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Levania, n. 3/12 2014

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AaVv
Iuppiter Edizioni

Recensione di Gian Piero Stefanoni
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Pubblicato il 17/06/2016 12:00:00

 

Nell'editoriale d'apertura il direttore Lucrezi nell' introduzione al tema del numero, partendo dal presupposto che se un testo poetico è un oggetto linguistico, e storico, frutto dell'incontro di immagini e parole tratte da quel corpus, "carico di stratificazioni storiche" della lingua ed è pertanto "per sua natura" impersonale e tenendo sempre presente "la capacità di pensare simbolicamente l'antico" proprio delle immagini (nella doverosa sottolineatura "che è quanto di più vicino all'eterno è dato figurarci") auspica con forza la necessità di ripartire in distensione entro quel deposito di frequentazioni di spazi intermedi che queste convocano e che nella loro dimensione di "accoglienza di antiche figure la modernità ha disanimato". Ciò a ribadire ancora, nell'interrogativo se le figure e le forme che costituiscono il testo provengono dalla mente o da fuori (se "il lessico, la grammatica e la sintassi del mondo immaginale arrivano per saturazione o per svuotamento del sé dello scrivente?"), l'insufficienza in poesia della visione soggettiva e che dunque solo un suo "svuotamento", secondo Lucrezi, può favorire quell' attimo, nella immagine dialettica cara a Benjamin in cui, a partire dal presente, passato e futuro si illuminano a vicenda. Passando alla prima sezione dedicata alle "Scritture" ci imbattiamo subito tramite gli appunti del "Taccuino n. 3" con la figura preziosa di Stelio Maria Martini e che alla luce della sua recentissima scomparsa nel marzo scorso si presentano come una ulteriore, preziosa, testimonianza di una figura ricchissima per poliedricità di discorso e di un lavoro animato anche e soprattutto in un dibattito critico assai fertile nelle numerose riviste da lui cofondate ("Quaderno", "Ex", "Linea sud", "Continuazione", senza dimenticare la collaborazione con "Documento sud"). Giacché Martini fu valente critico oltre a possedere qualità di artista e poeta che ne fecero- e ne fanno ancora- uno dei principali esponenti della Poesia visiva (autore di uno dei primi libri d'artista verbo-visuali italiani, "Schemi" del 1962). In queste pagine sono riportate, dicevamo, notazioni che divise in quindici punti hanno il sapore di meditazioni etiche e civili (come le considerazioni sui rapporti tra totalitarismi e avanguardie estetiche , influenza del pensiero religioso sulla vita sociale ed istanze di libertà) mai svincolate dai rapporti artistici. Allo stesso modo, a dimostrazione di una mente fervidissima, pungolano le riflessioni su alcune letture filosofiche e percorsi di correnti storiche quali il surrealismo, sull'opera di Lucrezio, su Boezio, sul Manzoni, su Nietzsche (che gli rimase "crudo sullo stomaco" sempre eccessivamente enfatico, lirico), su scritture cinematografiche e musicali, giornalistiche. Seguono poi, nell'interessante modalità di presentazione volta per volta dei testi da parte di Lucrezi, poesie di Angelo Petrella e Mariano Bàino e di Franco Buffoni (che si presenta da sé) e che precedono lo scritto di Paola Nasti sul bel lavoro di traduzione della poetessa portoghese Ana Luisa Amaral di 100 poesie di Emily Dickinson rilevando (a riprova che in poesia le migliori traduzioni sono degli stessi poeti) come il "tradurre diventa: far gemmare da una poesia, da una lingua poetica, una poesia completamente nuova,espressa in un idioma poetico completamente altro- dunque irriferibile all'originale, alla fonte. Non più una poesia, ma due; che non si rispecchiano affatto; che si pongono una di fronte all'altra, non per specchiarsi ma per differire". E soprattutto, ci ricorda la Nasti, avendo davanti "nel farsi della traduzione" non più "l'inglese" ma "l'inglese" della Dickinson come non "il portoghese" ma il "portoghese" della Amaral recando nel nuovo testo la traccia del primo come punto di partenza. Interessante allora a seguire il cimento di alcuni autori (Luca Benassi, Carmine Falco, Bruno Galluccio, Eugenio Lucrezi e la stessa Nasti) di personali versioni dalle traduzioni della Amaral della Dickinson. Concludono la prima parte della rivista i testi poetici di Flavia Balsamo nella presentazione di Carmine De Falco e che dalla sezione "Scritture" consentono di passare alle pagine dedicate alle tavole di Carlo Bugli ( "AAHHRR" è il titolo facente parte di una serie intrapresa dall'autore per la propria casa editrice Katabolica) introdotte da Marco De Gemmis che ne avvicina il carattere ad alcuni testi poetici del Bugli stesso (che è anche poeta infatti) in cui "ti imbatti in entrambi i casi in segni che producono frastuono e in enti di nuovo conio (neocreature e neologismi), e vedi spazi in cui si affrontano disordine e ordine, segni di interpunzione e precipiti fiumi di parole, informe materia e teche rigorose in cui stanno corpi indefinibili creati da definite linee di contorno". Chiudono infine il numero le tante recensioni tra le quali segnaliamo volentieri quella della Papa Ruggiero su "Blumenbilder" di Giorgio Linguaglossa (Passigli, Firenze 2013), di Lucrezi su "Poetry music machine" di Marco Palladini (libro+cd, Onyx Editrice, Roma 2012) e di Palladini stesso su "Tutte le poesie"di Gianni Toti (Onyx Editrice, ebook scaricabile gratuitamente all'indirizzo http://www.onyxebook.com).

 


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