sempre più intimo, ciò da cui immancabilmente si fugge, anche nel caso delle persone più amate. Era il grande, l'ignominioso mistero di questo mondo, l'onta suprema. Essi vedevano arrivare quello che in moltissimi speravano e tenevano nascosto nei loro penetrali, dove la tenebra cresceva a ogni istante. Era il pungolo della carne, e a questa sola risalivano tutti gli altri generi di vergogna.

 

9.

A poco a poco i rumori si fecero più lievi, più ovattati. Il picchiare cessò, la scopa diede ancora gli ultimi colpi, il raschiare divenne più sommesso, più smorzato. L'aia era in ordine, la fossa scavata, il lavoro concluso. Gli operai posarono gli attrezzi.

Che sensazione di benessere! Tutto era silenzio nella torre. Ma il silenzio ormai non era vuoto, non lasciava più spazio alla grande, spaventosa lontananza. Il silenzio era delimitato, era saturo. Le candele avevano un bagliore più soffuso, più dorato. Era lo scintillio che annuncia il concludersi del giorno? O era una nuova luce? Oppure la consapevolezza che ogni fine è anche un inizio? Che senza la fine non è possibile alcun inizio? Regnava un silenzio come fuori dal mondo, in una cella scavata nella valle rocciosa di un pianeta sconosciuto. Lì ci si poteva sentire al sicuro.

Conero non aveva distolto gli occhi da Erio. Ripeté la domanda piegandosi verso di lui:

Lei sa di più, vero?”.

E di nuovo tutti ebbero la sensazione che la domanda riguardasse anche loro. Questa volta la voce aveva un tono suadente, incoraggiante. Alla fine Erio osò guardarlo. Il sorriso continuava a essere terribile – o forse “terribile” non era la parola giusta? Si sentiva come di fronte a un grande capotribù o al capitano di una nave che abbia lasciato l'ultimo porto conosciuto. Lì vigeva ancora l'antica autorità. Era più facile dubitare di una montagna che di quello sguardo.

Tutto poteva accadere ormai. Eppure c'era qualcosa di familiare in quel sorriso ostinato, che quasi bruciava, ma senza perdita di sostanza. Erio provava sempre l'antico timore di chi si sta addentrando in una selva soggetta a divieto di caccia. A quel punto si fece strada in lui qualcosa di nuovo e, al tempo stesso, di ignoto. In questo senso si sentì come messo a parte di un segreto, di una congiura. Doveva esserci un Terzo nella stanza. Senza che lo sapesse, anche sul suo volto si delineò un sorriso, un sorriso che era un'astuta risposta.

In tutti brillava adesso la medesima gaiezza, il cui scintillio era come un riflesso di specchi. Si trasmetteva anche agli oggetti. Il viso di Irzio ricordava una maschera, infiammata dal fulgore degli scudi e delle armi sguainate. Anche Lunia sorrideva. Era arrossita e teneva la testa bassa.

Il lume cominciò a crepitare; un filo azzurro si levava dal bordo del candeliere. Erio lo osservò dapprima sorpreso, poi rapito, come se i suoi occhi possedessero una nuova forza. Forza, grazie alla quale si rivelavano i giochi di quel fumo dall'aroma di miele, che si levava su uno stelo esile per poi ramificarsi in delicate fronde. Era come se, a crearlo, fosse stata la sua immaginazione – un pallido fantasma di giglio di mare negli abissi che palpitavano appena al frangersi delle onde. Il tempo operava in quella figura – vi aveva impresso delle scanalature, l'aveva fatta girare vorticosamente e l'aveva attorcigliata, quasi fossero state messe in fretta, l'una sopra l'altra, monete immaginarie. La molteplicità dello spazio si rivelava nell'ordito delle fibre, nelle innervature che a dismisura intessevano il filo e si dispiegavano verso l'alto.

 

© Paolo Melandri (19. 5. 2019)


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