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Una notte magica [ Magie e cunicoli spaziotemporali ], Aa. Vv.
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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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Primo amore

di Paolo Melandri
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Pubblicato il 12/07/2019 11:27:59

Primo amore

 

A una svolta del sentiero, appena passato il cimitero di Santa Lucia, mi appaiono i cipressi delle Sacca. Sono anni e anni che non torno a salutarli. Mi sento, con orrore, tornare bambino, e a poco a poco, senza accorgermene, affretto il passo, quasi fuggendo incontro a loro. Entro così nella selva di cipressi che dalla villa dei Da Filicaia si stende fino a quella dei Fossombroni, e, a mano a mano che penetro nell'ombra odorosa di resina amara, mi nasce nel cuore una tristezza vile.

Non appena mi volto e mi rivedo bambino, laggiù, in fondo agli anni tristi dell'infanzia, mi prende un senso di sgomento e di umiliazione. Ho paura e ribrezzo di me bambino. Di me uomo ho confidenza. Conosco i miei segreti, la mia forza, le zone oscure e le zone luminose del mio spirito, quel che c'è di già morto in me, di ancora vivo. So come deludermi, come rifiutarmi. Ma di me bambino che cosa conosco? Uno spettro dolente. Nella vita di ogni uomo non c'è nulla di più segreto e di più misterioso dell'innocenza e della castità dell'infanzia. Quel che di impuro affiora ogni tanto nei nostri gesti, nei nostri pensieri, nei nostri sentimenti, ci viene da quell'età torbida e infelice. Dentro ogni uomo c'è un bambino morto: un groviglio di paure, di istinti, di sentimenti corrotti, disfatti. Chiudo gli occhi, e mi rivedo ragazzo camminare per questi poggi, sotto questi cipressi e questi olivi, e i grilli scricchiolano all'orlo dei prati, le cicale cantano aggrappate alla scorza nera e rugosa delle viti, le serpi strisciano fra i sassi, e viene dagli Abatoni, dalla fabbrica dei Franchi, l'ansito di un motore, il rantolo di una bestia in agonia. Eccolo lì, davanti a me, il bambino che ero. Mi vedo fermarmi ad ascoltare lo scricchiolio dei grilli, il canto funebre delle cicale, curvarmi a frugare tra l'erba rossa e turchina, cogliere i fiori gialli delle ginestre, scovare i granchi di sotto le pietre immerse nell'acqua limpida e fredda. Mi guardo intorno, nulla è mutato, i pagliai ronzano come alveari, il sole al tramonto si riflette roseo nel lastrico grigio delle aie, nelle foglie argentee degli olivi, già le prime ombre della sera salgono lentamente dalla valle del Bisenzio, su per i fianchi nudi dello Spezzavento, con moto ambiguo di ragni, gli uccelli volano bassi, un morbido sonno cade dal cielo.

Son vissuto per tanti anni prigioniero fra questi monti, questi alberi, dentro questo orizzonte troppo breve per la mia ansia infantile, che l'antico furore mi scuote, l'antico odio. Mi risento all'improvviso umiliato dal ricordo di quella prima schiavitù. Ho vergogna di essere stato un bambino. Vorrei, con un gesto, liberarmi del bambino morto che è in me, con quello stesso gesto col quale mi liberai, allora, dell'essere misterioso che già cominciava a formarsi nel fondo della mia coscienza. Fu proprio lì, sotto quei cipressi, fra quei cespugli di ginestre dove biancheggiano come un cielo stellato i fiori di cicuta. Era la figlia di un carrettiere di Santa Lucia, una ragazza dai capelli rossi, un'enorme testa ricciuta, una fronte bianca sparsa di lentiggini gialle. Distesa sull'erba, dormiva. Sulle prime non mi ero accorto della sua presenza, camminavo respirando l'aria densa di resina, quella polvere verde che si alza dai boschi al tramonto. Erano gli ultimi giorni di primavera, la terra mandava un soffio caldo, un alito di mucca malata. Il cielo appariva tutto incrinato, come un antico specchio sbiadito, gli alberi e i monti vi si riflettevano capovolti, come in un lago. I cipressi nel vento mandavano un suono strano, le foglie degli ulivi urtandosi facevano un tintinnio di conchiglie.

La ragazza mi apparve all'improvviso supina nell'erba, le mani incrociate sotto la nuca. Il viso era chiuso, inespressivo, lontano. Era un sonno vuoto di sogni, una specie di estasi pigra e incosciente. Si era tolta la leggera camicetta di cotone, le braccia nude affondavano morbide nell'erba di un verde lucido. Di sotto le ascelle spuntavano due ciuffi di peli rossi. Un odore acre e violento di sudore mi bruciava le narici. Respiravo con fatica, il sangue mi batteva nelle tempie con un tonfo che pareva un urlo. Quella chioma rossa, quella fronte bianca illuminata di lentiggini gialle, mi avevano sempre dato uno stordimento febbrile. La vedevo passare tutte le sere davanti al cancello della nostra villa, prendere su per la viottola che sale al poggio delle Sacca, camminare con quella sua andatura pigra e amorosa. Una sensualità già matura si sprigionava dal suo seno ancora acerbo, dai fianchi lisci, dalle spalle larghe e ossute. La seguivo con gli occhi per un lungo tratto, una strana inquietudine mi faceva tremare il cuore. Era un dolce terrore, una tenerezza timida e spaurita. I contadini e i barrocciai le rivolgevano sottovoce parole misteriose con un furbesco atteggiare del viso, un sospettoso ammiccare degli occhi. Mi sentivo attirato da lei, spinto verso di lei da un'oscura forza, alla quale tentavo resistere con una sorta di spavento.

Quella stessa forza da cui mi ero sentito attirato la prima volta che avevo visto un morto, nella cappella mortuaria del cimitero di Santa Lucia. Era una contadina ancora giovane, tutti le portavano fiori, la bara scoperchiata era piena di fronde di ginestra. Ero entrato in punta di piedi, non osavo avvicinarmi alla bara, eppure una strana forza mi spingeva verso la morta, camminavo a piccoli passi, tutto curvo in avanti, ansando, in un silenzio gelido e vuoto. Tutti mi fissavano in viso, e io mi accorgevo di ogni mio gesto, di ogni mio passo, mi pareva di vedermi in uno specchio appannato, avevo paura e curiosità di quel che facevo, avrei voluto fermarmi, tornare indietro, ma non potevo, un avido spavento mi spingeva innanzi. Era come se la morta mi chiamasse per nome, a voce bassa, muovendo appena le labbra bianche, guardandomi di sotto le ciglia socchiuse, perfino nel gesto delle mani incrociate sul petto c'era come un richiamo, un invito. A un tratto allungai con violenza la mano verso quel viso di cera, come per colpirlo, e qualcuno in quell'istante mi afferrò il braccio, udii un grido, il mio grido, voci concitate intorno a me, un rumore di passi, mi trovai fuori all'aperto, disteso per terra, tutto tremante e piangente.

La ragazza dormiva, il vento le aveva rialzato la sottana fin sopra il ginocchio, e appariva la carne rosea e ferma della coscia, sparsa di una lucente peluria color rame. Mi rivedo nascosto dietro un cespuglio, curvo, ansante, gli occhi opachi e fissi. Ho paura e ribrezzo di quel ragazzo, sento che la vista della donna addormentata gli accende nelle vene un'ansia crudele, un furore lucido e preciso. Mi accorgo che una forza irresistibile sta per vincerlo, una violenza calda e rossa, un istinto di rivolta e di liberazione. O il primo istinto del delitto. Mi guardo intorno: il luogo è deserto, lo stesso luogo, la stessa ora. Sono solo, solo davanti a quel ragazzo che ero, di cui ho vergogna e paura. Vorrei corrergli incontro, trascinarlo via con me, prima che possa compiere il gesto che già vedo incidersi nell'aria dura e lucente. Quel gesto di cui all'improvviso mi assale l'orrore antico: ma un orrore che ha in sé ancora un'ombra di orgoglio, di pudore ferito.

A un tratto vedo il ragazzo curvarsi, afferrare un sasso, scagliarlo con tutte le sue forze contro la donna addormentata. Il sasso la coglie in mezzo alla fronte, la donna si solleva di colpo sui gomiti, un urlo le rompe la bocca, un rivo di sangue le inonda il viso. Il ragazzo rimane in ginocchio, immobile, per qualche istante, un sorriso stanco e deluso sulle labbra esangui. Poi adagio adagio si allontana, fugge lento e cauto fra le ginestre, si ferma, appoggia la fronte al tronco di un cipresso, un tremito convulso gli scuote le mani.

Il sole intanto è scomparso, l'aria trema intorno alle foglie immote, non soffia alito di vento, ma l'aria trema, i profili dei monti impallidiscono a poco a poco, si sciolgono nella carne viva del cielo. Il ragazzo all'improvviso si volta e mi guarda. Sono io, mi riconosco, sono io quel bambino pallido, dalla fronte ansiosa, dagli occhi opachi e tristi. “Va' via!”, gli grido, curvandomi a roccogliere un sasso. Il ragazzo mi guarda fisso con un'intensa espressione di pietà, e io a poco a poco mi sento umiliato dalla pietà di quel bambino, ho rimorso di avere avuto paura e vergogna di lui, vorrei chiedergli perdono, gli son grato di avermi salvato con quel gesto dall'incubo del delitto, di avermi liberato per sempre da quella misteriosa schiavitù, che fa dell'amore il sentimento più vicino alla speranza e all'umiliazione della morte.

 

© Paolo Melandri (12. 7. 2019)


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