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Steve n. 47

Rivista

AaVV
Edizioni del Laboratorio

Recensione di Gian Piero Stefanoni
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Pubblicato il 08/12/2017 12:00:00

 

Rivista de "Il laboratorio di poesia", Associazione Culturale di promozione sociale modenese che dal 1979 "opera, senza fini di lucro, per la produzione e la conoscenza della poesia ", anche in questo numero Steve si offre nella nutrita corposità della propria ricerca che già dall'editoriale del direttore Carlo Alberto Sitta si conferma nell'attenzione ai segnali, o per meglio dire al mancato annunciarsi all'interno della scena poetica degli ultimi decenni del secolo scorso di segnali che in qualche modo concretamente annunciassero , introducessero al nuovo in arrivo. Nella scrupolosa analisi Sitta, a fronte di uno stillicidio di autori alla prova dei fatti mancanti nelle promesse alte dei rimandi e dei propositi (e purtroppo poi facenti scuola), impone a un presupposto anti-storico la cancellazione di ogni alterità di scrittura. "Viene da pensare- scrive- che non sia esistito, a chiusura, del Novecento, il male del secolo. Come se l'arte e la poesia avessero pattuito un armistizio con il dolore, individuale e collettivo" (incarnato piuttosto da diversi autori che proprio su Steve negli anni sono stati ricordati- tra gli altri Pasolini, Emilio Villa, Amelia Rosselli, Antonio Delfini). Gli anni ottanta e novanta si denotano allora a suo dire senza aperture a rinnovamenti formali nel mentre di un orizzonte che si preannuncia entro una sostanziale "omogeneità trasversale delle parlate tra l'Italia, l'Europa e i continenti" (ed in cui le stesse voci provenienti da aree lontane vengono "assimilate, fatte in casa e non escono dalla monocultura universale"). Nel perché dell'editoriale dunque è necessario dare un'altra lettura di quegli anni cercando di esprimere più che nomi il timbro, "l'aura" di quell'epoca, anche se poi Sitta un nome, in alcuni titoli esemplari lo dà ed è quello di Giorgio Caproni: i libri Il franco cacciatore e Il conte di Kevenhuller, considerando (a parte qualche plauso di prammatica) ancora oggi le poche sottolineature meritate. Che sono soprattutto nella partitura musicale delle composizioni unite alle centralità delle domande nella "solitudine dell'uomo di fronte a se stesso e al mondo, il vuoto di senso metafisico, il Dio che si assenta sotto gli occhi di chi lo cerca". Andando a concludere Sitta invita ad affrontare seriamente le dinamiche poetiche di quel periodo anche perché "una fine di secolo è tale quando informa il nuovo prima ancora che arrivi". Riflettendo sulla questione nell'intervento a seguire Elio Grasso, dopo aver fatto i nomi dello stesso Sitta e di Alberto Cappi e Nanni Cagnone riguardo i libri su cui il futuro allora sembrava poggiarsi, vede il difetto in certo asettico minimalismo di fronte alla complessità del mondo, in un dettato trascurato e senza interrogazioni quindi e privo di un dialogo con una tradizione poco conosciuta- senza contare tra l'altro anche la mancata crescita di nuove figure critiche di rilievo. Molto interessanti appaiono poi le pagine successive dedicate alla figura dello scrittore e politico croato Vlado Gotovac in occasione dell'uscita nel 2015 nel nostro paese, per le stesse Edizioni del laboratorio, del volume di aforismi Peste stellare/Poetica dell'anima (per la cura di Mladen Machiedo) in cui sono raccolti e antologizzati frammenti poetici di oltre quarant'anni. Un autore e una figura (perseguitata e incarcerata sotto Tito e- seppur riabilitata poi- accusata di tradimento dalla stessa Zagabria) ancora non conosciuta a dovere in ambito europeo e che Tonko Maroevic (richiamando ed evidenziando i caratteri di autorevolezza di autore e uomo "nell'apologia della libertà e nell'affermazione dell'unicità e particolarità dell'esistente") e Chiara Martinoli invece aiutano a comprendere meglio. Il quadro che ci viene presentato è quello del "valore autenticamente europeo" del suo messaggio -nel riavvicinamento nel divario tra est ed ovest europeo anche (lui nato in Croazia e morto a Roma)- entro un'opera che in realtà non parla solo della propria vicenda personale ma va a racchiudere " nel suo mondo di parole e pensieri l'intero arco di un cinquantennio di storia" ed in cui il mito del pensatore recluso, insieme vittima politica ed eroe di un mito sovrannazionale, lo avvicina a figure molto simili alle nostre come Pelllico e Gramsci (la Martinoli). Maroevic inoltre sottolineando nell'opera di traduzione di Machiedo la gratitudine verso Gotovac per l' attivismo etico e civile (il "coraggio nel subire la violenza del potere", la "tolleranza e comprensione indispensabili nel periodo del dopoguerra") evidenzia di Gotovac il caso stesso all'interno degli scrittori dell'est europeo condannati alla reclusione. La poca conoscenza internazionale del suo lavoro sta infatti anche nel limite autoimposto del frammento, del motto, della sentenza di contro alle analisi metodiche del terrore statale o testimonianze del martirio di altri. Esatto compendio è anche l'intervento di Alessandra Paganardi sul testo nella relazione con il lavoro d'aforismi di Cesare Viviani rilevando una certa vicinanza- seppur nelle distanze non solo geografiche che li dividono- nel senso del limite. Che in loro si incontra "nel comune confronto con l'irriducibile" ed in cui una sostanziale rinuncia a sé, nel viaggio, può dar senso al viaggio stesso in un esperienza della poesia allora come esperienza della parola salvata nel cruna e nel racconto di questo limite. Seguono nelle altre sezioni della rivista una nota di lettura di Fosca Massucco al libro di versi di Angelo Maugeri Prove di impaginazione (Nuova Editrice Magenta, 2015) e del direttore una cronistoria, a partire dalla formazione, di Gian Pio Torricelli con l'aggiunta di alcune fotografie e tre testi poetici dell'artista e poeta modenese (membro del gruppo 63). Ricca poi, soprattutto, la serie di poesie presentate con brani di Mario Moroni, Miria Baccolini, Fosca Massucco, Laura Accerboni, della stessa Alessandra Paganardi e soprattutto, curiosamente, restando alla stretta attualità, di due autori catalani, Ramon Farrés e Cinta Massip (entrambi nella traduzione dal catalano di Antonello Borra). Del primo ricordiamo l'andamento sensuale e corposo del timbro, della seconda soprattutto la fulminante brevità di testi nella tensione degli avvicinamenti ("M'ancoro nei tuoi occhi/ e m'abbarbico, solo voce,/nel cerchio preciso/ del tuo sguardo"). Ed ancora- in versione d'autore- di Antonello Borra, di Mario Morone, di Giorgio Terrone e del croato Ante Stamac (nella traduzione di Mladen Machiedo) con scelte dall'intenso ciclo Tardiva stagione, sussurro di foglie cadute in cui la musicalità del verso ben si sposa con le materiche dissolvenze del pensiero. Quattro invece sono le recensioni ad opera di Sitta. Lacerti (GuaraldiLb 2015) di Miria Baccolini, Frammenti sparsi (Giuliano Ladolfi editore 2015) di Giusto Truglia, Al buio dei nodi anfratti (Book editore 2015) di Nina Nasilli e dell'attivissimo Borra Alphabetiere-alfabestiario (Ken Verlag 2015), versione bilingue italo-tedesca del "bestiario" uscito nel 2009 per Lietocolle (nel lavoro a doppie mani con la moglie Adriana Hosle) in cui sfilano animali più disparati tra ricchezza di simbologie culturali e loro presa di parola. Nel mezzo intanto un ricco scritto in inglese di Sitta dedicato alla rivista canadese Gronk corredato da numerose e interessanti foto di Alessandro Fornilli ("Carta straccia: l'epopea al ciclostile di Gronk"). Ed infine la sezione "Cronaca" che va a chiudere il numero con notizie sugli autori presentati.

 


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