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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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...e ci indossiamo stropicciati

Poesia

Luigi Paraboschi
Terra d’Ulivi

Recensione di Paolo Polvani
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Pubblicato il 31/05/2019 12:00:00

 

Nel segno di domanda

  

La poesia? ma cos’è mai la poesia, si chiede la Szymborska nella famosa A qualcuno piace la poesia. Più d’una risposta incerta è stata data in proposito, prosegue.  Quella incertezza rappresenta la sorgente infinita dalla quale zampilla la variegata genìa dei poeti.  Viene il sospetto che la poesia fin dal suo nascere sia una forma di interrogazione. Prima di tutto di quel bianco della pagina che si apre come una voragine dall’irresistibile richiamo, che promette di inghiottire e costituisce una seria minaccia all’identità fragile del momento in cui s’invoca la Musa, si chiamano a raccolta i santi protettori dell’ispirazione. Che sia il bianco della pagina o il bagliore di uno schermo o il biglietto del tram su cui prendere appunti, è quello il momento in cui il vuoto ci fa da specchio e c’interroga, ci restituisce e amplifica quel vuoto che chiede di essere riempito. Forse la poesia è chiedere la strada. Informazioni sulla destinazione. Dove si scende? Qual è la prossima stazione? Quindi domanda come ricerca spasmodica di senso, come disperato appiglio, investigazione di un significato più profondo delle sollecitazioni che zampillano dalla realtà. L’ultimo libro di Luigi Paraboschi, “…e c’indossiamo stropicciati” è tutto giocato su un alternarsi ed inseguirsi di domande:

 

Quanto mi resterà di tempo?

 

Mi rimarrà il tempo

per misurare il tonfo

delle parole tronche,

d’udire il rumore dei passi

che s’allontanano nei corridoi,

di pesare dentro il palmo

una manciata di sorrisi definitivi?

 

Sono domande destinate a rimanere senza risposte o spiegazioni, scopriamo nella poesia Non è vita il tuo attendere, e il vuoto che ne riviene è “un sipario che cala all’improvviso / sopra la ricerca di un significato”. Una caratteristica ricorrente nelle figure in cui il poeta s’incarna, quasi una costante antropologica, è la sensazione di essere fuori luogo, goffo come l’albatro sulla tolda, spaventato come un bambino che piange, trafitto dalla consapevolezza di un altrove, di una irriducibile estraneità. Ricordo che nella interessante introduzione all’antologia dei Novissimi, Alfredo Giuliani prova a demolire questo concetto: “La nozione piccolo borghese di poesia – quella che fa dire ai miei conterranei: quant si poet -, a chi è svagato, troppo tenero e balordo – traduce appunto, in termini di senso comune l’idea della poesia romantico-crepuscolare, ed è quella nozione leziosa, autocompassionevole e un po' stolida che viene ancora fornendo la quasi totalità dei testi di poesia “. Ma subito dopo parla di “schizofrenia come modalità dell’esistenza” e dunque se nella mitologia popolare il poeta è visto come individuo straniato, il dato è suffragato dal riscontro statistico ma anche dalla stessa percezione del poeta come soggetto a disagio nel perimetro di un’esistenza votata al consumo compulsivo e ad una tensione perniciosa all’apparire. La cifra distintiva del poeta, ma forse potremmo aggiungere alla categoria le persone più avvedute, consapevoli dell’inganno in cui siamo immersi, è quella di non riuscire ad appassionarsi alla banalità.

 

La non appartenenza

 

 

Trapassa anche te il malessere

della non appartenenza come se

viaggiassi dietro vetri oscuri?

 

e ancora ne

 

Quella sottile voglia

 

M’attraversa talvolta

una sottile voglia

         d’appartenenza,

………………………

è malcelata nelle incerte sicurezze

del respiro o del passo

…………………….

così passo accanto ai giorni,

………………………….

teso a immaginare

come sarà l’istante

in cui cadrò nel pozzo

 

Sia l’attesa, sia la voglia, sia la tensione dell’immaginare sposano bene il punto interrogativo, sono esse stesse segni di domanda, costituiscono per il poeta l’àncora del corrimano, quella cui s’aggrappa la Szymborska nella chiusa della poesia citata in apertura: “Ma io non lo so, non lo so e mi aggrappo a questo / come all’àncora d’un corrimano.”

Forse è la stessa poesia ad assolvere la funzione di corrimano, di sostegno prima di essere inghiottiti dal pozzo, “Così, per allentare ogni nostalgia”.  Il poeta vive la sua condanna a inventarsi immagini bellissime che parlino per lui, del suo malcontento, del suo desiderio di essere consolato:

 

Nel sole, sopra un cassero, un gatto

s’assopiva dopo essersi strofinato il collo

e miagolato il suo bisogno di consolazione.

 

Questo desiderio è approfondito nella poesia dal titolo Il vuoto di una finestra:

 

Il vuoto di una finestra spalancata sul mattino

è spazio che racconta l’inizio di una giornata altrui;

quando con occhi avidi interrogo quel riquadro scuro

senza conoscere il genere o l’identità

che vi vorrei vedere, ho solo un desiderio di contatto.

 

Si tratta di quel desiderio di contatto che prende molti di noi davanti alle finestre illuminate nella notte, attraversando in treno una città o anche semplicemente camminando lungo le strade, desiderio che nasce dal vuoto che regala la solitudine contemporanea, quel vuoto pieno di merci così ben illustrato nel libro Dissipatio H.G. di Guido Morselli.

Desiderio di contatto che spinge il poeta ad allargare il suo sguardo e ricomprendervi ogni genere di creatura e di pianta e di paesaggio, così la presenza reiterata del gatto, “che non sa la solitudine del suo miagolare”:

 

– Il mio gatto non conosce le parole

invece io le metto in fila per riempire

un vuoto che ha bisogno di concreto –

 

E dunque trovano spazio il profumo della salvia decimata e “qualche grappolo tardivo / d’uva americana sottratta con cautela / alle api sedate dal primo autunno”; e “Per il becco avido e pettegolo / degli storni.”

Riprendendo l’attacco di una poesia di Alfredo Giuliani: “Come devo comportarmi, domandai per sapere (per avere, invece, si chiede)..”, mi viene da pensare che la poesia di Luigi Paraboschi è sicuramente attraversata da una serie infinita di domande, nasce nel segno della domanda, ma è pur vero che insieme alle domande allinea, in maniera neanche troppo sotterranea, una sequenza di richieste: abbiamo visto la richiesta di sentirsi parte di qualcosa, la richiesta di essere accolto e amato e compreso che si affaccia in molti dei testi di questo libro. E ci sono anche molti tentativi di risposta. Per onestà devo confessare che trovo molto più suggestive e affascinanti i momenti in cui vibra la tensione di una domanda, piuttosto che quando il poeta prova a dare una risposta che coinvolga il senso dell’esistenza:

 

“Viaggiamo tutti sopra un treno con i finestrini

chiusi e sporchi, con il bagaglio da noi stessi

affardellato, che ci è stato messo sulla schiena

alla partenza, e il convoglio cammina

dentro la notte,…”

 

Dove la resa estetica e sentimentale raggiunge il suo apice è in alcune poesie in cui tutta la lezione del novecento si manifesta in una trama di armonia e nostalgia, che rivela la passione per le infinite letture dei poeti, sia quelli destinati alla classicità e al ricordo, sia di quelli, altrettanto numerosi e variegati, ai quali Luigi negli anni ha dispensato critiche e suggerimenti con una pazienza e una costanza più che ammirevoli. Propongo un testo secondo me esemplare di una confluenza di sapienza artigianale, capacità di sintesi culturale, tensione sentimentale:

 

Vecchia parte di città

 

Pavia

 

All’occhio resta la ferita dei vecchi muri,

il rosa antico steso sopra la parete smossa

di una camera da letto, il verde salvia forse

di un soggiorno tracce sbiadite di progetti.

 

Tegole impilate con meticolosa cura

all’angolo del cortile, testimonianza

di quasi un secolo di piogge riparate,

foglie raccolte in fondo alla grondaia

piena di sabbia che il vento ha raggrumato

per smerigliare il cotto e farlo spento.

 

Pochi i suoni, un silenzio piatto

dietro le persiane che un sole addenta

tiepido in questa vecchia parte di città

dove la massicciata arroventa

le lame dei binari di stradelle strette

dentro le quali la luce taglia i muri

come in certi quadri di Morandi.

 

Cortili angusti per i troppi vasi d’oleandri,

cancelli dalle colonne sormontate

da leoni in gesso, balconi liberty

dai quali sgocciola una pioggia di gerani.

 

Così ti vivo, strada della città vecchia

dentro un languore di primavera tarda,

sotto un cielo dalla calura triste

che stonda i sassi nel giardino all’ombra

ma non uccide l’erba, ove nervosa guizza

una lucertola che s’abbevera alla pozza

sotto il fico dalle foglie come palmi aperti.

 


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