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Il Ritratto

di cristina capograssi
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Pubblicato il 12/06/2024 23:33:30

Questa foto è una delle tre cose che mi è rimasta di mia nonna. L’anello a forma di rosa, il vecchio ditale da cucito, e la foto.

All’inizio era appesa in soggiorno, ma mia madre non amava vederla in giro. ‹Tienitela accanto questa iena, mi raccomando, sapeva solo strillare›.

Allora ho trovato un posto più defilato, in cucina, ma anche lì ad ogni passaggio, storceva la bocca, finché l’ha detto: ‹Io in casa mia quella belva non ce la voglio›. Così è scivolata nell’armadio delle cose dimenticate, insieme ai giocattoli di mio figlio.

Era un pomeriggio dell’inverno del 1974, uno di quelli in cui ero contenta della pioggia, perché non si usciva, e potevo scendere a curiosare nella cantina della casa di Via Montevideo. La trovo mentre sono in punta di piedi su una scaletta di metallo arrugginito a tre pioli, ed ho le mani dentro una scatola di rame dai bordi alti; una giovane donna dal sorriso appena accennato con i suoi stessi occhi che mi guarda da una foto in bianco e nero. La prendo e corro da lei.

‹Nonna, chi è?›

‹Ma che hai preso? Dov’era finita? Si, sono io. Avevo 22 anni e il vestito era color Azzurro carta da zucchero›.

Mi piace quel suono: azzurrocartadazucchero. Non riesco ad associare il pacco bianco dello zucchero a quel vestito, però mi dà una sensazione di soffice e buono, e sfioro col dito il bordo della giacca sulla carta opaca.

‹Me lo sono cucito da sola per il primo appuntamento con tuo nonno, ma avevo la febbre alta e così non ce l’ho fatta a finirlo, ho dovuto mettere delle spille che mi hanno tormentato per tutto il pomeriggio›.

‹E che avete fatto?›

‹Siamo andati a una festa danzante›

‹Hai ballato?›

‹Il nostro primo ballo. La canzone era Parlami d’amore Mariù›

‹Me la canti?›

Fa cenno di no, poi inizia a bassa voce, con le labbra increspate: Come sei bella, più bella, stasera, Mariù,
Splende un sorriso di stella negli occhi tuoi blu…

Sospira, si blocca e guarda fuori dalla finestra.

‹Avrei fatto meglio a non andarci a quell’appuntamento›.

Dopo aver partorito il terzo figlio, mia nonna è fuggita dalla Puglia per tornare a Roma da suo padre.

So poche cose del marito di mia nonna. So che quando usciva, le chiudeva le scarpe nell’armadio e si portava via la chiave.

So di una cicatrice sulla tempia destra, che copriva ancora con i cappellini neri quando andavamo a messa, e di una forte somiglianza con mio padre, ultimo dei tre figli maschi.

Si guarda le mani e ricomincia a parlare: ‹Prima di incontrarlo ho voluto un ricordo di quel giorno e sono passata a fare il ritratto›.

Dice proprio così, il ritratto.

Mi manca il suono deciso della tua voce, le mani che mi facevano il fiocco al grembiule di scuola, il braccio che sventolavi dalla finestra, fino all’ultimo sguardo dalla via. Quando ero venuta a stare da te, un amore denso e inaspettato era sgorgato dal tuo cuore d’amianto, una ragnatela cisposa che imbavagliava qualunque interferenza. Da lì mi avevi mostrato la tua versione del mondo, che era diventata la mia.

Mentre tengo in grembo la foto, striscia fuori dai bordi ovali della cornice una scena che diventa ricordo.

‹Nonna guarda come sono piccoli›

Siamo nel bagno della grande casa, accanto ai tuoi piedi la scatola di cartone con i gattini appena nati.

‹Ma poi crescono›

Ne prende due, uno per mano. Faccio per toccarli, ma li allontana scuotendo le piccole teste.

Alza la tavoletta del water e li butta dentro. Uno, sciacquone. Due, tre, sciacquone.

Inizio a urlare, ma non sento alcuna voce tra le pareti. Vedo nello specchio la mia bocca spalancata e non riesco a guardare mia nonna, se non nell’immagine riflessa.

‹Ora sono nel mare, staranno meglio›

Immagino quei piccoli esseri muoversi tra le onde, ma poi capisco che non può essere, il mare è troppo lontano da casa.

Corro in giardino a cercare la gatta che miagola tra le foglie. Dopo qualche giorno sparisce anche lei.

Sei di nuovo nella scatola, nonna. Anche oggi ti ho trovata per caso in un giorno di nuvole nere. Il fiocco del grembiule, il braccio che mi saluta dalla finestra, adesso tutto appare corroso dall’acido della memoria.

Da Youtube le note del tuo primo ballo si arrotolano su queste parole, sporcando di rosso la gonna azzurro carta da zucchero.