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La bellezza non si somma

Poesia

Roberto Maggiani (Biografia)
Italic

Recensione di Franca Alaimo
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Pubblicato il 28/02/2014 12:00:00

 

La bellezza non si somma di Roberto Maggiani è un libro compatto e cristallino, nato da uno sguardo tenero e innamorato verso tutte le cose della terra e del cielo, nel cui cuore Maggiani trova la presenza divina, testimoniata soprattutto dalla Bellezza.

E, siccome, come direbbe Dante, la Bellezza si squaderna per ogni dove, ne consegue quell’attenzione (rivelatrice sia di una forma mentis di stampo scientifico che della tensione di una vivida spiritualità) nei confronti anche dei dettagli, letti come minuscole ma in sé perfette epifanie. Infatti, certe descrizioni sono così minuziose da richiamare il motto latino “ut pictura poesis”, come potrebbe dirsi a proposito di quella di una lucertola inserita nel testo “Regni”, che sembra tradurre in parole l’illustrazione di un manuale scientifico; e però, ad arginare il rischio di una caduta nel mero descrittivismo, per quanto prezioso possa apparire, è il loro valore metareale che le trasforma in simboli di una ricerca sulla provenienza e sulla destinazione, attraverso la quale misurare e spiegare la trama dei rapporti fra le creature tutte, e tra esse e la divina energia.

Al vertice della Bellezza Maggiani pone, direi biblicamente, il corpo umano. L’indugio amoroso sui dettagli (le dita dei piedi, le unghie, il bianco della pianta, le vene, le caviglie) costituisce lo strumento più adatto ad esprimere la stupefacente architettura dell’insieme. In “Ritratto” (a pagina 20) è la considerazione della perfezione a trasformare un corpo maschile (non si può, nel leggere questi versi, non pensare alla statuaria greca d’età classica e di conseguenza al Rinascimento) in un altare sul quale compiere i riti della sessualità. Lo sguardo rivolto alla nudità, simile a quello di un autore erotico come Kavafis, si trasforma in contemplazione, coincidendo esso con uno spazio sacro (appunto come un tempio) nel quale il Tutto si raccoglie e differenzia nei suoi elementi: mare, cielo, frutti, semi, a cui via via sono paragonate quelle così amate membra. Così nei versi: “Nel tuo preciso ansimare si solleva il cielo”, Maggiani canta il ritmo cosmico battuto dal cuore come anche l’estasi “divina” del piacere amoroso.

Dunque, ancora una volta, Maggiani dichiara allo stesso tempo fedeltà alla scienza ed alla poesia, al di là del pregiudizio di una loro impossibile alleanza linguistico-creativa, trovando il punto d’incontro nell’experiri, che dalle superfici delle cose risale sia alle leggi che le regolano, sia al loro intimo mistero, approdando alla totalità della Sapienza, a quell’Intelletto d’amore, che ancora una volta ci riconduce alla visione dantesca.

A testimoniare questa continuità e duplicità dell’experiri è l’abbondanza delle similitudini, le quali, pur servendo, secondo gli scopi della retorica, ad accostare fra loro somiglianze di cose lontane con effetti di dilatazione spazio-temporale, si fondano sul valore simbolico-metaforico del reale e, ancora una volta, sullo stupore che suscita la sua bellezza fino al punto di non potere essere descritta che rimandando ad altro.

Da qui si origina l’accumulo, in questi testi, delle cromie più abbaglianti e quasi mistiche dell’oro e dell’azzurro, nel tentativo di ricreare certi istanti irripetibili del giorno e della notte, ma sottilmente ombrate dal sentimento della precarietà (di certo il più congeniale alla Bellezza), che assume come emblema il mare, la cui mutevolezza acquorea e cromatica diventa la scena vasta ed aperta che accompagna il cammino umano e spirituale dell’autore.

Infatti la silloge di Maggiani, attraverso la frammentazione dei testi, ora brevi ora lunghi, mentre ricostruisce un itinerario concreto in altre terre, diventa metafora di un parallelo percorso filosofico-religioso. Dominante è il paesaggio portoghese, sebbene non sia l’unico, con i suoi porti, la musica, la natura, la storia, e, soprattutto, il respiro dell’Oceano, che, quando è in burrasca, fa risuonare nell’orecchio del lettore, in versi di grande effetto musicale, il cigolio dei cavi d’ormeggio e delle sartie, il rumore della pioggia che cade sull’acqua, la voce del vento, il ritmo della milonga.

Il viaggio, che spinge a usare tutti i sensi per esplorare e conoscere e che mai esaurisce il suo fascino e la voglia di proseguire, che, mentre accresce il sapere, espande il desiderio di ciò che non è ancora visibile o udibile, è anche, però, un’ammissione dello smacco conoscitivo dell’uomo.

Infine, Maggiani approda alla socratica conclusione di sapere di non sapere: e, tuttavia, nell’accoglimento del limite, fa di quest’ultimo la piattaforma del salto amoroso verso Dio, destinatario di uno dei testi più coinvolgenti, in cui l’autore riassume la posizione intellettuale che informa la silloge e che gli permette di considerare la poesia come uno strumento d’indagine della dimensione metafisica a partire dalle cose concrete e, nonostante la consapevolezza del rischio (noto a lui come ad ogni altro uomo) di non sapere e potere ascendere al Mistero, finendo con il misurarlo e circoscrivere in canoni troppo umani.

I versi che così recitano: “Ti cerco instancabilmente / ed è solo per la nostalgia che ho di te / che scrivo poesie” costituiscono una dichiarazione di poetica che pone al centro del desiderio conoscitivo come del gesto creativo proprio il concetto di limite, così che, come ci ha insegnato Leopardi, l’infinito si genera dal finito.

Un testo emblematico in questo senso è a pagina 35, in cui Terra e Cielo appaiono uniti dalla contemporaneità di due diversi eventi. In realtà il testo si svolge secondo una linea descrittiva attenta, come al solito, ai dettagli di una scena che appare agli occhi in un determinato luogo e in una determinata ora; ma, improvvisamente, nell’ultima strofa, dopo avere focalizzato un uomo che si immerge, nelle prime ore del mattino, nelle acque di una piscina; l’attenzione del lettore viene spostata sul lontanissimo Marte, dove, intanto, sta atterrando la sonda spaziale Curiosity.

Ora è proprio questo rapido accostamento a sottolineare il loro iscriversi nell’enigmatica estensione dello spazio e del tempo. Del resto, sostiene Maggiani, non solo è misterioso e talvolta inquietante ciò che infittisce l’enigma del distante, ma anche ciò che cade sotto i nostri sensi, tanto è vero che accanto al mondo organizzato a misura d’Uomo, senza andare lontano, esistono i “Regni” delle altre creature: quello degli uccelli, per esempio, o delle lucertole, o delle carpe, della cui visione del mondo nulla conosciamo.

Una tale lettura stratificata della realtà che dà luogo alla complessità della visione esistenziale di Roberto Maggiani, mi sembra efficacemente rappresentata dal testo “Energia-Fiamma”. Nella prima strofa un lessico prevalentemente scientifico descrive il mondo come una bolla di luce ed energia. Fin qui, appunto, giunge il processo conoscitivo linguistico-intellettuale dello scienziato, che, nel riassumere un sapere, si avvale di un’immagine tratta dalle sue osservazioni. Nella seconda strofa si fa strada il livello psichico-emotivo di chi conosce per intuizione, emozione e suggestione irrazionale: ed ecco il santone che cammina sulle braci, indifferente all’oggettività fisica del dolore. Il soggetto, infine, della terza strofa è l’energia creativa. Procedendo dal più grande al più piccolo (ma la bellezza non si somma, ricordiamolo!) l’autore si giudica come poeta, rivelando una certa scontentezza nel constatare il limite della propria poiesis, così da affermare: “Ho urgenza di penetrare il Cosmo – / ma non riesco ad andare così a fondo / (…) [parafrasando, non riesco a spingermi con le parole] / più in profondità – nei giacimenti – / non riesco proprio ad arrivare.”

Una tale dichiarazione rappresenta anche una presa di coscienza dell’impossibilità, al di là delle capacità personali, del linguaggio in sé di fronte a ciò che è incomunicabile. Al punto che il limite, piuttosto che una deficienza, appare come un segno della potenza di Dio: detto questo, è facile comprendere il poeta quando conclude che la sua poesia si origina dalla nostalgia di Dio, che è come dire dall’Essere che si sottrae alla morte, sconfiggendone lo scandalo. In questo senso Dio e poesia prima vengono accostati con una congiunzione per poi finire con l’identificarsi, per cui Dio è poesia e viceversa.

E, dunque, la vera conoscenza si colloca in un altrove a cui nessuna parola umana può giungere se non con un salto irrazionale e inspiegabile, simile a quello con cui ciascuno di noi passa dallo stato di veglia a quello del sonno: “Quando ti assopisci / c’è un momento in cui sussulti: / è breve il passo verso il mondo dei tuoi sogni – / basta un piccolo slancio – / un saltello oltre il fluire della veglia.”

 

 

www.robertomaggiani.it/la_bellezza_non_si_somma.asp

www.facebook.com/labellezzanonsisomma

 


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