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Il segno del labirinto

Poesia

Sandro Montalto
La Vita Felice

Recensione di Roberto Maggiani
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Pubblicato il 13/09/2013 12:00:00

 

La poesia di Sandro Montalto non è comoda, è indubbiamente impegnativa; volendomi attenere a un aggettivo derivante dal titolo, direi che è labirintica. E con ciò ho allontanato il dubbio che si tratti di cattiva poesia, soprattutto se andiamo a considerare che Montalto non è nuovo alla scrittura in versi e all’ambiente della poesia, ben conosce gli stili e le scritture che l’hanno preceduto e che gli sono contemporanee; l’autore non è uno sprovveduto e la sua scelta di complessità compositiva e contenutistica è una scelta di poetica ben precisa e ragionata. Dunque il lettore che si avvicina a questo libro è un tipo di lettore che, a una prima e forse casuale apertura, rimane incuriosito dalla complessità preannunciata dall’immagine di copertina; è una scrittura che va scelta, così come si sceglie di riflettere su sé stessi e su ciò che accade alla nostra esistenza o all’esistenza di chi abbiamo vicino, in ogni caso si tratta di una scelta ragionata, voluta, talvolta coraggiosa, quando si tratta di una riflessione capace di mettere a fuoco le conseguenze di valori e disvalori.

In questo libro la scrittura scorre sull’orlo dell’esistenzialismo e scandaglia a fondo le principali tematiche umane, tra cui l’amore e l’incapacità di congiungersi veramente, talvolta, con il soggetto del proprio interesse affettivo, o, molto di più, con l’esistenza stessa, la quale, con le sue dinamiche, che tutti ben conosciamo, crea disagio. L’autore fa questo ricorrendo a costruzioni simboliche e figurative, sono vere e proprie architetture di pensiero, innalzate ricorrendo ad equilibri ed incastri tra aggettivi e sostantivi, i verbi ne sono una parte meno evidente, ma ovviamente sostanziale, gli architravi.

Nel suo dire simbolico, la poesia, non deve mai abbandonare la strada della realtà e, dunque, dell’esperienza umana, quest’ultima va posta, semmai, a fondamento di tutta la costruzione. Infatti, una poesia eccessivamente scollegata da una soggettiva interpretazione della vita, o che in qualche modo non si agganci all’universalità di una particolare esperienza di vita, in modo tale che possa consegnare ad ognuno, ogni lettore, una chiave immediatamente deducibile dalla propria consapevolezza esistenziale, non può essere considerata, a mio avviso, poesia – con ciò dichiaro la necessaria e oggettiva universalità del verso poetico. Non è certo il caso di Montalto, il quale in questo libro, affondando i paletti soggettivi/oggettivi della poesia nel minimo comune terreno (per prendere in prestito il concetto matematico del minimo comune multiplo) in cui avviene l’esistenza di ogni individuo, indica al lettore la strada nel proprio labirinto interiore di visioni, esperienze e ricordi, costringendolo, come se sulle pagine del libro roteasse un vortice, ad entrare nella sua (di Montalto) multiforme proposta cognitiva, ma fornendogli una via di uscita: basta rimanere fissi su un segno, che è la chiave di risoluzione del labirinto, e cioè sulla poetica dell’autore, intendo cioè affermare che è sufficiente tenere nella mente l’idea che stiamo viaggiando nel mondo della poesia, e dunque, a causa della sua universalità, essendo essa peculiarità di ogni individuo umano, per mezzo di un misterioso processo di osmosi, si passa dal labirinto dell’autore al nostro personalissimo labirinto, di cui sappiamo venire a capo per la familiarità che ne abbiamo; ecco così che la soggettività di queste poesie è anche la loro universalità, e diventa la nostra sola possibilità di salvezza e di uscita dal labirinto; l’esperienza dell’autore diventerà magicamente la nostra, basta rimanere al suo fianco, come se fosse il fianco del Sommo Virgilio, in tal modo il viaggiatore/lettore attraversa i versi fino alla soave levità della Poesia. Giunti a conclusione della lettura del libro si ha la sensazione di aver affrontato un viaggio impegnativo e rischioso, ma al termine del quale si allinea allo sguardo il fiorire di una rinnovata dolcezza. Il poeta ha come scaricato il fardello del proprio disagio esistenziale e lo depone sulla soglia d’uscita del labirinto, e noi con lui; non ci vorrà molto ad accorgersi di aver viaggiato nell’universale bellezza della poesia attraverso, come sopra detto, un nostro personale labirinto che il poeta ha magistralmente costruito per noi; questo, a mio avviso, è il compito dello scrittore: costruire la scena in cui il lettore possa andare in scena.

 

*

 

Così t’inventi un viaggio

ubriaco timone delle tue notti

in cui gli occhi impazziscono di moto

e di vuoto di realtà.

I sogni non bastano,

dicono di scatole aperte

di esistenze ad ogni costo.

 

Così, accartocciata montagna cerebrale

non hai più motivo d’essere

in questo mondo appeso ai fili

protetto dal sipario

crollato in nostalgia.

 

 

(bilancio)

 

L’importante, oggi, è questa mosca sul vetro

e non so se percepisce la morte,

se immagina la fine del vetro, l’altra faccia,

o se si sfreghi solo le zampette

per fuggire l’idea della trasparenza.

 

Vaccino sono io, che assisto,

che potrei donarle la realtà,

ma le lascio il mondo come desiderio.

 


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