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Scienza aleatoria

Poesia

Roberto Maggiani (Biografia)
LietoColle

Recensione di Anna Maria Vanalesti
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Pubblicato il 03/09/2010 12:00:00

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“Una mente scientifica – diceva Einstein – è una mente che pensa e quindi dubita e ricerca”, ma se si unisce ad un animo poetico, che sa cogliere il respiro delle cose e l’incorporea presenza del reale, per inseguirla e catturarla, chiudendola nel cerchio della poesia, si compie il prodigio di un binomio perfetto di intelligenza e fantasia, di cifre e di parole, di forme e di suoni.
E’ questo che accade nel libro di Roberto Maggiani “Scienza aleatoria”, dove di aleatorio non c’è nulla, se non il rischio che capiti nelle mani di chi non crede nella casualità e non ammette dubbi.
L’autore, che è poeta, ma è anche un fisico, ha una precisa volontà di leggere e interpretare il reale attraverso la duplice lente, della poesia e della scienza, compiendo un’ardita operazione di razionalità e immaginazione, al tempo stesso, che comporta un continuo sforzo emotivo e linguistico.
Dichiarando Riparto dalle forme / in esse si manifesta / la cifra nascosta / la grammatica di una scrittura straordinaria / annuncia il viaggio che si prepara ad intraprendere, dall’esterno all’interno, dal concreto all’astratto, per capire le voci nascoste che solo l’intuizione può percepire. Si pone quindi in ascolto della natura, proteso verso il mistero che l’avvolge, servendosi delle cifre e delle formule con cui la scienza decodifica l’invisibile e lo traduce nel visibile e trasforma, così, la realtà metafisica in realtà metapoetica. Tutto questo è possibile grazie all’elaborazione di una lingua poetica particolarissima, giocata tutta sulla base di aree semantiche ben individuabili, che ruotano intorno ad elementi sostanziali e primari nella poesia di Maggiani. Stelle, per esempio, è parola chiave che apre un campo ampio e frequente in cui s’ infittiscono atomi, galassie, notti, nebulose.
Da Universo, si generano cosmi, mondi, vita e al termine realtà, si connettono gli aggettivi possibile, reale, immaginabile. L’armonia, invece, suscita luce, visione, equilibrio, mentre il campo semantico che accerchia l’uomo è connotato da vocaboli come peccato, costume, dolore, ferita, morte; infine le cose, si associano subito alle forme, allo spazio, al rumore e non manca un’area riservata ai colori, rosso, giallo, azzurro (il più frequente), bianco, contrapposto alle tenebre e all’oscurità. In tale vasta materia, magmatica e dinamica, si aggirano, costantemente insieme, il poeta e lo scienziato, l’uno in estatica contemplazione di una realtà ideale e irreale, l’altro alla ricerca spasmodica di una soluzione degli enigmi dell’esistenza, animato da un vibrante desiderio di svelare quel principio primo che gli appare ora, organizzatore, ora, creatore, ora semplicemente come Dio.
Il viaggio si svolge sotto il segno di alcune costellazioni che splendono, quasi archetipi di un’iniziazione misterica, nel cielo del nostro poeta: la mistica e totale immersione nel poema della natura, da parte di Sophia de Mello Andresen; la necessità espressa dal Novalis che la forma compiuta delle scienze sia poetica; la biblica opposizione di Isaia al convenzionale modo di intendere la sapienza e l’intelligenza; l’affermazione poetica di Amendolara della presenza del divino nell’umano. Si tratta di abbrivi che ogni volta rilanciano il viaggio, infondendo nel poeta e nello scienziato un nuovo spleen che li conduca al largo, in mare aperto.
La meta, ineguagliabile e sublime, è l’infinito, che però né il poeta vuole raggiungere con la sola fantasia, né lo scienziato vuole misurare solo con le sue formule, perché il marinaio, nel quale l’uno e l’altro si compenetrano, vuole soprattutto vedere, appagare il suo sguardo assetato di luna, di azzurri, di orizzonti.
Si legga la prima lirica che avvia il libro ( e il viaggio), in cui lo sguardo cade/nella distanza/dall’albero maestro alla Luna-/come una freccia/diretta nel bersaglio,/nell’occhio. Si coglie già la fermezza della volontà di colpire il bersaglio e raggiungere l’obbiettivo. Le tappe successive sono sequenze liriche precise, di brevi frammenti di vita e di poesia, nei quali sempre l’azione del “vedere” è in primo piano, pur, quando il poeta si mantiene tra la veglia e il mondo reale ( bellissimo il verso Torno dai luoghi della notte/ dove la mente riposa/), vigile nell’osservare le cose, spingendosi però con l’immaginazione oltre il muro ( che ci ricorda la siepe leopardiana), dietro le stelle e le galassie, per interrogarsi sulla vita, su come potrebbe cambiare, se il nostro calcolo probabilistico fosse solo uno scherzo. E ancora lo scienziato insegue e incalza il poeta, indagando sulla cosmogonia, riflettendo sulla contraddizione tra la materia dell’universo e la spiritualità degli umani che lo abitano e che lo incidono come un’eterna ferita. Intorno è uno sfolgorio di colori, di visioni, di immagini che emozionano il poeta ( sale nella gola un canto), ne trascinano lo sguardo sui prati, sugli alberi, fino alla sfera lunare, lo fanno sentire libero e insieme prigioniero nell’incorporea presenza del reale, lo fanno rabbrividire nell’avvertire l’invisibile. Dinnanzi all’invisibile il poeta arretra, cedendo il posto allo scienziato, che si riaggancia alle forme e alle cifre ( riparto dalle forme).
Ma è la poesia che insegue le forme/ traccia cerchi/ intorno alle cose, perciò è di nuovo il poeta a riappropriarsi del reale, anzi a catturare l’irreale per renderlo reale. La prima fase del viaggio si chiude con un bilancio di parità tra realtà e immaginazione, con una conquistata filosofia cosmogonica, direi, al centro della quale sta la dichiarazione che il mondo è retto dalla possibilità del reale, ma soprattutto che la parola poetica ha la forza/ necessaria a sorreggere questo mondo.
Dunque il pensiero di Maggiani è chiaro: è solo la poesia che fa leggere l’universo.
Novalis a questo punto può guidare l’autore e prenderlo per mano, nella seconda fase del viaggio: le scienze devono essere poetizzate ………laddove la scienza divide il poeta unisce. Da qui si dipana un attento e scrupoloso esame dei compiti e delle funzioni del poeta e dello scienziato e, conseguentemente, della poesia e della scienza, che lungi dallo sfociare in una tediosa e prosaica analisi, dà luogo ad una sorta di fuga musicale verso la luce, l’armonia, il sole del mattino, in un abbandono lirico che ha per protagonista ancora una volta lo sguardo. Il poeta ripete: io vedo,solo vedo/ amo guardare/ il sole del mattino/ sulle cime azzurre dei cipressi/quando l’azzurro/ s’azzurra ancor di più/ e dietro quel nitore/ vedo e immagino/ tutto l’universo/ e altre vite/ e penso: che piccolezza/ che inutile fermento-… Alta poesia! Sovviene il passo della Ginestra in cui Leopardi, con un analogo sentimento di estatico stupore e sconcerto per il confronto impari, mirando in purissimo azzurro…. quegli ancor più senz’alcun fine remoti/ nodi quasi di stelle/ esclamava: al pensier mio/ che sembri allora, o prole/ dell’uomo?
Il viaggio s’ interrompe, il rapporto tra la poesia e la scienza è stato messo a fuoco, il poeta non si sente poeta, ma scienziato, nel travaglio della sua ricerca sa però che la poesia soltanto è attenta alle variazioni del reale.
Quando il viaggio riprende, il poeta crea stelle, dilata un’area semantica a lui cara e gioca con anafore e allitterazioni appartenenti ad un medesimo e unico repertorio. Si produce da ciò una spirale concettuale: l’idea delle stelle introduce quella degli atomi, da questi deriva l’idea dell’aggregazione e quindi quella dell’organizzatore. Strano modo, questo, di denominare la divina mente organizzatrice del cosmo, ma anche geniale modo per sottrarla da qualsiasi confessionalità religiosa e restituirle il carattere di pensiero assoluto e immortale. Dall’idea dell’organizzatore, si passa all’idea della luce, che è colore, se vista dal poeta, è invece insieme di elettroni che saltano e tornano o fotoni non accettati – espulsi – se considerata dallo scienziato. A quest’ultimo ora la parola non basta più, non può definire verbalmente i campi elettromagnetici, che esistono nella realtà che lo circonda, ha bisogno perciò di ricorrere alle formule e alle equazioni di Maxwell. Nulla di più ardito si è visto in un poema: parole e cifre si rincorrono, con effetti talora devastanti per un critico letterario che voglia capire tutto, ma senz’altro sorprendenti per il sincronico alternarsi di due codici linguistici diversi, quello poetico e quello matematico. E’ la luce a ristabilire l’equilibrio, con una composizione di colori che restituisce alla poesia il suo status symbol di immagini e di suoni in Radiazioni luminose.
La quarta e ultima fase del viaggio mi sembra dedicata alla bellezza, naturale conseguenza di quella spirale concettuale a cui prima si accennava. Da una mente organizzatrice – creatrice dell’universo, non poteva che derivare la bellezza, perché quella mente, è essa stessa la Bellezza.
L’azione del “vedere” è di nuovo centrale, ( fatemi vedere ancora oltre), insegue la luce, viandante invisibile negli spazi oscuri e al poeta si rivela la bellezza del mondo, dall’informe tutto prende forma. L’organizzatore diviene ora creatore della bellezza del mondo che ha la sua matematica ed è precisa. Questa è la grande scoperta del poeta al termine del viaggio, la bellezza del mondo non sarebbe tale se non avesse le sue regole matematiche, poste dal creatore: così poesia e scienza possono incontrarsi, il poeta contempla e canta, lo scienziato sistema e ricompone, ma entrambi possono trovare Dio, chiamarlo oltre che organizzatore e creatore, anche evoluzionista, perché ha pensato e progettato l’evoluzione del cosmo. All’approdo, li attende la certezza che Dio sa che senza la nostra vita/ l’universo è sprecato-/ dal nulla ci ha destati/ e nel nulla non piomberemo/poiché un filo d’erba/ un pensiero, un’invenzione/ non avverrà senza il nostro consenso.
Il libro si chiude con un inno alla bellezza del mondo, alla vita, alla resurrezione, nella splendida lettura che dell’affresco di Piero della Francesca fa il poeta Maggiani, ma essenzialmente con un’esaltazione della poesia, mantello regale/ razionale/irrazionale visione del cosmo. Anche se tutto cambia, se le cose passano e finiscono, se ci attende una fine biologica, è dato all’uomo e in particolare al poeta, di desiderare di risorgere e se non ha chiesto la nascita, chiederà la vita, incorrotta e incorruttibile, dove gli alberi con le foglie traslucide/ alla luce tersa del giorno/ mai seccano.
Il poeta e lo scienziato hanno trovato l’infinito, superando per sempre l’orrore antico del pensiero della morte e il lettore, che si allontana da questo libro, reca in sé un senso di pace e di rasserenamento.

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