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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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Il servo di Byron

Romanzo

Franco Buffoni (Biografia)
Fazi Editore

Recensione di Roberto Maggiani
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Pubblicato il 20/07/2012 12:00:00

“Per indole il padrone era istintivamente portato a ribellarsi, a provocare; persino a dire in faccia alle persone la verità nuda e cruda su se stesso e i suoi desideri. Ne so qualcosa, vi assicuro. Anche alla moglie, alle amiche e alle amanti fu tentato in varie occasioni di manifestare sinceramente il suo pensiero circa il ‘nameless crime’. Il pericolo di essere pubblicamente smascherato e punito per il ‘crimine senza nome’, però, era troppo reale e incombente. Allora my Lord si concedeva anche ai desideri femminili.” (Dal capitolo 3, Beckford, pagina 20).

 

Franco Buffoni torna sugli scaffali delle librerie italiane in qualità – e che qualità – di narratore, con un romanzo-saggio ambientato temporalmente nella prima metà dell’Ottocento, nel periodo in cui visse Lord Byron, il poeta e politico inglese, membro della Camera dei Lord, autore di opere quali: “The Corsair”, “Manfred”, “Childe Harold’s Pilgrimage”. Buffoni narra le vicende del poeta, mettendo in scena, in modo avvincente, il percorso bio-bibliografico di Lord Byron, ed è Fletcher a farlo, una volta morto il proprio padrone: “Sono Fletcher, signori, il servo di Lord Byron, e scrivo. Scrivo! Il padrone mi credeva capace di fare la mia firma, o poco più. Rideva quando mi vedeva con un libro in mano. Credeva che fingessi di leggere. Lui preferiva avere al suo servizio individui nature. E io la natura gliel’ho data. Quella buona, quella di Scozia.” Così nell’incipit.

 

Il romanzo, che a tratti assume la connotazione di saggio, è storicamente documentato, e procede di tappa in tappa da un punto noto della vita di Byron all’altro – dal suo primo viaggio all’estero, insieme all’amico John Cam Hobhouse, come era usanza nell’aristocrazia britannica, all’esilio, alla sua morte, avvenuta a Missolungi, in Grecia, il 19 aprile 1824 –, permettendosi, tuttavia, tra una tappa e l’altra, invenzioni, supposizioni più che plausibili, comprovabili. Buffoni ricama, in una sorta di ricamo letterario, sul tombolo della bio-bibliografia byroniana, ipotizza, agganciandosi ai riscontri di opere e fatti, con l’inventiva del narratore, ma anche con l’autorità del professore-ricercatore; ricostruisce la vita di Lord Byron, invita ad osservarla dal suo punto di vista, quello di Fletcher. La scelta di far narrare la storia dall’intimo servo di Byron, è uno stratagemma narrativo intelligente e ben riuscito, che aiuta il lettore a “vedere meglio”, dico io, spostando il proprio baricentro nello spazio storico d’azione di Byron. In realtà è Buffoni che si impossessa, per noi lettori, del punto di vista privilegiato di Fletcher, si insinua, oserei dire, nel suo corpo per convalidare la sua rilettura della vita del poeta inglese e della sua Opera, alla luce della sua omosessualità, il famoso nameless crime. Per il quale, all’epoca, ma anche per molto tempo dopo, erano previste la pubblica gogna e la pena capitale per impiccagione (si legga il primo capitolo del romanzo).

 

Interessante il punto di vista di Fletcher, che presenta la bravura di Byron come scrittore anche come fonte di guadagno per la vita di agi che il servo stesso, per quanto “schiavo” del Lord, andava gustando; il loro sostentamento nei lunghi viaggi all’estero, poi in esilio, dipendeva dalle royalties che gli spettavano per la vendita delle opere, opere di grande successo che spediva all’editore Murray. Nella sua vita, Byron, nelle varie peregrinazioni – molto sostò anche in Italia, a Venezia e Pisa ad esempio – imbastì relazioni con donne, ma soprattutto con ragazzi, di alcuni dei quali si innamorò perdutamente.

E’ interessante il lavoro che Buffoni fa, sempre per voce di Fletcher, di mettere varie opere di Byron in relazione alle sue avventure amorose omosessuali, anche se nelle opere si parla di storie di amore eterosessuale, spesso i personaggi nascono dai suoi amori, così come avviene in “The Deformed Transformed”, “rimasto incompiuto, e basato sul ‘gioco’ faustiano dell’acquisizione da parte di un essere deforme delle sembianze eroiche di Achille” (pagina 114), in cui, secondo Fletcher/Buffoni, Patroclo è Pietro, il suo amore carbonaro. E’ ovvio che in un clima in cui il solo essere sospettati di sodomia significava perdere per sempre il proprio onore, o essere costretti all’esilio, o addirittura, in caso di flagranza, significava finire alla gogna e condannati a morte, era d’obbligo usare prudenza, e Byron la usò anche nelle sue opere; i suoi più stretti e confidenti amici, gli consigliavano moltissima cautela, anche se la sua fama di scrittore e di amatore tra le dame dell’epoca gli faceva da scudo: “Mentre il corteggiamento di Lady Constance avvenne in pubblico, in salotto. Byron in sostanza mise in atto la sua consueta ‘tattica digressiva’, come la definiva Hobhouse: ‘Sei tranquillo, adesso? Hai raggiunto la certezza che Londra lo verrà a sapere? Missione a Malta compiuta, dunque! A Londra si saprà che cosa fa Byron nel grand tour!’” (Pagina 29). Il rischio era reale, le notizie da Londra non erano incoraggianti: “Nella stessa prigione, per la stessa retata, erano finiti anche altri due amici di Byron, Paul Fox e Paul Lane, che riescono a incrociare brevemente i visitatori. ‘Sembra davvero di essere nel girone dantesco dei sodomiti, con Dante e Virgilio brancolanti nella penombra, sub specie di Matthews e Scrope’, commentò il padrone con una smorfia di disgusto, mentre mi accarezzava.” (Pagina 37).

 

Nell’ultimo capitolo “Lettera dell’autore”, si esce dalla narrazione, Fletcher scompare, Buffoni torna Buffoni e parla del suo lavoro, dà lo spessore storico-documentale necessario per far capire che il romanzo non era pura invenzione, chiarisce il suo percorso di ricerca: “La verità su Byron non poterono certo rivelarla Thomas Medwin […], né gli altri contemporanei del poeta […]. Le rivelazioni sincere e personali stavano soprattutto nelle Memories del poeta stesso, distrutte in gran parte da Hobhouse e Murray [l’editore]. Restavano delle tracce nell’epistolario, nelle testimonianze dirette e soprattutto nelle opere, a saperle leggere. Tracce che nessuno volle (o poté) mettere in luce praticamente fino alla metà del Novecento.” (Pagina 149)

Per lungo tempo c’è stato il tentativo di occultare la “consistenza omoerotica delle inclinazioni sessuali di Lord Byron”, lo stesso autore, Buffoni, che nel 1984 venne accolto a Lontra dai membri della Byron Society, dopo l’uscita della sua edizione italiana del “Manfred”, poema drammatico composto da Byron nel 1816-1817, provò un “glaciale abbandono” quando disse che intendeva continuare la sua ricerca su Byron “studiandone l’omosessualità”.

 

Byron si sposò con Annabella Milbanke, un’ereditiera dedita a studi di matematica. Dall’improbabile unione nacque Augusta Ada, destinata a diventare Lady Lovelace e intima di Charles Babbage. Ma vide ben presto, dopo soli undici mesi, la moglie e la figlia abbandonare la sua casa, sotto l’ombra di fondatissimi sospetti di una relazione incestuosa con Augusta Leigh, figlia di un precedente matrimonio del padre. Ma fu G. Wilson Knight, con la sua pubblicazione “Lord Byron’s Marriage: The Evidence of Asterisks”, nel 1957, a ristabilire una importante verità: “La vera ragione del fallimento del matrimonio fu l’omosessualità di Byron, non il legame ‘incestuoso’ con la sorellastra Augusta Leigh. Quella fu la ragione che il poeta stesso contribuì a divulgare perché non si parlasse del nameless crime”. (Pagina 153)

 

Nel romanzo non mancano i pensieri di Buffoni, quelli che egli inserisce nel corso della narrazione, magari tra parentesi, o nelle parole di questo o quell’altro personaggio; emergono dal testo dettando una sorta di manifesto i cui punti vorrebbero denunciare/smantellare la terribile omofobia ancora presente nel tempo odierno e in particolare nel nostro Paese, di qua dalle Alpi. L’Italia, ai tempi di Byron, era luogo di rifugio per sodomiti, a causa del fatto che non c’erano leggi che ne determinassero la condanna, a differenza del Regno Unito. Oggi, invece, al di qua delle Alpi è rimasta una dose imbarazzante di omofobia, mentre di là dalle Alpi è diventato il luogo dove conviene migrare se si vuole respirare aria di uguaglianza dei diritti. “‘Tra noi e loro’ [richiamo alla raccolta poetica di Buffoni, “Noi e loro”, edita da Donzelli ], sussurrava my Lord, ‘c’è di mezzo the Channel, e poi tante e tante miglia, e poi ci sono le Alpi che ci difendono’. Lo vedo come se fosse qui ora: stava in piedi con il calice in mano; il suo profilo puro si stagliava nella luce del crepuscolo filtrata da uno splendido tendaggio ricamato che avevamo comprato insieme a Burano. I suoi occhi luccicavano come il vino nel bicchiere…” (Pagina 44). Non posso non riportare qui una bellissima poesia tratta da “Noi e loro”, che mostra il fil rouge nell’Opera buffoniana:

 

Una lunga sfilata di monti / Mi separa dai diritti / pensavo l’altro giorno osservando / Il lago maggiore e le Alpi / Nel volo tra Roma e Parigi / (Dove dal 1966 un single può adottare un minore). / Da Barcellona a Berlino oggi in Europa / Ovunque mi sento rispettato / Tranne che tra Roma e Milano / Dove abito e sono nato.

 

Per quanto riguarda i pensieri dell’autore tra parentesi, di cui sopra accennavo, ecco qua: “(la sodomia tra persone adulte e consenzienti non danneggia alcuno; ben peggiori danni sociali vengono dalla ‘fornicazione’ extramatrimoniale con le nascite illegittime, i tentativi di aborto finiti in tragedia e gli infanticidi; e malthusianamente il vero pericolo è semmai la sovrapopolazione, piuttosto che la sterilità conseguente ai rapporti gay; infine bisognerebbe cominciare a parlare dei ‘piaceri del letto’ così come, con indulgenza, si parla dei ‘piaceri della tavola’)” (Pagina 41). Purtroppo, come Buffoni fa notare, “l’avversione si ergeva su una matrice di ordine religioso – dunque irrazionale e dogmatica –”, e a tutt’oggi pure! E ancora: “Un punto essenziale, insisteva Shelley, era la costante menzione della condanna biblica: la pena capitale era prescritta dal Levitico (20,13). Un versetto che veniva sempre citato dai giudici nel momento in cui infliggevano la pena. Al punto che si faceva vanto della superiorità cristiana nei confronti di altre religioni, proprio per mostrare quanto coerenti fossero i giudici che condannavano i sodomiti.” (Pagina 77).

Si pensi che “Se nel 1967 l’Inghilterra entrò finalmente nella modernità, la Scozia mantenne in vigore il reato di omosessualità tra adulti consenzienti fino al 1980. […]. sarà soltanto nel 1990, per esempio, che il più grande poeta scozzese del Novecento, Edwin George Morgan (1920-2010), avrà il coraggio di fare coming out, dopo decenni di allusioni poetiche all’io narrante e al ‘suo tesoro’ che si rincorrono tra i boschi attorno a Glasgow”. (Pagina 152).

 

Personalmente non sapevo molto delle persecuzioni riservate agli omosessuali nel Regno Unito dell’Ottocento, e anche del Novecento. La lettura di questo libro mi ha aperto un mondo in gran parte sconosciuto. Della schiavitù so tutto (si fa per dire) ma di questa altrettanto grave forma di razzismo, che è l’omofobia, sapevo poco. Mi ha stupito il numero 1980 che ho riportato poco sopra! Era ieri…

Quello che mi preoccupa è che so, per conoscenza diretta, che ci sarebbe qualcuno in Italia (ovviamente nell’ambiente cristiano-cattolico) che non ci penserebbe due volte a far sì che l’omosessualità tornasse ad essere un reato!

Consiglio vivamente la lettura di questo libro.



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