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Una notte magica [ Magie e cunicoli spaziotemporali ], Aa. Vv.
Presentazione il 22 settembre 2019, ore 17 presso il Villaggio Cultura – Pentatonic
 

Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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Sabina

di Paolo Melandri
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Pubblicato il 14/07/2019 00:22:28

La notte mi avvolgeva, una fotografia staccata dalla cornice. La fodera di un mantello lacerata nel mezzo come le due valve di un'ostrica. Il giorno e la notte, scollati, e io cadevo in mezzo, senza sapere su quale strato riposavo, se fosse l'alta, fredda e grigia foglia dell'alba, o l'oscuro strato della notte.

Il viso di Sabina era sospeso nell'oscurità del giardino. Dagli occhi un vento di simun raggrinziva le foglie e sollevava la terra, tutto ciò che prima aveva avuto un andamento verticale girava ora in tondo, attorno al viso, attorno al suo viso. Lei contemplava con uno sguardo antico i pesanti secoli rigogliosi tremolare in profonde processioni. Dalla sua pelle di madreperla si levavano spirali di profumo, come incenso. Ogni suo gesto accelerava il ritmo del sangue e risvegliava un canto ritmico che era il suono dei suoi piedi che calpestavano, nel sangue, l'impronta del suo volto.

Una voce che aveva attraversato i secoli, così profonda da spezzare ciò che toccava, così profonda da farmi temere che avrebbe risonato eternamente dentro di me, una voce scolorita dal suono delle imprecazioni e dalle grida rauche che scaturiscono dal delta nel parossismo estremo dell'orgasmo.

Il mantello nero pendeva come capelli neri dalle sue spalle, per metà drappeggiato e per metà fluttuante attorno al suo corpo. Il tessuto del suo abito si muoveva sempre un momento prima che lei si muovesse, quasi consapevole dei suoi impulsi, e ondeggiava ancora a lungo dopo che lei si era arrestata, come onde che rifluiscono verso il mare. Le maniche scivolavano giù come un sospiro e la bordura della veste danzava intorno ai suoi piedi.

Come foglie che cadono le sue parole, come vetri dipinti le gradazioni del suo umore, la raucedine nella sua voce, il fumo nella sua bocca, il suo respiro sul mio sguardo come respiro umano che offuschi uno specchio.

Chiacchiere, chiacchiericci, frasi lasciate a mezzo, astrazioni, campanelli cinesi suonati con bastoncini ricoperti di ovatta, falsi fiori di arancio dipinti su porcellana. I soffocati, segreti chiacchiericci di donne dal tenero corpo. Gli uomini che ha abbracciato, e le donne, si confondono nella risonanza della mia memoria. Suono dentro suono, scena dentro scena, donna dentro donna – come un acido che riveli una scrittura invisibile. Una donna dentro l'altra, alla fine, in una processione che si spinge lontano, che frantuma la mia mente in quarti di tono che nessun direttore d'orchestra potrà mai più ricomporre.

La maschera luminosa del suo volto, cereo, immobile, dagli occhi come sentinelle. Fissa il mio incedere sibaritico, e io il sibilare della sua lingua. Affondate l'una nell'altra volgemmo altrove i nostri occhi da puttana. A Bisanzio era un idolo, un idolo che danzava a gambe larghe, e io scrivevo con polline e miele. Con parole di bronzo ho inciso nel cervello degli uomini il tenero segreto abbandono di donna, ho tatuato sui loro occhi quell'immagine. Li consumava la febbre dei loro visceri, l'indissolubile veleno delle leggende. Se il torrente era incapace di inghiottirli, oppure se riuscivano a trarsi in salvo, io ossessionavo la loro memoria con racconti che volevano dimenticare. Tutto ciò che è rapido o maligno in una donna può essere distrutto spietatamente, ma chi può distruggere l'illusione con cui mettevo lei a giacere ogni notte? Vivevamo a Bisanzio. Sabina e io, fino a che i nostri cuori sanguinarono dalle pietre preziose che portavamo sulla fronte, fino a che i nostri corpi furono sopraffatti dal peso dei broccati e le narici arse dal fumigare dei profumi; e quando fummo passate in altri secoli, ci racchiusero in cornici di rame. Gli uomini l'hanno sempre riconosciuta: lo stesso viso splendente, la stessa voce arrochita. E noi due ci riconoscemmo l'un l'altra: io il suo viso e lei la mia leggenda.

Mi mise al polso un braccialetto piatto di acciaio e il polso cominciò a battere come lei voleva, perdendo il suo ritmo umano, pulsando quasi in un selvaggio parossisimo orgiastico. Il lamento dei flauti, il doppio canto del vento attraverso le nostre ossa ci rammentava a distanza quando, sui letti di piuma, il culto che ispiravamo diventava lussuria.

Camminavamo mentre razzi scoppiavano dai lampioni delle strade, inghiottivamo la strada asfaltata con un ruggito da giungla e le case con i loro occhi chiusi e le ciglia di geranio; inghiottivamo i pali telegrafici vibranti di messaggi, inghiottivamo i gatti randagi, alberi, colline, siepi, il sorriso labirintico di Sabina sul buco della serratura. La porta cigolava, si apriva. Il suo sorriso si chiudeva. Un usignolo sfogliava un caprifoglio di miele. Nutrito di miele. Dita di flauto. La casa spalancava il cancello verde, e ci inghiottiva. Il letto galleggiava.

 

© Paolo Melandri (13. 7. 2019)


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