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L’isola

di Paola Salzano
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Pubblicato il 01/08/2019 18:29:40

 

 

Nel buio della notte estiva attenuato dal chiarore lunare, la bella signora era distesa sul mare, cullata dallo sciabordio delle onde ed illuminata da un manto di stelle lucenti. Lea, rapita, osservava da lontano quella magia.

Di fronte a sé l’isola di Capri appariva senza un’ombra di foschia, riflettendo nel Golfo di Napoli la propria l’immagine, in cui si distinguevano il volto di una donna ed il suo ventre che emergevano dall'acqua. La nobildonna era stretta nell’abbraccio della sua corte regale: Sorrento, Capo Miseno e le isole di Ischia e Procida, che da sempre la osservavano con un fremito di desiderio.

Dal terrazzino di un hotel sul lungomare, Lea assaporava gli ultimi istanti della vacanza oramai al termine; erano state settimane rigeneranti, avendo fatto scorta di affetti, di cibo (quanto le era mancato quel cibo!) e soprattutto di ossigeno, come definiva lo spirito della città che l’aveva cresciuta. Ogni anno vi faceva ritorno ed era un periodo irrinunciabile: finalmente poteva respirare l’aria mite, ma soprattutto l’ospitalità della sua gente. Era partita anni prima per realizzare il suo sogno, ma le radici le mancavano terribilmente; ovunque andasse era sempre alla ricerca del calore umano che sprigionava quella terra del sud, spesso martoriata e denigrata, cui sentiva ancora di appartenere.

Scrutando l’orizzonte, la donna non riusciva a staccare gli occhi dall’isola, il luogo dove aveva trascorso tanti momenti spensierati, e d’improvviso fu pervasa da un’inaspettata nostalgia. Si rivide bambina quando, terminata la scuola, si imbarcava nei fine settimana con i propri genitori sul traghetto ormeggiato al molo Beverello di Napoli, per trascorrere qualche ora di sole e di mare su quelle celebri spiagge e tornare a casa all’imbrunire con il viso scottato dal sole, ma felice.

Ripensò poi alle giornate passate a Capri da adolescente assieme agli amici, abbigliata con canotta e pantaloncini, mentre assaporava la soddisfazione di sentirsi diva con i capelli mesciati dal sole ed il colorito caramello sulla pelle; sperava magari di far breccia nel cuore di quell’amico troppo timido per dichiararsi in città.

Le piaceva mischiarsi alla folla dei turisti stranieri, che sbarcavano sulla rada di Marina Grande per invadere quel territorio scosceso in tutti gli anfratti. Tra risate e giochi d’acqua, trascorrevano le giornate sulla spiaggia di Marina Piccola, dall’altro lato del porto; lì gli sguardi si perdevano osservando i Faraglioni, scogli giganti da cui, secondo Omero, le Sirene tentarono Ulisse nel viaggio di ritorno verso Itaca. Ricordava ancora il sapore dei gelati alla frutta, gustati al tramonto in piazzetta durante lo struscio di fine giornata, inebriata dagli aromi dei fiori capresi.

Lea si rese conto che ormai erano passati tanti anni da quando, euforica e determinata, era partita lasciando la famiglia. Allora si sentiva ancora una bambina, nonostante avesse già raggiunto l’età adulta; ma fino a quel momento aveva sempre vissuto nel suo bozzolo, senza mai assumersi grandi responsabilità.

Tutt’a un tratto realizzò di somigliare a quell’isola millenaria. Una parte del suo essere infatti riluceva come le spiagge affollate d’agosto o le casette linde, abbarbicate sulle rocce a precipizio; al contempo vi era in lei una parte sommersa, ombrosa, simile alle grotte di Capri, dove spiriti dispettosi attendevano i turisti ignari.

Quante volte era andata a infrangersi contro scogli aguzzi, avendo imparato, lontano da casa, a nuotare disperatamente per scansare solitudini e pregiudizi, temendo spesso di affogare. Nell’esplorare fondali oscuri, non di rado si era imbattuta in temibili creature, ma era sempre riuscita ad intravedere un appiglio, un punto da cui risalire.

La donna si era appisolata sulla sdraio, complice una brezza che le accarezzava dolcemente il viso, smorzando l’afa serale. “Si è fatto tardi Lea… non vieni a dormire?” Dalla stanza d'albergo una voce maschile, in tono assonnato, la invitava a rientrare.

“Arrivo, amore”, rispose appena scossa dal torpore del breve sonno. Quella notte l’isola le aveva ispirato tanti pensieri, forse perché, tornare a casa, rappresentava per Lea un modo per ritrovare se stessa. Ma ora si sentiva grande, pensò, ed era tempo di spiegare le vele, di ripartire, non senza aver salutato la nobile signora, scenario di tanti momenti felici.

“Prima di andare ti chiedo un favore”, le sussurrò in una sorta di dialogo intimo. “Tu che da tempo immemorabile proteggi questo mare ed i suoi figli, se puoi veglia anche su di me, soprattutto da domani, quando sarò ancora una volta lontana”.

Le lucine intermittenti che illuminavano l’isola sembravano ammiccare un cenno di saluto. Lea rientrò in camera, consapevole che lì avrebbe lasciato un pezzo di cuore e che il suo congedo sarebbe stato solo un arrivederci.

 

 

Paola Salzano,  01/08/2019


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