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La nudità

Poesia

Stelvio Di Spigno (Biografia)
peQuod

Recensione di Roberto Maggiani
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Pubblicato il 08/10/2010 12:00:00

In questa sua ultima silloge, “La nudità”, Di Spigno estende lo sguardo in due direzioni solo in apparenza opposte, il fuori e il dentro di sé, e lo fa con versi lunghi e piani che sfogliano, pagina dopo pagina, l’interiorità del poeta, prendendo l’avvio da sguardi posati sul mondo che lo circonda, come fosse un mare nel quale, una volta immersi, non è possibile non nuotare. Ecco allora una delle caratteristiche che a mio avviso distingue la poetica di Di Spigno, la sua capacità di partire, nel fare poesia, dall’osservazione di oggetti o situazioni di immediato vissuto, come se questi fossero pitture allegoriche rimandanti ad altri significati. Usa la narrazione in versi come le dita di una mano utilizzate per penetrare un frutto maturo fin nella polpa per aprirlo spaccandolo. Allo stesso modo il poeta seziona la realtà, la spacca, mostrandone il centro, attraverso una semplice, e proprio per questo profondissima, meditazione, che ha come cifra costante una malinconia quasi ineluttabile, residente – forse una caratteristica della sua Musa – nel poeta e che prende forma nell’immaginazione grazie ad una energia vitale che attinge a ricordi anche di personale sofferenza (“Hanno passato mesi a guardarmi la faccia, a vederla / cambiare nel sonno, a chiedermi cosa facevo prima di / quella brutta caduta nel silenzio e nel buio senza ritorno. / […] / Ora dovranno dirmi quando tornare e quali sono / le cure per casa, mettermi un foglio in mano / per i medicinali, un cellulare e le ore buone per guarire / […]”. Pagina 63).
Altro elemento importante del libro è, quindi, l’abbinamento realtà-immaginazione, un’immaginazione che s’innesta perfettamente nella realtà in soluzione di continuità, diventando essa stessa quasi reale (così appare al lettore) quando assorbe energia dalla memoria o dagli oggetti reali davanti allo sguardo del poeta. Di Spigno sembra riuscire a mostrare empiricamente, nella sua poesia, come ricordo e immaginazione altro non siano che un prolungamento della realtà e viceversa, che il poeta è membrana di osmosi tra questi due fluidi a densità diversa di vissuto. Viviamo più spesso nella realtà o nell’immaginazione e nel ricordo? A questa domanda non so dare risposta, sta di fatto che il poeta Di Spigno, in particolare, ci rende fluidi l’andata e il ritorno tra questi due stati esistenziali della mente. (“Come un mare non ancora potato né descritto / strappa via da sé ogni alga e corallo / e resta nudo come fosse stato dragato /mentre arriva pianissimo la pagina // ma dopo è difficile parlarne / di questa creatura che dorme al sole / senza pensare a persone che hanno strappato da sé la propria vita // con un ferro rovente o una tenaglia / da criminale, senza un vero motivo, / solo per farsi più male o perché l’hanno sentita / questa voglia di annullarsi per essere obbedienti // pensiamo a negozi con la serranda a mezz’asta / a barche capovolte sotto il pelo dell’acqua / a uomini colpevoli come me, insomma, / che ancora di questa colpa chiedono ragione”. Pagina 57). Altro aspetto interessante della raccolta in oggetto è il fatto che l’autore è capace di importanti analisi, e quindi anche di auto-analisi, nello spazio di una sola poesia, o addirittura di un solo verso. Ma, nonostante questo, Di Spigno non cade mai nella eccessiva introspezione, rischiando il solipsismo, ma doma il verso tenendolo sempre ad un livello di evidenza oggettiva davanti allo spirito umano, il quale è in continuo confronto con gli atti che scaturiscono dall’azione congiunta di mente, corpo e coscienza, fatto che può ingenerare un cosciente senso di colpa nascosto nell’ombra dell’inconscio.
Ma è la descrizione interiore ed esteriore dell’uomo moderno, quella che scaturisce da queste pagine, rendendo così “La nudità” un testo antropologico. Infatti, come il titolo stesso ricorda, l’uomo dovrà porsi, prima o poi, nudo davanti a sé stesso e al resto dell’umanità, ed accogliere una diversa percezione di sé nella nudità dell’altro, prendendo consapevolezza che, in fondo, al termine di ogni atto, reale o immaginato, “siamo niente”: “[…] / Ma è in te che li porto questi fiori / come è vero che non c’è altro motivo / che farti entrare in questo libro facile e vicino / che ti cerca e ti trascina nel tuo mondo / non per restarti in cuore, come in fondo vorrebbe, / ma per dirti chi eri e cosa hai perso / per diventare qualcuno o qualcosa, / mentre siamo niente, fratello, siamo niente”. Pagina 72. Parole che risuonano quasi come un monito “Ai poeti del secolo 21” – che è il titolo della poesia.
Di Spigno è un uomo che ha “Fiducia”, una fiducia che ha radici nel passato, da dove attinge ad un’acqua sorgiva; è contagiosa, ed è oro, in un mondo moderno a volte strambo, deformato da assurde arie di competizione tra uomini “simili a noi”, e che ci mette a disagio. L’autore ci porta a recuperare forze nel mondo fantastico della fanciullezza, dove è ancora possibile essere vergini e non doversi sentire a nessuna altezza: “A volte alle spinte del vento guardo ritagliarsi / il registro di tutta la mia vita: noioso, senza senso, / […] / non è facile sentirsi all’altezza / di uomini simili a noi, non ne sono sicuro, / forse è per questo che solo di me / riesco a parlare: […] / Le foto da bambino ormai mi appartengono / ma gli amici e tutte le altre compagnie / sono troppo grandi per ora, le tengo fuori.” Pagina 60.

Molto ci sarebbe da dire de “La nudità”, soltanto a partire dal titolo. E’ una raccolta di versi che, evidentemente, nasce da un cuore umano ricco di composite esperienze sensoriali esteriori e interiori che trovano la loro bella forma espositiva nell’arte poetica. Un libro che ho voluto rileggere molte volte perché la Musa che l’ha ispirato sembra non averlo fatto a una sola voce, bensì a molte voci e su toni differenti: vi sono vibrazioni armoniche fondamentali sovrapposte a dare origine all’unico suono che è la bellezza della poesia che emerge da queste pagine. Assolutamente da leggere per contenuto e forma di scrittura.


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