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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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L’orrore di Sant’Antonio

di Davide Stocovaz
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Pubblicato il 03/08/2019 00:42:33

L’uomo si trovò avvolto da un’oscurità palpabile. L’unica oasi di luce presente era il bagliore fioco emesso dalla lanterna che reggeva in mano. La caverna, un antro buio e umido, si spalancava davanti a lui. Da fuori echeggiavano lo scrosciare continuo della pioggia e i boati del cielo. L’uomo, che altri non era se non un prete, avanzò lentamente. Il suo lungo abito talare in lana nera era zuppo d’acqua e frusciava a ogni passo; il bianco collarino a punte sembrava essersi incollato alla veste. Dietro a lui, avanzava una ragazza con indosso ciò che potevano considerarsi degli stracci piuttosto che dei vestiti: i capelli bagnati le stavano incollati alla fronte. A chiudere la fila c’era un secondo prete, più giovane del primo. Tutti e tre reggevano una lanterna ciascuno, che rischiarava i loro volti tesi. Dal buio si alzò uno sgocciolio ritmato e continuo. L’aria si fece più umida, man mano che si inoltravano all’interno. I barlumi delle lanterne rischiararono la porzione di una grossa stalagmite. Alzando lo sguardo, l’uomo poté distinguere delle sagome lunghe e affilate protendersi verso di loro dalla volta oscura. Il prete avanzò ancora, trattenendo il respiro. Passo dopo passo, immergendosi in quel mare di tenebre, ricordò il vociferare che aveva udito qualche settimana addietro: l’oste di una taverna, assieme a quattro carsolini, si erano recati alla stessa grotta e con lo stesso intento di trovare il tesoro nascosto; ma qualcosa, lì dentro, li aveva terrorizzati oltre ogni modo; tornati a casa, esausti e traumatizzati, nel giro di qualche giorno, i quattro carsolini erano misteriosamente passati all’altro mondo; l’oste, dal canto suo, sembrava aver completamente perso il lume della ragione. Il prete ricordò di aver raccontato al giovane i fatti accaduti all’oste e ai quattro carsolini, poi gli aveva raccontato la leggenda che si celava dietro a tutta quella vicenda: in un tempo remoto, il monticello di Sant’Antonio era un’isola, teatro della continuazione di una grande guerra che aveva avuto inizio sulla terraferma; un cavaliere, intento a partire col proprio tesoro, venne colpito da una freccia; caduto al suolo, moribondo, desiderò donare le sue ricchezze a favore dei poveri, pensando di placare l’ira di Dio che lo sovrastava, per punirlo delle ruberie e degli assassinii commessi. Appena il cavaliere esalò l’ultimo respiro, vicino al suo corpo apparvero un angelo sfolgorante di luce e un orribile demonio; il primo sosteneva che, in base al testamento del defunto, il tesoro apparteneva ai poveri e ch’egli era incaricato della distribuzione; l’altro intendeva che quelle ricchezze fossero di sua appartenenza, perché carpite con saccheggi e uccisioni. Dalle parole vennero ai fatti e, dopo una lotta, vinse il demonio. Questi, nella fretta di fuggire, esaltato per la vittoria, correndo, precipitò in una grotta trascinandosi dietro il cassone, che gli si rovesciò addosso rompendogli una gamba. Per questo accidente, non poté proseguire il viaggio fino all’inferno e dovette fermarsi nella grotta, se voleva custodire il tesoro. Il giovane prete aveva ascoltato tutto con molto interesse e, appena l’altro si era dichiarato intenzionato a esplorare la grotta in questione, si era reso subito volontario nel seguirlo. Entrambi erano convinti di avere più coraggio rispetto all’oste e ai suoi compari, e che nulla avrebbe impedito loro di prendere il tesoro se lo avessero trovato. In paese, avevano chiesto alla ragazza, loro conoscente, se fosse stata disposta ad aiutarli per una faccenda importante, poi, al suo assenso, le avevano raccontato sia la vicenda dell’oste, sia la leggenda; sentendo parlare di tesoro nascosto, i suoi occhi, di un azzurro spento, si erano improvvisamente fatti lucenti. I tre avevano atteso la notte più burrascosa per lasciare il paese, sincerandosi così di passare inosservati. E adesso si trovavano nel cuore della caverna, bagnati fino al midollo osseo. La ragazza camminava alle spalle del prete, guardandosi attorno circospetta: anche se aveva accettato la missione per fame di ricchezza, continuava a chiedersi cosa mai potesse aver terrorizzato a morte l’oste e i quattro carsolini; col passare dei minuti, la tensione che le attanagliava il cervello si fece terrificante; la sua fantasia iniziò a creare forme paurose e orripilanti in agguato nelle tenebre, mentre l’oscurità che l’avvolgeva sembrava premere realmente contro il suo corpo. Deglutì un nodo di saliva, continuò ad avanzare. Stavano aggirando un macigno grande quanto una colonna, quando le loro orecchie captarono un fruscio sollevarsi dall’oscurità. E, prima di poter esalare anche il minimo sussurro, due occhi fiammeggianti si fecero loro incontro, accompagnati da un grido acuto, tanto forte da far esplodere i timpani. Il prete vide un enorme rostro acuminato spalancarsi davanti a sé, si gettò di lato, mentre ali gigantesche scuotevano l’aria. La ragazza urlò dal terrore. Il giovane le afferrò una mano, trascinandola a sé. Entrambi, si lanciarono verso l’uscita. Il prete, trovatosi con le spalle contro il macigno, pensò di essere giunto alla fine dei suoi giorni; la creatura era a un passo da lui: celata in gran parte dalle tenebre, sembrava avere una stazza notevole: un muso allungato, coperto da lunghe penne nere, e arti anteriori ben sviluppati, muniti di artigli micidiali. Nel barlume della lanterna, l’uomo vide il rostro aprirsi e, d’istinto, lo colpì con quest’ultima. La creatura gridò, facendo tremare le pareti. L’uomo si gettò verso l’uscita, mentre poté sentire le fauci della creatura schioccare, mordendo il vuoto. Corse con la forza della disperazione e, senza rendersene conto, si ritrovò nella boscaglia. Riuscì a scorgere il giovane e la ragazza in lontananza, che fuggivano urlando. Ognuno raggiunse la propria abitazione e si lasciò crollare sul letto, esausto, con ancora quel grido nelle orecchie. Ognuno dei tre fu subito colto da un denso senso di sonnolenza, la mente pesante, una generica spossatezza che si intensificò col passare delle ore; era come se le ossa dei loro corpi si fossero sciolte in una brodaglia. Non ebbero nemmeno la forza per alzarsi dai loro letti e mangiare qualcosa. Poi arrivò la febbre; i loro cervelli si fecero di fuoco; fitte lancinanti si rincorrevano lungo tutto il loro corpo. E, qualche giorno dopo, i tre esalarono il loro ultimo respiro.

 

 

FINE


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