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Cotone

Poesia

Martina Campi
buonesiepi libri

Recensione di Paolo Polvani
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Pubblicato il 12/12/2014 12:00:00

 

Ci s’incontra nei panorami

 

Accade a chi frequenti blog, siti, riviste letterarie, di imbattersi in saggi di critici catastrofisti che annunciano la definitiva dipartita della poesia. Allora è una vera fortuna fermarsi al rango di lettore, perché in veste di lettore mi capita di incrociare libri che al contrario proclamano che la poesia è viva e lotta insieme a noi, abita ancora qui, anzi è bello sapere che la praticano persone che conosci. Mi viene da pensare che questo accadrà ancora a lungo, a dispetto dei catastrofisti, e registrerà continui aggiustamenti delle modalità espressive, dei mezzi utilizzati e, si spera, anche del bacino di utenza.

Il libro di Martina Campi, Cotone, è di quelli che restituiscono fiducia nelle sorti della poesia, assicurano che la poesia ha un presente e probabilmente un futuro. E’ un libro che possiede una voce sicura e incisiva, una scrittura rarefatta che procede per approssimazioni, per avvicinamenti, per allusioni frammentarie, e si allinea con certi graffiti metropolitani, con le recenti espressioni della danza contemporanea, col fumetto raffinato, con certa sperimentazione in ambito musicale, un modo fresco, arioso, intelligente di restituire la contemporaneità. Penso alla bellissima Il silenzio delle finestre, con quella donna che urla da lontano, … - in un’altra sera / che è calda, grossa, rossa / sopra la biancheria, sopra la televisione / fatta a pezzi, oltre le finestre, pezzi di vetro dalle finestre.-

Una duplice notazione stilistica: il titolo posto, in alcune composizioni, al fondo della poesia, come se il testo non fosse altro che l’intento didascalico per giungere alla fulminante, compiuta bellezza del titolo: disegnata contro la notte, o anche: corridoi sotto gli ombrelli, o anche: mi affido ai cappelli, o anche: luoghi del parapiglia, e infine: ci s’incontra nei panorami. Inoltre rispetto a Estensioni del tempo, suo libro precedente, il verso si è allungato, s’indirizza ora verso una tensione narrativa i cui orizzonti si allargano fino a comprendere porzioni sempre più vaste della consapevolezza dello stare qui. Sono piccoli dettagli che parlano del lusso di un artigianato che è appannaggio esclusivo di una nicchia, e tuttavia possiede quell’autorevolezza adatta a indicare una strada, una possibile direzione per la poesia futura.

Nel libro precedente scriveva: - c’è qualcosa di doloroso nello scorrere -. Qui è la suggestione raggelante del freddo a suggerire un possibile percorso: - Tu sai questo freddo tu sai / o non sai questo freddo -. Emblematico del libro potrebbe essere il verso: -…e provare / un affetto incontrollabile per le cose -. Che propone questa non inconsueta parabola: dalla luce interiore che illumina la poesia di Martina si giunge a una sorta di struggimento, e infine a un disagio, a una sofferenza, a un progressivo straniamento. Per un eccesso di amore che diventa eccesso di incomprensione, di estraneità, di lontananza. Perché un eccesso di partecipazione, di adesione, non può che risolversi in questo: - allora, grazie di tutto, / grazie, eh, di tutto tutto. / E noi, tra poco, non saremo più qui -.

Le radici profonde di questa connessione affondano nella lingua, affondano in quell’affetto che è la sorgente primaria di questa poesia, attenta e consapevole di ogni piccolo incantesimo. - E poi, venirsene fuori con qualcosa / di completamente differente -. La struttura del libro ripete la scansione per capitoli del precedente Estensioni del tempo. Le ultime poesie manifestano una potente bellezza, rivelano la tentazione della disperazione, sebbene addomesticata da una parvenza di fredda ironia. – E poi perché ci vuole la calma, / sapete, ci vuole la sorrisa -. E’ un libro destinato a restare nel cuore del lettore. 

 


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