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Colpo gobbo

Romanzo

Franz Bartelt
Prehistorica editore

Recensione di Giuliano Brenna
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Pubblicato il 05/07/2024 12:00:00

 

«Di questi tempi tristi c’è la Letteratura di Franz Bartelt, fortunatamente, a farci sempre sorridere un po’.» Le Figaro

Secondo una formula, molto in voga ultimamente sui social, potremmo dire “parlami di politica senza parlare di politica”. Ma partiamo dai fatti, un ladro, ubriacone e piuttosto incapace, tenta di mettere a segno un colpo che si preannuncia facile quanto redditizio, ai danni di un tizio dall’apparenza ingenua e facilmente manipolabile. Eccolo lì, l’idiota! Sbronzo marcio. Attorniato da un branco di ubriachi ancora più fatti di lui. Non l’avevo mai visto in città. E il personaggio resterà, agli occhi del ladro, sempre idiota, sebbene al lettore diventa chiaro che non è proprio così, anzi. Una volta intrufolatosi nella casa della vittima, che scopriremo chiamarsi Jacques, il ladro, che non mancherà mai di ricordare a sé steso quanto sia scaltro e tutto d’un pezzo, Non ho paura di niente io, si accorge della beffa e diventa egli stesso vittima nonché prigioniero. Il suo carceriere è la stessa persona presa di mira per il furto che si rivela immediatamente essere persona scaltra e piuttosto determinata. Inizia così una prigionia dalla quale il ladruncolo cerca di sottrarsi senza molto successo, a volte per l’astuzia del carceriere altre per sua stessa dabbenaggine. Durante la singolare cattività, il malcapitato ha modo di scoprire la vita del suo aguzzino, e di incontrare alcune persone che costellano la sua esistenza: l’anziana madre, la fidanzata e anche una procace prostituta che fa perdere la bussola al prigioniero grazie alle sue notevoli capacità. Sebbene il prigioniero smani per rivedere la sua fidanzata, descritta come grande amatrice, i piani di fuga si rivelano sempre fallimentari. Solo dopo una serie di rocambolesche avventure il ladruncolo rivedrà la libertà e l’intera storia smascherata, ma non posso dire di più.

Ora, questa è la narrazione dei fatti, raccontati in modo brillante, carico di humor e di ironia, con colpi di scena e la giusta tensione. Tutto concorre a un romanzo veramente molto gradevole, inusuale e divertente. Ma, come dicevo all’inizio, offre anche un’altra lettura. Il ladruncolo non tarda a presentarsi come “uno di sinistra”, parole sue, ladro sì ma sincero, onesto e appassionatamente legato alla sua parte politica. E poi, ladro per necessità ma che ai soldi non bada mica. Il carceriere, invece, è un astuto borghese, si delinea così il famoso scontro di classe: la sinistra che cerca di derubare la borghesia, salvo scoprire che la suddetta gli fa trovare soldi falsi e, in più, una nutrita serie di cadaveri sotterrarti alla bell’e meglio in cantina. La lettura così procede su due piani, i tentativi maldestri di fuga del ladro e lo sciorinare beni e situazioni invitanti da parte del carceriere/borghese che in qualche modo lusingano e legano l’altro; situazioni che, in controluce, tratteggiano come la borghesia tenga legato a sé, e subalterno, il proletariato. Nel corso della narrazione si hanno situazioni tipiche, ancorché rese grottesche dal particolare personaggio, di basso ceto e legato alla sua fazione politica, che, di fronte al lusso e alla bellezza degli oggetti, tentenna nelle sue convinzioni, si sente anzi soggiogato dal lusso e dagli oggetti. Anche quando la libertà sembra a un soffio, bastano poche parole lusinghiere per far crollare i buoni propositi di fuga. Lungo le pagine del romanzo, vengono sciorinate le varie situazioni per cui la sinistra resta spesso legata e subalterna alla borghesia: i menzionati soldi falsi, sembrano facili da prendere, appare facile prendersi gioco di chi li possiede ma sono merce avvelenata e un’esca per essere resi prigionieri. E così via: l’apparire in programmi televisivi, avere la cultura a disposizione, il sesso più spettacolare, diventano le invisibili catene con cui il popolo viene asservito. E non solo, il ladro comincia a guardare al carceriere con occhi nuovi, benevoli, il fatto di essere prigioniero passa facilmente in secondo piano di fronte alla capacità di Jacques di circondarsi di ogni ben di dio e riuscire anche a essere severo. Benché la severità sia per lo più spietatezza, che si rivelerà anche fasulla. Complimenti, Jacques! Non ti lasci influenzare dalla femmina! Sai difendere i valori autentici. In quel momento ho provato un sentimento di vera amicizia per quell’uomo che aveva fatto tanto per me a livello di alimentazione, abbigliamento, confort notturni e tempo libero. Notare come attraverso i beni materiali Jacques riesca a far capitolare l’uomo di sinistra anche sui diritti di uguaglianza.

Anche il personaggio di Karine, la fidanzata del ladro, è molto interessante, innamorata del suo uomo gli si concede senza ritegno e senza freni ma, perché c’è un ma, solo se il suo uomo porta a casa un bel gruzzolo, altrimenti diventa arrabbiatissima, fa scenate, litiga e non si concede. Un bell’esempio di disinteresse e di sincerità e che comunque si lega alla satira dell’idealismo di cui dicevo prima. La passione, il credo politico, l’onestà intellettuale, certo, ma legata ai soldi che provengono dalla borghesia che attraverso di essi tiene vincolati quelli di sinistra tutti d’un pezzo, che per una fornitura di birra di qualità si ritrovano a rinunciare ai buoni propositi.

Purtroppo non posso rivelare il finale per non rovinare il piacere della lettura ma in esso si ritrova molto di un certo cinema francese anni sessanta, quello di inafferrabili ladri capaci di ogni sotterfugio, pur di portare a termine i loro piani. Ma lascio al lettore il piacere della scoperta.

La bellissima scrittura scoppiettante e decisa di Bartelt è resa con maestria dai due traduttori Ezio Sinigaglia e Giuseppe Girimonti Greco.

 

P.S. la mia è un’analisi politica legata alla narrazione e naturalmente non vi è alcun giudizio su di una parte o sull’altra. Quanti amici miei sono caduti nei tranelli di queste corporazioni di egoisti! Decine! Dozzine! Forse centinaia!

 


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