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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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L’oscurità tra le foglie

Poesia

Gian Luca Guillaume
Nulla Die Edizioni

Recensione di Gian Piero Stefanoni
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Pubblicato il 18/01/2019 12:00:00

 

Ci resta poco al termine della lettura di quest'opera prima del giovane torinese Gian Luca Guillaume. Poco, davvero, oltre la stucchevole ripetizione di modelli fuori tempo tra le pieghe di un compiaciuta esistenza coatta e perciò maledetta. Intendiamoci, più che nobile il grido- e auspicabile diremmo- che viene dal rifiuto di una modernità divorante, di un richiamo dai margini a valori di solidarietà e presenza a fronte delle uniformità delle cancellazioni. Ma qui il racconto, in forma di fuga da una perdita dell'innocenza quasi dovuta alle dinamiche familiari e sociali, non ha altra direzione se non la poco originale strada della melensa mitologia personale che nulla ha da illuminare su quel mondo personale e umano (battuto, disprezzato e insieme, nel rovescio, escludente e al tramonto) per cui tanto strepita. La scelta (se di scelta si può parlare per mancanza di coscienza critica) è così quella della scrittura di un sé ultimo, bandito dalla strada e dagli uomini (persi ahi loro nella grassezza dello stomaco e del coito) e alla ricerca nelle evocazioni del cammino e degli incontri di quell'ispirazione del tempo che lo possa in qualche modo comprendere nella sua bellezza. Il tutto entro un armamentario, di situazione e di lessico che ha poco di proprio pugno (nella vera illeggibilità di buona parte del testo) per provenienza da autori amati, letti ma non metabolizzati; padri fermi nella sterilità di un dettato evanescente perché innamorato della propria adolescenza. Su tutti i cari Baudelaire, Verlaine nella sensualità esotica della carne e dell'alcool, Rimbaud (a proposito di illuminazioni)tra lode dei paria e degli schiavi ma soprattutto Campana, il buon Campana in queste pagine saccheggiato- e colpito- a più riprese. Potremmo fermarci qua per il basso servizio offerto al bene di una voce- quello della poesia- che abbisogna principalmente di umiltà e di onestà dunque nella domanda del proprio senso, e per una risonanza non solo privata. Invece preferiamo concludere, nel bisogno di incontro a cui il verso chiama, da alcune piccole tracce che pure Guillaume sa versare nel suo percorso. Ci riferiamo a malinconie e silenzi di dolore vero, di piccole richieste di ascolto che dal basso di una solitudine lontana risalgono da un cuore impaurito. Provare a tentarsi finalmente alla luce di una condivisa spoliazione, di una parola accettata potrebbe essere questa allora la strada tramite la quale sorprendersi, e sorprenderci, da quel seme che attende.

 


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