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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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Paideia n. 40-41

Rivista

Aa. Vv.
Centro Culturale Paideia e.f.c.

Recensione di Gian Piero Stefanoni
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Pubblicato il 15/06/2018 12:00:00

 

Più che ricco e interessante, come sempre, anche quest'ultimo numero di Paideia, rivista, o come sottolineato, quaderno di poesia diretto con sapienza e rigore da Francesco De Napoli ormai da quasi vent'anni. Numerosi gli omaggi e letture critiche a figure e testi autorevoli riportati alla luce dell'arco di un'intera produzione. Apre l'attenzione dello stesso De Napoli all'antologia A parole- in immagini (Edizioni Gazebo, 2008) in cui è raccolto il percorso letterario di Mariella Bettarini. Oltre ad analizzarne l'evoluzione e il racconto testo per testo, dagli esordi de Il pudore all'effondersi al Trialogo con la cara Maleti e Giovanni Savino e gli ultimi inediti, De Napoli si preoccupa di ricordarne la fortuna critica (Dario Bellezza, Mario Luzi, Franco Fortini, Roberto Roversi fra gli altri) e la singolare posizione di autrice sempre entro una "poliedricità di scrittura e di temi- della storia, dal basso", mai banale nel dissidio "tra l'inefficacia- forse, l'impotenza- del discorso poetico da una parte e l'omologazione culturale e socio-antropologica" (che ebbe non a caso ad avvicinarla nei riferimenti delle interrogazioni a Pasolini) e secondo "una ricerca stilistica e concettuale incessante ma ben misurata- per quanto scossa dal rovello del dubbio filosofico-, appassionata e totale". A seguire l'appassionante e intenso saggio di Giuseppe Panella "Letteratura come memoria. La tecnica dello svelamento" in cui viene ricordato il compito della letteratura nel trasformare in sogni il bene della memoria (facendola così durare nelle sue isole in ciò che resterà) "come la forma indispensabile della nostra vita". L'analisi allora parte dalla Toscana del trecento nel magistero di testi quali La Divina Commedia, il Canzoniere, il Decameron nel loro porsi a"straordinari esercizi filosofici di memoria". La grande opera di Dante è il riuscito tentativo "di ricordare in unico viaggio simbolico la storia, la struttura e il pensiero dell'umanità- passata, presente e futura" (restando la memoria però argomento principe di tutta la produzione dantesca); anche il Canzoniere del Petrarca è un libro della memoria (di Laura, del passato, della poesia) ma a dispetto della filosofia dantesca del ritorno senza "istanza di salvazione" rappresentando il liber memoriae della poesia lirica italiana tentando "di trasformare in scrittura poetica la filosofia di Sant'Agostino", lo "scavo interiore come scelta prospettica esistenziale " nella "ricerca di una soluzione ai problemi della soggettività umana"; per quanto riguarda Boccaccio, infine, Panella parla di teatro della memoria che "si fa filosofia della vita e dei rapporti sociali " basata sulla lezione del passato per una giusta condotta nel presente. Nella seconda parte invece viene ricordato della scrittura il carattere di strumento per "scoprire che cosa rappresenta in realtà il mondo che in un'opera letteraria viene messo in scena, qual è il segreto che nasconde, quale verità essa veicola e pro-duce" sottolineando inoltre come "lo svelamento della natura della realtà raccontata è, a sua volta, il segreto rivelato della volontà di chi scrive" giacché "scrivere significa cercare di rivelare un mistero, che è poi lo scoprire la dimensione stessa della soggettività di chi scrive" (come nei casi qui ricordati di Joyce, Proust, Musil Kafka, Pirandello e Svevo). Suggestivi a seguire sono i ricordi di Evgenij Evtusenko e Valentino Zeichen poeti recentemente scomparsi, soprattutto quello di Valerio Magrelli dell'autore fiumano di cui ribadisce oltre al "tema barocco dell'eccellenza, del Tempo distruttore", il carattere spiccatamente argomentativo dello stile. Interessante è anche l'intervento di Tommaso Di Branga su Opera sull'acqua e altre poesie di Erri De Luca (Einaudi, 2002) in cui la poesia si manifesta nell'autore napoletano come esigenza di rinnovare il proprio strumentario linguistico e letterario, come azzardo nel mare aperto di una storia che va narrata per poterla comprendere e ove necessario fermare ("una presa di posizione motivata contro l'incipiente globalizzazione neoliberista"- sono i giorni tra l'altro del G8 di Genova). Nel carattere miscellaneo del testo echi biblici si intrecciano a temi civili (il Vajont, le tragedie dei migranti) e poesia d'amore in cui la stessa dimensione religiosa si fa in lui (pur ateo) "pietà creaturale di ascendenza francescana"volta a dare ad ogni creatura importanza. Ricco è soprattutto però il lavoro di De Napoli che nell'attenzione critica a saggi e testi poetici diversi ha modo di rincorrersi in appassionate illuminazioni su percorsi autoriali e storie letterarie meritevoli di diverse e forse nuove valutazioni. Come nel caso di Gerardo Vacana di cui a proposito de Il verbo infedele. El verbo infiel (Traduccion de Carlos Vitale. Emboscal, Tordera, 2016) evidenzia il sapiente procedere nella forza del dubbio, nella "relatività del sapere" che consente la prevalenza nella scrittura di "saggia accettazione" e al contempo di "curiosità ironica" aggiunta a "connotazioni umane, psicologiche ed esistenziali di alta filosofia". Oppure, senza dimenticare la lettura della preziosa testimonianza sulla visita a Cosenza nel 1957 di Betocchi ("con tutti i risvolti socio-antropologici e letterari che ne conseguono") nel saggio di Carlo Cipparone (Betocchi. Il vetturale di Cosenza e i poeti calabresi, Edizioni Orizzonti Meridionali, Biblioteca di Capoverso, 2015), le puntigliose considerazioni dal libro di Leone D'Ambrosio Museo, la poesia ceneraria di Libero De Libero (Edizioni Ensemble, 2016). Qui soffermandosi sulla profondità delle trentanove poesie del finora sconosciuto, e inedito, Museo rivelato da D'Ambrosio e sulla non risolta "individuazione e/o delimitazione dei territori che costituirono (..) la fonte primaria ed essenziale nel percorso di formazione e iniziazione" della sua poesia (e che per D'Ambrosio è la nella Ciociaria nella terra che si estende dalla Valle del Sacco e del Liri fino al Golfo di Gaeta e al promontorio del Circeo) evince fin dalla prima età un destino di "forestiero errante", "carico di conseguenze inesplicabili" pur nel legame ben radicato con la propria terra. "Dentro la terra", nello sprazzo di vena surrealista che tra le altre misure lo avvince e avvicinano ai grandi nomi della poesia europea a lui coeva (attento alla lezione che veniva da Rimbaud e Mallarmè) ed incentrata comunque e anche nell'impegno in letteratura. Così lodando i meriti di D'Ambrosio nell'aver bene sintetizzato "i differenti- ma non divergenti o antitetici- elementi costitutivi" nei termini di "poesia evocativa, analogica, irrazionale, immediata e potente", De Napoli sostiene De Libero, nel possesso della "più ampia varietà di schemi e di cifre contenutistiche e formali", come il poeta italiano " più eclettico e complesso del suo tempo". Il rigore e la passione critica è al centro ancora dell'attenzione che De Napoli riversa a proposito del libro di Tommaso Lisi Nuovi colloqui col padre e con la madre (Luigi Pellegrini Editore, 2016) nel tema del dialogo coi cari scomparsi in cui il poeta di Coreno Ausonio ricuce l'esercizio della memoria ad esercizio di presenza e "comunione e confronto con il contesto umano e sociale di origine e appartenenza". Così aldilà di ogni "insorgenza divinatoria", De Napoli rivela di questa operazione la coscienza di un legame salvaguardato nella messa in pratica di quei valori cui va dato onore per non interromperne il filo e che in Lisi è dato allora nella pratica a lui più congeniale, la poesia appunto nella resa di una severa costruzione del verso e come (nell'osservazione di Alfonso Cardamone riportata dalla prefazione) "rivelazione dell'uomo all'uomo, dell'uomo a se stesso". Altro bell'intervento poi nella rete di interrogazioni che il numero suggerisce è quello di Maria Lenti che partendo da I poveri sono matti illumina con alta intensità critica meccanismi e dinamiche dei personaggi cari a Zavattini sciogliendo il nodo della follia entro una fantasia che non si presenta "come valvola per uscire dal compianto della vita né come straniamento dal piano della realtà, ma come piano di bilanciamento corporale", come capacità di rimettersi "in contatto con le parti profonde del sé". Ed ancora: "come opposto del riscatto impossibile con le proprie forze o come annullamento del risarcimento inutile e della valenza temporanea" consentendo dunque di slegarsi dalla prigionia dei ruoli "colmando la distanza (..) tra soglia percettiva e soglia intellettiva". Una follia allora che riscattando "dalla convenzionalità" ha il significato del recupero "alla coscienza, a quella presenza mai messa in forse". Infine oltre le consuete rubriche "Pagine di poesia" con testi di Lisi, Vacana, Evtusenko e "Lingua e diritto" (a cura di Pasquale Benedice), vanno a chiudere il numero le recensioni di libri di De Napoli con Di Brango (tra i quali volumi di Ferruccio Brugnaro, Domenico Adriano, Imperia Tognacci) e le notizie sulla XII ° Biennale internazionale di poesia Succisa Virescit (ideata e curata dalla rivista stessa) vinta da Giorgio Bárberi Squarotti.

 


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