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La letteratura femminile all’inizio del Novecento.

Argomento: Letteratura

di Maria Grazia Ferraris
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Pubblicato il 11/02/2015 10:11:49

LA LETTERATURA FEMMINILE all’inizio del NOVECENTO.

All’inizio del Novecento in Europa pensano, scrivono donne di grande valore, come la statunitense Gertrude Stein, che a partire dal 1903 vive a Parigi, Simone Weil, la filosofa, di origine ebraica, la scrittrice inglese Virginia Woolf, che morirà suicida nel 1941…Diverse e inconfondibili, sono legate da una comune provenienza storica di appartamento e solitudine che finalmente trova il luogo e lo spazio per emergere ed esprimere il talento femminile a lungo taciuto nella scrittura. E così accade a scrittrici e poetesse geniali che occuperanno nella prima parte del secolo un posto unico ed inimitabile nella letteratura Novecentesca: Anna Achmatova, Marina Cvetaeva, Katherine Mansfield, Doroty Parker…. Praticano generi nuovi per una donna, scrivono opere varie, aperte, impegnate, sperimentali.
In Italia viviamo invece una situazione culturale attardata, in particolare per le donne. Sono le riviste che ospitano le prime firme incerte, frivole, leggere, delle donne italiane, che si occupano di galateo, articoli di igiene, cucina, moda…, ma anche scrivono un certo numero di articoli culturali e di interventi mirati ad analizzare le problematiche femminili legate al lavoro e alla sfera pubblica (M. Serao, la Marchesa Colombi…). Faticosamente e timidamente le donne provano ad affacciarsi alle tematiche letterarie, con la pubblicazione di novelle o di romanzi a puntate: un piccolo varco poco competitivo nell’ esperienza giornalistica. Su una linea più impegnata si pone, anche se con incertezze, scontando il ritardo culturale della situazione politica- sociale italiana la promettente Sibilla Aleramo, con il suo romanzo biografico: “Una donna” (1906)con un severo atteggiamento polemico e critico. Scriveva già nel 1906 anticipando posizioni controcorrenti di proto femminismo laico:

“ E incominciai a pensare se alla donna non vada attribuito una parte non lieve del male sociale. Come può un uomo che abbia avuto una buona madre divenir crudele, sleale verso una donna a cui dà il suo amore, tiranno verso i figli? Ma la buona madre non deve essere …. una semplice creatura di sacrificio: deve essere una donna, una persona umana.”

SIBILLA ALERAMO (alias Rina Faccio, 1876-1960) si presenta ancor oggi, a quasi cinquant’anni dalla morte, come una figura di donna complessa e inquietante, presa dai sentimenti, in una fusione completa di arte e vita, che si sono sempre fuse nell'esistenza di questa scrittrice che ha tratto dalla propria autobiografia, ricca di emozioni, abbandoni, avventure sentimentali, amori, tutto il materiale di cui scrive.
Figlia di un ingegnere piemontese, quando il padre andò a dirigere una fabbrica in una cittadina delle Marche trasferendovi la famiglia, si trovò adolescente a doversi inserire in un ambiente profondamente diverso dalla realtà cittadina della sua infanzia. Del difficile matrimonio dei genitori, che culminò con la pazzia della madre, si portò dentro una grande malinconia, una mancata identificazione con la figura materna e una idealizzazione, destinata ad essere inevitabilmente delusa, della figura paterna che, sotto forma di depressione, l’accompagnò per tutta la vita. La sua scelta di libertà senza remissione, nel tempo e nelle circostanze, fu a dir poco coraggiosa.
Si impegnò in campo giornalistico con interventi intorno alle tematiche relative alla emancipazione femminile, su testate quali "La Gazzetta Letteraria", "Vita Moderna", "L'Indipendente". Nel 1899 a Milano è chiamata a dirigere "L'Italia Femminile": è questo un periodo di mutazione e di formazione, intenso di rapporti all'interno del movimento femminile e del mondo letterario, a Roma prima e a Firenze poi, collabora al Marzocco. La sua teorizzazione fu quella di una sorta di mistica della femminilità, riassunta nel Diario:

…. Se fossi nata uomo, avrei forse per esso sofferto al pari di Leopardi…Donna ho portato al contrario questo vagheggiamento di una più alta femminilità come passione salutare, come una religione parallela, innestata a quella della poesia….”

L’osservazione dei comportamenti e dell’opera delle scrittrici a lei contemporanee la induce a scrivere sconsolata e stupita delle scrittrici di maggior grido( Neera, Amalia Guglielminetti), estranee ai problemi sociali e umani apertamente ostili al movimento per l’elevazione femminile. Nel 1919 scrive Il passaggio, uno dei testi importanti per il suo autobiografismo lirico, testo fondamentale per la sua vita consacrata all’inveramento del femminile, seguono: Andando e stando (1920) che raccoglie prose di viaggio e articoli vari, Amo dunque sono (1927), dedicato al suo amore per Giulio Parise,Gioie d'occasione (1930); Il frustino (1932)…L’esperienza giornalistica le fu sempre faticosa. Confessa in Amo dunque sono:
“Quando parlo delle mie difficoltà economiche, dei giornali che cercano o respingono la mia collaborazione, degli editori che danno compensi ridicoli, comprendo che chi mi ascolta presuppone sempre che tuttavia io abbia una base sicura, un cespite fisso, una rendita… difficoltà viene interpretato nel senso che non vi son danari per una pelliccia, per un alloggio migliore, per una cameriera…
A Parigi abitavo sulla rive gauche e soffrivo il freddo... e in patria frattanto l’Invidia, con multipli volti maschili e femminili, mi denigrava, negava all’opera mia ogni valore, insinuava che soltanto alla galanteria dovevo i miei successi in terra di Francia…”.

E’ giornalista MATILDE SERAO, (1856-1927), al Corriere del mattino di Napoli, a Roma nel 1882, al Capitan Fracassa, al Fanfulla della Domenica, alla Nuova Antologia e alla Cronaca bizantina. Inizia dal < Farfalla>, fondato a Cagliari da Angelo Sommaruga e passato a Milano nel ’77 come organo ufficioso del verismo e della Scapigliatura, e vuole affermarsi scrivendo e tentando faticosamente la sua strada senza aiuti. Diventerà, anche per la sua indipendenza intellettuale, l’esempio delle giornaliste italiane, oggetto di ammirazione ed imitazione. E’ sicura dei suoi giudizi, perfino aggressiva, come si evince da una lettera del ’77 a Gaetano Bonavenia conosciuto a Napoli:
“… come salute morale sono in un periodo di produzione febbrile da far paura: scrivo con una audacia unica, conquisto il mio posto a furia di urti, di gomitate, col fitto e ardente desiderio di arrivare... Ma tu sai che io non do ascolto alle debolezze del mio sesso e tiro avanti per via come se fossi un giovanotto”

A Roma nel 1882, collaborò al Capitan Fracassa,che era negli anni ottanta un giornale molto originale e gustoso, con vignette umoristiche, articoli di fondo vari e indifferetemente utilizzati (saggio di costume,letterario, novelle), collaboratori di livello che operavano su vari fronti: note politiche, resoconti mondani, cronaca, corrispondenza dalle province. Qui la Serao dimostrò la sua enorme capacità di lavoro e la sua instancabile disponibilità, conobbe Edoardo Scarfoglio,che sposò nel 1885 e dal quale ebbe quattro figli. Con il marito fondò il Corriere di Roma nell’86, che visse due anni di vita faticosa, spesso usato dal direttore come strumento di sfogo per i suoi rancori personali: contro la corruzione dell’amministrazione romana antidepretisiana o attaccava letterati un tempo amici come il conterraneo D’Annunzio passato a lavorare per la Cronaca Bizantina. Passò poi al Corriere di Napoli. Nel 1892, lasciato il Corriere, fondò sempre con E. Scarfoglio Il Mattino. Lo abbandonò nel 1904, dopo la separazione dal marito, per dar vita al Giorno, che diresse fino alla morte. Donna di grande dinamismo e di non comuni capacità giornalistiche, ebbe un posto di primo piano nella scena della vita napoletana tra i due secoli. La sua attività di scrittrice, iniziata all'insegna dell'ultimo Romanticismo e passata attraverso la lezione del naturalismo e del verismo, finì nei toni di uno psicologismo sottile e misticheggiante influenzato dall'opera di P. Bourget: il meglio di essa va ricercato nelle pagine che, in tono bozzettistico, ritraggono l'ambiente popolare napoletano, e nelle analisi psicologiche, particolarmente sottili per i personaggi femminili, come La virtù di Checchina,1883, che appartiene alla sua prima fase verista, una novella che ha per argomento la malinconica rinuncia all'adulterio da parte di una sfortunata moglie borghese, che salva la sua virtù solo per una serie di impedimenti e di occasionali contrattempi, dovuti alla sua miseria e alla timidezza. Il suo verismo è lontano da quello scientifico del Capuana e del Verga, è tutto nel realismo della precisione descrittiva degli ambienti e nella rappresentazione esatta dei caratteri, come nel Il ventre di Napoli, appassionata e disadorna descrizione delle miserie della sua città (1884). Nei romanzi successivi, Il paese di Cuccagna è l'opera di maggior impegno: uno spaccato di Napoli e delle sue diverse classi sociali, dai bassi ai palazzi aristocratici, unificati dalla passione per il gioco del lotto, la follia collettiva che travolge Napoli nella quale la Serao dà il meglio di sé nell’analisi drammatica di una città, della folla disperata che si affida alla speranza nella fortuna(1891). La crisi del Verismo degli anni novanta la porta ad aderire a tendenze mistiche e idealistiche in aperta polemica con il materialismo positivistico. Ne fanno parte gli ultimi romanzi: La ballerina; Suor Giovanna della Croce, tragedia di una monaca che deve reinserirsi nella vita civile, un romanzo senza amore, né sensuale, né romantico, vicenda triste di un amore che non si realizza.
Tra le scrittrici del periodo, oggi dimenticate, LA MARCHESA COLOMBI, (1840- 1920) al secolo Maria Antonietta Torriani, che ebbe un esordio del tutto giornalistico scrivendo per il Passatempo 1869, poi diventato il Giornale delle donne e La Donna, e che alla fine degli anni sessanta, orfana e sola, lasciò la casa novarese del patrigno e si portò a Milano, allora aperta al giornalismo e alla cultura, ricca di case editrici come la Treves, la Sonzogno, un ambiente ricco e impegnato, quello della Contessa Maffei, che teneva il suo salotto letterario, diventò amica di Carolina Cristofori Piva, l’amica del Carducci, la Lidia delle "Odi barbare", e di Anna Maria Mozzoni, la teorica e organizzatrice del movimento di liberazione della donna, con la quale si impegnò nell’ insegnamento, soffermandosi sull’importanza della letteratura e della lettura formativa. Non fu 'semplicemente' la prima giornalista a firmare sul "Corriere", ma una scrittrice vigorosa, che espresse quel sentimento di insofferenza nei confronti del dominio del maschio, che cominciava a manifestarsi nella società italiana del primo Novecento, soprattutto tra i ceti di più elevata estrazione, e che si concretò nelle prime lotte per l' emancipazione della donna: l' impulso dato all' istruzione superiore femminile, e l' attenzione costante riservata alle donne di più umile origine - le serve. Basta ricordare alcuni suoi scritti di pregio: Cara Speranza del 1888, In risaia, pubblicato da Treves nel 1878, Matrimonio in provincia del 1885…Continuò la sua collaborazione con giornali e riviste (Gazzetta letteraria e La letteratura e La stampa, Vita intima), tentando di fissare una continuità ed una mediazione tra i modelli giornalistici e la scrittura del racconto. Una personalità, impegnata, ricca, attenta, ironica e lucida, sobria, fondamentalmente malinconica.
Eugenio Torelli Viollier, che fu marito della Torriani, aveva da poco fondato il Corriere della Sera e cercava collaboratori. Fra di essi ci fu anche LA CONTESSA LARA, pseudonimo di Eva CATTERMOLE, ( Firenze 1849, Roma 1896), discepola di Dall' Ongaro, che collaborò a molte riviste e concluse la sua tumultuosa esistenza uccisa da un pittore, Giuseppe Pierantoni, con il quale conviveva. Per il Corriere scrisse articoli di Moda, lavorò con Il Pungolo e La tribuna illustrata,( Taccuino femminile, Il galateo della signora, Lettera aperta alle Signore) e continuò a comporre poesie. Fu lanciata dalla rivista romana Cronaca Bizantina di Angelo Sommaruga. (Versi, 1883; 1886; Nuovi versi, postumi, 1897). Assorbe poetiche vaghe, dagli scapigliati ai parnassiani bizantini e simbolisti, diventa una musa ispiratrice del D’Annunzio.
E' una delle ' tigri reali' , delle ' divoratrici di uomini' nella capitale chiassosa e licenziosa, convulsa e sfrenata negli anni ruggenti della ' belle epoque' . Fra amorose poesie decadenti, Evelina crea il suo personaggio di ' donna fatale' in una avventurosa collezione di amanti raccoglie anche artisti e scrittori. Il D’Annunzio a lei si ispira per il personaggio di Elena Muti nel Piacere: < sul damascato letto ampio e profondo/ ella al blandimento inverecondo/ da tutto il corpo freme il piacere>.
Riesce così a inserirsi nella pattuglia giornalistico-letteraria dominante i gusti della buona società d' allora (Scarfoglio, Panzacchi, Sbarbaro, Nencioni, Giacosa…) distinguendosi per il suo richiamo erotico, stimolando il gergo da romanzo passionale, la spregiudicatezza della delirante celebrazione della donna, dei suoi istinti e sensi. Muore tragicamente uccisa da un imbrattatele, squallido amante sfruttatore, nel dicembre 1896.
Donne diverse, ritratti e ambizioni antagoniste, legate al giornalismo come via maestra per giungere all’autonomia della scrittura.
premio Città di Pomezia, 2014

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