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Misure del timore

Poesia

Antonio Spagnuolo (Biografia)
Kairòs Edizioni

Recensione di Stelvio Di Spigno
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Pubblicato il 28/06/2011 12:00:00

Misure del timore, edito dall’editore Kairós di Napoli, è una raccolta antologica, un percorso agile ma spazioso che riassume un quarto di secolo di produzione poetica di Antonio Spagnuolo, anch’esso meritoriamente napoletano. Significativamente, i brani antologizzati partono da una data precisa, il 1985, anno di pubblicazione di Candida, il libro che fa da spartiacque nella produzione poetica del nostro poeta. Certamente: perché la storia precedente dell’autore portava il marchio compromissorio e conformista della poesia di ricerca della quale Napoli è stata, più che capitale, portabandiera, dagli anni ’70 del Novecento fino all’esplosione del fenomeno del Gruppo ’93: in pratica per circa trent’anni. Spagnuolo non ha potuto sottrarsi a questo scotto territoriale, e lo ha pagato con una serie di libri, di ricerche, di sperimentazioni che nascondevano la sua autentica voce, personale e peculiare. In poesia, come in ogni altra arte, se a trent’anni bisogna essere talentuosi, qualche decennio dopo è vitale sapersi rinnovare, cambiare pelle, diventare autonomi rispetto al contesto culturale. È la grande sfida che viene lanciata a ogni poeta, letterato, artista: rinforzare la propria voce con gli anni o saper cambiare strada, se quella praticata non è più fruttuosa e non corrisponde più alle esigenze spirituali dello scrittore. Ed è proprio questa sfida che Antonio Spagnuolo ha saputo vincere, dimostrando di possedere una vocazione verso la vicenda del poetico molto più forte e viva di molti suoi compagni di strada che hanno continuato stancamente a produrre libri e libri sempre con gli stessi moduli stereotipati da velleità avanguardiste. Misure del timore ci fornisce una mappa di questo cambiamento. In venticinque anni, Spagnuolo ha pubblicato qualcosa di nuovo, meritandosi un consenso critico che non ha mai lesinato lodi e riconoscimenti. La novità del suo dettato può riassumersi in due punti, o meglio snodi, fondamentali: l’adesione dello stile, ripianato e purificato dai trascorsi cerebralismi, al proprio mondo sentimentale. Affetti, tentazioni, timori, riserve e moti dell’animo hanno preso il posto delle istanze ideologiche dei libri precedenti. La versificazione si è fatta scorrevole eppure ricca di pause e forte di una trama contrappuntistica incalzante e costruttiva. Il piano esistenziale, corporeo e palpabile, ha trovato uno sbocco nell’onirico e nell’erotico, con soluzioni divinanti pregne di simboli e accertamenti veritativi. Il «disastro del senso» ha trovato una redenzione pervicace nella «abituale variazione di ogni testo», come recita il testo 12 di Rapinando alfabeti, senza rinunciare a un lessico specialistico e scientifico, frutto evidente della formazione di Spagnuolo, che di professione ha fatto il medico per quarant’anni. Le urgenze del corpo e delle sue deformazioni diventano così paradigma delle metamorfosi storiche, del fuggire del tempo – tema, questo, di gran momento e molto frequentato dall’autore – della lontananza dell’amore e della solitudine esistenziale che chiede, in ogni poesia, una possibilità di salvezza e una richiesta di aiuto a una figura sempre e solo adombrata, che si identifica con il femminile nella sua accezione più alta e meno corruttibile. Altro punto fondamentale è il rafforzamento, avvenuto nelle raccolte più recenti (per intenderci, da Fugacità del tempo, del 2007, alla omonima Misure del timore, parzialmente inedita), del dato negativo, che registra una visione ancestrale del mondo e del vissuto sotto forma di frattura, o meglio, di fratture progressive, che scandiscono ossessivamente il progredire del testo. Il terrore, in queste ultime pagine, sconvolge l’abbandono amoroso e le possibilità di rinascita che formavano la cifra essenziale delle precedenti raccolte scritte dopo la suddetta “svolta del creaturale”. In questi ultimi lavori, Spagnuolo sembra dirci che arrivati a un certo punto della vita, non si può più rimandare l’appuntamento con la verità delle cose, non si può (e non si deve, se si vuole essere, più che onesti, veri) fingere che il senso del tutto sia un lieto fine, per quanto amaro e disarmante. Ecco: il percorso che si attua in Misure del timore (inteso, qui, come titolo dell’antologia) va dalla iniziazione del poeta a una fitta e responsabile educazione sentimentale al perturbamento finale, alla sconfitta del singolo nei confronti della realtà, delle leggi naturali, delle dissonanze dell’Essere. Questo è il punto, e qui bisogna stare. Spagnuolo non ha mai smesso di maturare, ovvero di ascoltare il richiamo doloroso di ciò che vive accanto a ognuno, fino a farlo proprio, diventandone l’interprete sommesso e saggio che, a dispetto della saggezza conseguita, non fornisce scappatoie consolatorie, ma registra tutto lo scardinamento che sussiste in questo forsennato nastro di Krapp che è il mondo. Nessuno può scappare, ed è meglio allearsi, leopardianamente, a resistere sotto i colpi del tempo, della morte, della solitudine e della fine dei sogni, e in sostanza, della vita. Il grido di dolore che chiama alla condivisione e al soccorso, bilanciano, in questo percorso selettivo (come selettiva deve essere, per forza, ogni antologia), la persistenza di un mondo affettivo che, seppure carico di dubbi, nelle prime raccolte (Candida, del 1985; Dietro il restauro, del 1993; Attese, del 1994, per citare solo i titoli più significativi), sostenevano la mano dell’uomo nella sua età di passaggio, quello che dalla giovinezza porta all’età adulta. I sogni, che si trasfondono nei ricordi, quelli di un’età nella quale era ancora possibile sognare, non vengono rinnegati col passare degli anni e delle pubblicazioni, né posti su un piano di “minorità”. Quando era il loro tempo, era il tempo di scriverne. L’ultimo Spagnuolo, invece, sa che oggi è il tempo dell’allarme totale, del pericolo che grava sull’uomo, di Krónos che rema contro. Questo percorso è la totale misura di questa antologia, che gli amici e gli estimatori di questo poeta prolifico ma concentrato aspettavano da anni. Il singolo, i suoi errori, la sua umanità, nella quale siamo chiamati a riconoscerci, sono la strada percorsa da un poeta rinnovato, mai consenziente perché lucidissimo, ma umano e nella sua parabola cosciente e perturbante, come lo sono le poesie che da sempre scavano nella terra e nell’animo un solco deciso a lasciare traccia di sé nelle più abissali profondità di quell’enorme dramma che è l’esistenza umana. Per questo si può attribuire a Misure del timore – Antologia poetica dei volumi 1985-2010 il valore di un lungo scandaglio conoscitivo, un’avventura nel sapere che si svela sempre di più, incitando il lettore a emularne il tracciato, a diventare sempre più se stessi, accettando la propria identità, contro ogni ipotesi di dispersione che fomenta i nostri tempi tanto tormentati quanto gravati dal «feticcio dell’inutilità», per dirla con Montale. Questo libro intende orientarci, darci il conforto, l’unico possibile, che una direzione, nell’esistenza, sia ancora rintracciabile, seppure attraverso cadute e mancanze che non possono essere aggirate. Eppure, la voce che parla, non è quella di un poeta che, per età ed esperienza, potrebbe facilmente ergersi a maestro e costruire un monumento a se stesso. È la voce religiosa e rigogliosa di un uomo vigile, che sottomette la sua presenza alla sua arte, incontrando l’altro e sussurrandogli che vale pena provare tutto il dolore e tutto il benessere della poesia, perché, proprio grazie alla sua voce, siamo tutti un po’ meno soli.



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