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Sei volumetti di Via del Vento

Narrativa

Aa. Vv.
Via del Vento

Recensione di Giuliano Brenna
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Pubblicato il 12/06/2020 12:00:00

 

Un marito illuminato

Ryūnosuke Akutagawa

Via del Vento, I quaderni di via del vento

 

 

Il racconto getta uno sguardo sul momento in cui in Giappone avvenne la transizione da illuminato a illuminismo, e la conseguente confusione che il passaggio causò. Il Giappone aveva da sempre considerato come illuminati la sua struttura sociale e tutto il bagaglio storico culturale, concetto costruito a partire dal concetto di “illuminazione” di stampo buddhista. Così, come per gli occidentali è difficile afferrare il concetto di Illuminato, senza tirarsi addosso un enorme mole di paccottiglia che mischia confucianesimo, zen, bacchette e calligrafie, così per i giapponesi fu difficile lasciar da parte millenni di cultura e di tradizioni per far spazio all’illuminismo occidentale. Ed è quello che succede a Miura, il marito protagonista del titolo, che di ritorno dalla Francia porta con sé un ideale di amore puro e di sacrificio che va a mescolarsi con il miraggio dell’onore come lo concepiscono i samurai. Così, nel gorgo generato dalle due correnti, il risultato sarà meno che misero e deludente. Tant’è che il sogno di Miura scivolerà via sulle placide acque di un fiume.

Riporto questo bellissimo passaggio dove i toni poetici, tipicamente nipponici, fremono di un dandysmo di fresca importazione, tra l’altro il brano fa parte della scena iniziale del racconto che si svolge in un museo, in occasione di una esposizione sulla cultura del primo periodo Meiji, periodo durante il quale l’illuminismo cominciò ad influenzare la cultura giapponese.

Il brano è il seguente: Mi ricordai il modo in cui fissavo, il giorno del nostro primo incontro, proprio come stavo facendo ora, la sua grande perla fermacravatta, una luce fosca che brillava in un mare di tenebra, come fosse il cuore del visconte stesso. Segue una emblematica descrizione di una acquaforte esposta alla mostra, attraverso la quale è evidenziato il momento di contatto fra le due culture. La baia di Tokyo incisa con onde spumeggianti; piroscafi con le bandiere al vento; stranieri, uomini e donne, camminavano per le strade; alberi di pino alla Hiroshige, i loro rami protesi verso edifici in stile occidentale… Questa eclettica miscela di Giappone e Occidente, sia nel soggetto che nella tecnica, rappresentava perfettamente la stupenda armonia che caratterizzò l’arte del primo periodo Meiji; un’armonia adesso perduta per sempre, non solo nella nostra arte, ma nella vita quotidiana di Tokyo.

 

 

*

 

 

L’incantatore

Joseph Roth

Via del Vento, Ocra gialla

 

 

Il volumetto, curato da Claudia Ciardi, raccoglie otto brevi prose inedite in Italia, scritte nell’arco di un ventennio. I racconti sono otto riflessioni su altrettanti personaggi e situazioni. Il volume si apre con una geniale descrizione di apprendisti camerieri: si potrebbe pensare che i camerieri di tutto il mondo appartengano a una specie e rappresentino una razza a parte, come cani di piccola taglia. Ma i piccoli camerieri crescono e divengono grandi e muoiono da capocamerieri. Il racconto seguente, collegato a questo, è dedicato ai Clown e le due figure sono messe in qualche modo in parallelo, entrambi vestono una sorta di uniforme che li trasfigura durante le loro mansioni, ma anch’essi, Clown e Camerieri, hanno una vita normale una volta smessi i panni della professione. Compare poi un Fantasma, Zeitgeist costruito con brandelli simbolici e appare dai libri di storia o dalle parole dei politici. Nella descrizione che segue, relativa a una fotografia, Roth sembra descrivere la sua attività di fotografo dell’animo umano dimostrata da questa raccolta. Egli, infatti, dice: I ritratti degli uomini e delle donne sono incastonati in un ovale delicato, la più coinvolgente e universale forma geometrica, la forma della terra, delle uova e del volto umano. In questo racconto è l’autore, nei panni del fotografo a trasformare i suoi soggetti, infondendo loro l’ideale che vuole trasmettere: gli indifferenti divengono riflessivi; le personalità tranquille si trasformano in gioviali; i semplici in determinati; comuni passeggiatori sembrano piloti; segretari dèmoni; direttori Césari, in un crescendo di personalità sempre più grandi e minacciose. Ma in questo processo qualcosa va perso: Passata è la cornice ovale! Spigoloso è il tempo! Andato il chiarore avorio! Scolpiti in un legno più nobile, si ergono profili inflessibili in questo tempo spietato, in cui gli originali fortunatamente si inabissano irriconoscibili e indecifrabili. Il popolo semplice di indifferenti e tranquilli è insomma destinato a sparire per mano di un micidiale artefice, se pensiamo che il racconto è stato scritto nel 1929, molte cose si chiariscono. Il capitolo seguente parla di manichini, anche qua si pensa con nostalgia ai vecchi modelli, di cera, con pochi tratti che hanno lasciato posto a manichini più dettagliati ma, si direbbe, privi dell’anima e del mistero. In “ottobre”, l’autore si lascia andare alla malinconia e al rimpianto, così come nel successivo “l’incantatore”. Assistendo a uno spettacolo di magia, cosa ci incanta maggiormente, il prodigio o una fanciulla che assiste il mago? Come dire, è la mano che esegue l’opera o lo sguardo innamorato di chi la guarda? Il racconto che chiude la raccolta “A un angolo di strada” pone in luce l’ambivalenza restare o andare, si impara di più viaggiando per il mondo o semplicemente osservando il mondo che ci circonda con maggiore attenzione? L’importante è raccogliere le impressioni che si riportano, e magari scriverne. Oh, non che io faccia un vanto particolare proprio del mio angolo di strada. A ogni altro potrebbe succedere lo stesso; si potrebbe fare esperienza della stessa cosa o di una simile. Ma si dovrebbe una buona volta scriverne.

 

 

*

 

 

Sogni e altri racconti

Ryūnosuke Akutagawa

Via del Vento, Ocra gialla

 

 

Il volume raccoglie cinque racconti, inediti in italiano, tratti dalla raccolta completa Akutagawa Ryūnosuke zenshū, in otto volumi.

Il primo: la fede di Wei Sheng è una sorta di poemetto lirico dai contorni vagamente magici e fiabeschi, con un forte apporto della tradizione.

Il secondo, intitolato emblematicamente “Donna”, parla di una femmina di ragno che dall’interno di una delicata rosa uccide le sue prede, poi depone le uova e attende che si schiudano lasciandosi morire per i figlioli. Il soggetto è piuttosto esile, ma attraverso le descrizioni precise ed estetizzanti, attraverso le parole prende forma l’atmosfera estiva perfettamente delineata. Inoltre, per mezzo del titolo, si rende omaggio alle donne che si sacrificano per i figli.

Nel terzo titolo, “Dopo la morte”, un racconto stilisticamente bellissimo, sebbene si basi su una trama piuttosto esile, riesce a miscelare elementi attuali con metafore tipicamente legate ai racconti tradizionali. Il passaggio prospettico tra elementi reali, onirici e simbolici è molto elegante anche per le tinte vagamente fosche dovute al carattere dell’autore incline alla malinconia e al pessimismo.

Con “La malinconia di Taneko” passiamo al quarto racconto, in cui si descrive una giornata di una donna, in bilico tra tradizione e nuovi usi. Sembrerebbe riprendere quanto detto per “Un marito illuminato” laddove si sottolinea come l’importazione di stili di vita occidentale, rischiò di generare in molte persone una forte confusione. L’uso di questi strumenti nuovi è evidenziato metaforicamente attraverso l’uso delle posate che mette in difficoltà Taneko.

Chiude la raccolta Yume, cioè “Sogni” in cui è raccontata la vita di un pittore costantemente in bilico tra fervore creativo e incapacità di esprimersi, ma anche fra sogno e realtà. Il racconto sembrerebbe quello più fortemente autobiografico, in cui al solito pessimismo si mescola la paura di non riuscire a descrivere in modo efficace il mondo circostante, e la fuggevolezza dell’ispirazione. Molto bello il finale in cui sogno e realtà si compenetrano e sovrappongono quasi come in un thriller psicologico: Da quel punto in poi del sogno non era rimasto il benché minimo ricordo. Ma avevo anche la sensazione che qualsiasi cosa stesse per accadere sarebbe diventata immediatamente un fatto di quel sogno…

 

 

*

 

 

L’uomo che non voleva piangere

Stig Dagerman

Via del Vento, Ocra gialla

 

 

Un breve racconto, inedito in Italia, scritto nel 1947. Il protagonista era stato convocato per mezzogiorno. Allo scoccare del mezzodì, posò la mano sulla maniglia della porta. Il corridoio era deserto e per metà immerso nell’oscurità. Sembra di essere in un sogno, quando ci si ritrova in una situazione senza saperne il motivo esatto, in un luogo che fonde vari ricordi passati e recenti. Infatti, avanzando nel corridoio, la scena diventa quella di un film, e il carattere onirico cede il passo a una descrizione di carattere cinematografico, che continuerà sino al termine della vicenda. Materiale più propriamente onirico farà semplicemente da sostegno alla meticolosa ricostruzione di alcune situazioni caratteriali. Ma esattamente perché l’uomo del titolo non vuole piangere? Sembrerebbe perché lo trova superfluo, una dimostrazione di tristezza assolutamente fuori luogo. Però, visto che tutti stanno piangendo la scomparsa di una celebrità, il fatto che lui sia il solo a non mostrare dolore è quanto meno sospetto e potrebbe addirittura portarlo al licenziamento. Vi è una grande dimostrazione di attualità, forse addirittura di lungimiranza, in queste poche, dense, pagine di Dagerman. Pensiamo ai facili entusiasmi che coinvolgono milioni di persone, le quali si appassionano a un post di qualche celebrità, ed ecco tutti profondersi in tributi di lode eccessivi o, per contro, moti di biasimo profondo capaci di coinvolgere tutta l’esistenza di chi non si trova d’accordo con loro. E chi non si schiera? Chi non piange (o ride) a comando? Una persona sospetta, forse incapace di capire. O ancora, sostituiamo all’azienda in cui lavora il protagonista un partito politico attuale. Se qualcuno, pur lavorando alacremente al progetto comune, si trova in disaccordo, o semplicemente non si associa alle alte grida lanciate dai compagni di partito, rischia veramente l’isolamento se non l’ostracismo. Invece, semplicemente l’uomo che non piange è l’uomo che ha una sua idea, che cerca e chiede comprensione, non accusa o giudica, chiede accoglienza. Nel finale, l’uomo che non piange piangerà, per sincera commozione, perché vede riflessa nel collega l’incomprensione e il dileggio che sta vivendo. Dagerman ci dice che non servono esternazioni a comando, basterebbe essere solidali e capirsi.

 

 

*

 

 

L’equivoco

Emmanuel Bove

Via del Vento, Ocra gialla

 

 

Iniziando la lettura di questo racconto si incontrano queste frasi: quando François Vaillant si ritrovò da solo, non riusciva a credere che Simone Henné gli avesse davvero dato appuntamento per il martedì successivo. Ripeté a se stesso la frase che la giovane donna aveva pronunciato… E già ci si immagina che l’equivoco si imperni proprio sullo sbaglio di data con conseguenti catastrofi sociali o passi azzardati. E invece l’appuntamento è esatto, la ragazza aspetta l’uomo che giunge puntuale il martedì convenuto. Da qui inizia la serie di equivoci, di quel tipo che rispondono esattamente alla definizione dei dizionari: Errore di valutazione o di interpretazione provocato da uno scambio fortuito di elementi: giocare sull'equivoco, dare a intendere una cosa per un’altra. François e Simone iniziano un dialogo intessuto di equivoci, di passi falsi, di frasi dette per sondare l’altro. Quando poi si aggiunge una terza persona gli equivoci si moltiplicano. Ciascuno dice una cosa per significarne un’altra, poi ne dice il contrario per far finta di non voler lasciar intendere un sottinteso e così via. Il racconto è molto breve ma in poche pagine costruisce un microcosmo perfetto, delineando i protagonisti nelle loro caratteristiche sia sociali che psicologiche in modo molto preciso ed approfondito. Il fraseggio è elegante e musicale e si nutre dei continui equivoci anche per disorientare il lettore e non è infrequente dover tornare sulle frasi appena lette per contestualizzarle con precisione. Si potrebbe assimilare il racconto ad una galleria di specchi che ci restituiscono continuamente immagini distorte e cangianti e sembra quasi impossibile trovare una via d’uscita senza sbattere un paio di volte il naso. Nella descrizione della vicenda l’autore non manca di offrire una sua visione verso un certo tipo di società che nel dopoguerra portò soggetti di umile estrazione a toccare vette di benessere insperate. Al termine della lettura emerge anche una profonda solitudine di ciascuno dei personaggi, ciascuno è costretto a mettere in scena un continuo cambio di prospettiva per proiettare se stesso nella migliore delle luci possibili, a suo esclusivo uso, perché gli altri, impegnati nello stesso sforzo, non riescono a prestare attenzione a chi li circonda. Causando continue angosce, speranze, chiusure, paure per il futuro che sembra contemporaneamente il più tetro degli epiloghi ma anche il più luminoso dei giorni.

 

 

*

 

L’ossessione

Joris-Karl Huysmans

Via del Vento, Ocra gialla

 

 

Il volumetto raccoglie otto racconti tratti da Croquis Parisiens, tuttora inedito in Italia, e pubblicata per la prima volta nel 1880, quattro anni prima del celeberrimo À rebours. I racconti sono dei ritratti di personaggi o scene di vita prese dalla strada. Molti di essi sono fortemente venati di ironia, se non addirittura di un humor al vetriolo, per esempio i primi due, “La venditrice ambulante” e “La lavandaia”, sono intessuti con doppi sensi graffianti e l’ironia serpeggia fra le righe. I seguenti, “Il mercante di marroni” e “Il parrucchiere”, sono ritratti impietosi di due figure che, sebbene molto presenti, raramente sono degne di nota. Il venditore di marroni nella sua invisibilità sociale riesce a raccattare ogni tipo di discorso o di confidenza dai passanti che lo ignorano al punto di non considerare la sua presenza. L’altro ritratto riassume in modo rapido e graffiante le torture cui bisogna sottoporsi per avere un aspetto ordinato e, con una punta di vanità, perdere qualche anno. Damiens esce un po’ dal canone dei precedenti scritti e ci immerge in una atmosfera misteriosa, quasi mistica e surreale, salvo poi delineare una scena piuttosto comune, che però porta con sé briciole di pentimento: Non ero stato anch’io tirato, sballottato, su un’ideale Grève, attraverso quattro diverse riflessioni; squartato in qualche modo: - dapprima attraverso un pensiero di bassa concupiscenza; - poi attraverso una disillusione immediata del desiderio dal momento dell’accesso in questa stanza; - in seguito attraverso il rimorso penitenziale dei soldi versati; - infine attraverso quello sgomento espiatore che lasciano, una volta commessi, i fraudolenti misfatti dei sensi. Il desiderio che incarna una sorta di supplizio: lo scombussolamento del desiderio, seguito dal disincanto di trovarsi in un bordello, con il conseguente sacrificio dell’esborso dei denari e per finire al termine dell’amplesso una sorta di pace traumatica e il fiorire dei sensi di colpa. “L’ascella” e “La secca”, sono due racconti più surreali, venati di una ironia più lieve, veicolata da elementi fisici che custodiscono una sferzata a certe mode e certe caratteristiche contemporanee all’autore. Non dimentichiamo che Huysmans nutriva un certo disprezzo per buona parte del mondo che lo circondava, qui raffigurato da afrori e deformità. Chiude la raccolta “L’ossessione”, dedicato a Edmond de Gouncourt, potrebbe essere benissimo ambientato ai giorni nostri, con l’onnipresente ossessione dell’informazione, o dei social, per rifuggire ai quali si sogna una vita agreste, o il tardare il più possibile un soggiorno lontano dal costante flusso di informazioni.

La lettura di questi racconti è divertente e molto gradevole, la prosa di Huysmans incanta per l’estrema erudizione, ma anche per il mescolare termini aulici con altri propri di un linguaggio più comune se non scurrile. Lo stile del grande scrittore si dispiega in questi otto ritratti con acume e ironia, e sebbene immersi in una atmosfera vagamente surreale sono molto precisi nelle descrizioni: dal tempo della Nausicaa di omerica e soporifera memoria le regine non lavano più la loro biancheria da sole e se si eccettuano le dee elette a mezza quaresima, nello sciabordio dei litri e dei sobbalzi dei bicchieri, la pulizia di sottogonne e calze è da molto affidata a grette domestiche le cui grosse braccia accompagnano il ferro da stiro… Un esempio del grande talento dell’autore: dalla figlia di Alcinoo a una grassa sguattera in una frase sola, capace di collocare una professione sbeffeggiata in un contesto mitologico.

 




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