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Antropologia schilleriana e radici cristiane europee

Argomento: Storia

di Paolo Melandri
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Pubblicato il 09/07/2015 12:32:00

 

Autocoscienza e capacità di giudizio. Elementi di antropologia kantiana e schilleriana

 

 

What is difficult, is also beautiful, and good.

Beethoven

 

Coscienza di sé

         Come sostiene Immanuel Kant[i], che l’uomo possa avere una rappresentazione del proprio io, lo innalza incommensurabilmente al di sopra di tutti gli altri esseri viventi sulla terra. Perciò egli è una persona e, grazie all’unità della coscienza in tutti i mutamenti che subisce, una sola e stessa persona, cioè un essere del tutto diverso, per dignità, dalle cose, quali sono gli animali privi di ragione e di cui si può disporre ad arbitrio; tale è anche quando non può ancora dire «io», perché lo ha nel pensiero: così tutte le lingue, quando parlano in prima persona, debbono pensare l’io, anche se non lo esprimono con una particolare parola. «Infatti questa facoltà di pensare è l’intelligenza»[ii].

         È però importante osservare che il bambino che si esprime già abbastanza correttamente non comincia che relativamente tardi (forse un anno dopo) a usare il termine «io», mentre prima si serve, ovviamente, della terza persona («Carlo vuol mangiare, andare, ecc.»); quando incomincia a dire «io» sembra che una luce si accenda in lui e da quel giorno non tornerà mai più al precedente modo di esprimersi. Prima si limitava a sentire se stesso, ora pensa se stesso. La spiegazione di questo fenomeno potrebbe essere tutt’altro che facile per l’antropologo.

         Si osservi che il bambino, prima del terzo mese, non si esprime né col pianto né col riso; sembra che ciò dipenda dallo sviluppo di certe rappresentazioni di offesa e di ingiustizia che presuppongono la ragione. Il fatto che in questo periodo egli cerchi di seguire con gli occhi gli oggetti luminosi che gli sono presentati attesta il rozzo inizio del processo che comincia con le percezioni (apprensione della rappresentazione sensibile) per ampliarsi fino alla conoscenza degli oggetti sensibili, cioè all’esperienza.

         Più tardi, quando cerca di parlare storpiando le parole, egli intenerisce la madre e l’educatrice che continuamente lo vezzeggiano e lo baciano, ne soddisfano ogni desiderio e capriccio fino a trasformarlo in un piccolo tiranno. Questa amabilità della creatura umana nel periodo del suo farsi uomo è certamente dovuta alla sua innocenza e al candore anche delle sue espressioni manchevoli, prive di ogni infingimento e malignità, ma vi ha parte anche la tendenza naturale delle baby-sitter a vezzeggiare una creatura che si abbandona così amabilmente alla volontà altrui; questa è l’età dei giochi, la più felice di tutte, in cui l’educatore si fa, per così dire, egli stesso bambino e gode ancora di tanta piacevolezza.

         Ma il ricordo della propria infanzia non va molto in là in quel periodo; non è infatti l’età delle esperienze, ma soltanto delle percezioni disunite, non ancora raccolte sotto il concetto dell’oggetto.

 

Educazione e capacità di giudizio – l’ingenuo e il sentimentale

Vi sono istanti nella nostra vita in cui dedichiamo una sorta di amore e di commosso rispetto alla natura nelle piante, nei minerali, negli animali, nei paesaggi, così come alla natura umana nei bambini, nei costumi del popolo contadino e del mondo primitivo, e non perché essa ristori i nostri sensi, e neppure perché appaghi il nostro intelletto o il nostro gusto (anzi, spesso può accadere il contrario dell’una e dell’altra cosa), ma unicamente perché essa è natura. Ogni uomo che sia minimamente raffinato e non difetti totalmente di sensibilità può farne esperienza passeggiando all’aperto, vivendo in campagna o indugiando presso i monumenti dei tempi antichi; in breve, quando in condizioni e situazioni di artificio rimane stupito dalla visione della natura nella sua semplicità. E questo interesse, non di rado elevato a bisogno, sta al fondo della nostra passione per i fiori e per gli animali, per i semplici giardini, per le passeggiate, per la campagna e i suoi abitanti, per i molteplici prodotti della lontana antichità e per altre cose ad esse simili, a patto che non entrino in gioco affettazione o altri casuali interessi. Un simile interesse per la natura si manifesta però solamente a due condizioni. È in primo luogo assolutamente necessario che l’oggetto che ce lo infonde sia natura, o almeno sia da noi considerato tale, e in secondo luogo che sia ingenuo (nel significato più ampio della parola), vale a dire che la natura stia in contrasto con l’arte e la vinca. Solo quando quest’ultima condizione si combina alla precedente, e non prima, la natura diviene l’ingenuo.

         Da questo punto di vista la natura non è altro per noi se non la vita spontanea, il sussistere delle cose per se stesse, l’esistenza secondo leggi proprie e immutabili.

         Questa «rappresentazione» è assolutamente necessaria per avvertire interesse verso simili fenomeni. Se si potesse conferire a un fiore artificiale l’apparenza della natura con il più perfetto inganno, se si potesse spingere l’imitazione dell’ingenuo nei costumi fino all’illusione più perfetta, la scoperta che è un’imitazione annienterebbe del tutto il sentimento di cui si sta parlando[iii]. Da ciò risulta chiaro che un simile compiacimento verso la natura non è estetico, bensì morale, essendo mediato attraverso un’idea, e non generato immediatamente dall’osservazione; inoltre non si rivolge alla bellezza delle forme. Che cosa avrebbero di così piacevole per noi anche un semplice fiore, una fonte, una pietra ricoperta di muschio, il cinguettio degli uccelli, il ronzio delle api e altre cose simili a queste? Che cosa potrebbe dar loro diritto al nostro amore? Non sono questi oggetti, bensì l’idea da essi rappresentata ciò che noi amiamo in loro. Noi amiamo in loro la silenziosa vita creatrice, il sereno operare per se stessi, l’esistenza secondo leggi proprie, l’intima necessità, l’eterna unità con se stessi.

         Essi sono ciò che noi eravamo; sono ciò che noi dovremo tornare ad essere. Come loro noi eravamo natura, e ad essa la nostra cultura deve ricondurci attraverso la via della ragione e della libertà. Sono dunque rappresentazioni della nostra infanzia perduta, che rimane in eterno per noi la cosa più cara, e per questo ci colmano di una vaga tristezza. E sono al contempo rappresentazione della nostra perfezione più alta nell’ideale, e per questo ci donano una sublime commozione.

         Ma la loro perfezione non è merito loro, non essendo frutto della loro scelta. Ci donano quindi il piacere tutto particolare di essere nostri modelli senza umiliarci. Ci circondano come una perenne apparizione divina, ma ristorandoci più che abbagliandoci. Quel che costituisce il loro carattere è proprio ciò che manca al nostro per raggiungere la sua perfezione; ciò che ci differenzia da essi è proprio quel che loro manca per innalzarsi al divino. Noi siamo liberi, essi sono necessari; noi mutiamo, essi rimangono identici. Ma solo quando i due caratteri si congiungono tra loro, quando la volontà segue libera la legge della necessità e in tutti i mutamenti della fantasia la ragione afferma la sua regola, si ha il divino e l’ideale. In essi scorgiamo dunque eternamente quel che manca, ma verso cui tendiamo, e a cui, pur senza mai raggiungerlo, possiamo sperare di avvicinarci in un progresso infinito. Individuiamo in noi una superiorità che a loro manca e di cui o non potranno mai partecipare, come gli esseri privi di ragione, o potranno farlo solo percorrendo, come la fanciullezza, la nostra stessa strada. Ci donano quindi il più dolce godimento della nostra umanità in quanto idea, sebbene debbano necessariamente umiliarci rispetto a ogni stato determinato della nostra umanità.

         Essendo questo interesse per la natura fondato su un’idea, può manifestarsi soltanto in anime che siano sensibili alle idee, cioè in anime morali. Per la maggior parte degli uomini è una pura affettazione, e l’universalità di questo gusto sentimentale nella nostra epoca, in particolare dopo la pubblicazione di certi scritti, si manifesta in viaggi sentimentali, giardini dello stesso genere, passeggiate e altre simili inclinazioni, ma non è per nulla una prova della universalità di questo modo di sentire. Tuttavia anche all’uomo più insensibile la natura procurerà sempre qualcosa di questo effetto, poiché la disposizione alla moralità, comune a tutti gli uomini, è già sufficiente per questo e noi tutti, senza eccezione, per quanto grande possa essere la distanza dei nostri atti dalla semplicità e dalla verità della natura, nell’idea siamo sospinti verso di essa. Questa sensibilità per la natura si manifesta particolarmente forte e più universale nel rapporto con quegli oggetti che stanno in unione più intima con noi e ci consentono di gettare uno sguardo retrospettivo su noi stessi e su quanto di non naturale è in noi, come per esempio i bambini e i popoli bambini. Si è in errore quando si pensa che sia solo l’idea del loro essere privi di difese a far sì che a volte ci si soffermi a contemplare con tanta attenzione i fanciulli. Questo può forse essere il caso di coloro che di fronte alla debolezza umana sentono soltanto la propria superiorità. Ma il sentimento di cui stiamo parlando (e che si verifica solo in stati d’animo del tutto particolari e non va confuso con quello suscitato in noi dall’allegra attività dei bambini), è più umiliante che incoraggiante per l’amor proprio; e se si presentasse qui un vantaggio, non è perlomeno dalla nostra parte. Noi finiamo per commuoverci non perché contempliamo il bambino dall’alto della nostra forza e perfezione, bensì perché dalla finitezza del nostro stato, che è inseparabile dalla determinazione che abbiamo già realizzato, solleviamo lo sguardo alla sconfinata determinabilità del bambino e alla sua pura innocenza, e il nostro sentimento in una simile circostanza è troppo apertamente mescolato a una certa tristezza, per poterne disconoscere la fonte. Nel bambino sono rappresentate la disposizione e la determinazione, in noi il compimento, che resta sempre infinitamente inferiore a quelle. Il bambino è quindi per noi una viva presenza dell’ideale, non già dell’ideale compiuto, ma di quello proposto, e non è certo l’idea della sua debolezza e dei suoi limiti a commuoverci, bensì quella della sua pura e libera forza, della sua integrità, della sua infinità. Per l’uomo sufficientemente dotato di moralità e di sentimento, il bambino rappresenterà quindi un oggetto sacro, vale a dire un oggetto che attraverso la grandezza di un’idea annulla ogni grandezza dell’esperienza e che, qualsiasi cosa possa perdere nella valutazione dell’intelletto, riguadagna in misura superiore in quella della ragione.

         Proprio in questo contrasto fra il giudizio della ragione e quello dell’intelletto ha origine il fenomeno tutto particolare del sentimento misto, che fa nascere in noi l’ingenuità nel modo di pensare. Esso congiunge la semplicità infantile con quella puerile; mediante quest’ultima mostra all’intelletto il suo lato debole e suscita quel sorriso con cui esprimiamo la nostra superiorità (teoretica). Ma non appena abbiamo motivo di credere che la semplicità puerile è al tempo stesso una semplicità infantile, che la sua origine non è nella carenza d’intelletto, non è incapacità, ma una più elevata forza (pratica), un cuore colmo d’innocenza e di verità, che per intima grandezza disdegnò l’aiuto dell’arte, ecco che allora si dilegua il trionfo dell’intelletto e la derisione della puerilità si trasforma in ammirazione della semplicità. Ci sentiamo costretti ad apprezzare l’oggetto di cui prima abbiamo riso e, gettando nello stesso tempo uno sguardo in noi stessi, a rammaricarci di non essergli simili. Così nasce il fenomeno davvero particolare di un sentimento in cui convergono allegra derisone, rispetto e mestizia[iv].

 

Idealismo tedesco e scetticismo italiano – Sulla educazione

In questo secolo presente, sia per l’incremento del commercio scambievole e dell’uso dei viaggi, sia per quello della letteratura, e per l’enciclopedismo che ora è in uso, così che ciascuna nazione vuole conoscere più a fondo che può le lingue, le letterature e i costumi degli altri popoli, sia per la scambievole comunione di sventure che è stata fra i popoli civili, sia perché la Francia abbassata dalle sue perdite, e le altre nazioni parte per le vittorie, parte per l’aumento della cultura e letteratura di ciascheduna, sollevandosi, si è introdotta fra le nazioni d’Europa una specie di uguaglianza di reputazione sia letteraria e civile che militare, laddove per il passato dai tempi di Luigi XIV, cioè dall’epoca della diffusa e stabilita civiltà europea, tutte le nazioni avevano spontaneamente ceduto di onore alla Francia che tutte le disprezzava; per qualcuna o per tutte queste ragioni le nazioni civili d’Europa, cioè principalmente la Germania, l’Inghilterra e la Francia stessa hanno deposto (forse anche per il progresso delle scienze e dello spirito filosofico e ragionatore che accresce la razionalità e calma le passioni e introduce un abito di moderazione; e altresì per l’affievolimento stesso dell’amore e fervore nazionale, e in generale di tutte le passioni degli uomini)[v], hanno, dico, deposto gran parte degli antichi pregiudizi nazionali sfavorevoli agli stranieri, dell’animosità, dell’avversione verso di essi, e soprattutto del disprezzo verso i medesimi e verso le loro letterature civiltà e costumi, quantunque si voglia differenti dai propri.

 

Le radici cristiane dell’Europa

Erano tempi belli, splendidi, quelli dell’Europa cristiana, quando un’unica cristianità abitava questo continente di forma umana, e un grande e comune disegno univa le più lontane province di questo ampio regno spirituale. Privo di grandi possedimenti secolari, un solo capo supremo governava e teneva unite le grandi forze politiche. Una numerosa corporazione, accessibile a tutti, era direttamente soggetta a lui, eseguiva le sue direttive e cercava con zelo di consolidare il suo benefico potere. Ogni membro di questa associazione era onorato ovunque, e le persone comuni gli chiedevano conforto o soccorso, protezione e consiglio, e in cambio provvedevano spontaneamente e generosamente ad appagare i suoi molteplici bisogni, e trovava anche nei potenti protezione, considerazione e ascolto, e tutti avevano cura di questi uomini eletti, dotati di meravigliose energie, come fossero «figli del Cielo», la cui presenza e la cui amicizia procuravano vantaggi molteplici. Un’infantile fiducia univa gli uomini alle loro manifestazioni. Con quanta serenità ognuno poteva compiere il proprio quotidiano lavoro terreno, giacché questi santi uomini gli preparavano un avvenire sicuro, e ogni errore era da loro perdonato, ogni imperfezione della vita era da loro cancellata e chiarita. Essi erano gli esperti timonieri nel «gran mare ignoto»; sotto la loro vigilanza era lecito disprezzare tutte le burrasche e sperare fiduciosamente in un sicuro approdo, in uno sbarco sulla costa del patrio suolo[vi].

         Le più selvagge e voraci tendenze dovevano cedere al rispetto e all’obbedienza. Da loro emanava la pace. Non predicavano altro che l’amore per la santa e bellissima «Signora della Cristianità» che, dotata di forze divine, era pronta a salvare ogni credente dai più paurosi pericoli. Parlavano di uomini celestiali morti da tempo, i quali con la fedeltà e l’amore a quella beata Madre e al suo divino e gentile Bambino avevano resistito alla tentazione del mondo terreno, avevano ottenuto onori divini sino a divenire potenze benefiche e protettrici dei loro fratelli viventi, compiacenti soccorritori nel bisogno, avvocati delle mancanze umane ed efficaci amici dell’umanità davanti al trono celeste. Con quale serenità si usciva dalle belle riunioni nelle chiese misteriose, ornate di dipinti suggestivi, piene di dolci profumi, animate da musiche sacre e commoventi. Là si conservavano con animo riverente, in preziose custodie, le spoglie consacrate di antichi uomini timorati di Dio. Erano testimoni della bontà e dell’onnipotenza divina, della misericordia di uomini eletti, attraverso miracoli e simboli stupendi. Nello stesso modo certe anime amanti conservano ciocche o ritratti dei loro cari defunti e alimentano il dolce fuoco fino al ricongiungimento nella morte. Si custodiva con intimo fervore ciò che era appartenuto a quelle anime care, e tutti si dichiaravano felici quando riuscivano a ottenere o magari soltanto a toccare una reliquia così confortante. Di quando in quando appariva evidente che la grazia divina si era posata di preferenza sopra un quadro o un tumulo. Da tutte le regioni affluivano allora moltitudini con magnifici doni e lucravano a loro volta doni divini: la pace dell’anima e la salute del corpo. Questa pacifica e potente società cercava assiduamente di rendere tutti gli uomini partecipi della fede e inviava suoi emissari in ogni continente per annunciare il vangelo della vita e per fare del «regno dei cieli» l’unico regno di questo mondo. Giustamente il saggio capo supremo della Chiesa si opponeva a insolenti sviluppi delle capacità umane a scapito della mentalità sacra e a intempestive, pericolose scoperte nel mondo del sapere. Così vietava a audaci pensatori[vii] di dichiarare che la terra è un pianeta insignificante, sapendo bene che in tal modo gli uomini avrebbero perduto ogni stima non soltanto per la loro dimora e per la «patria terrena» ma anche per la «patria celeste» e per l’intera stirpe, e avrebbero preferito il sapere limitato alla fede infinita e si sarebbero abituati a spregiare tutto ciò che è grande e degno di ammirazione. Alla sua corte si adunavano tutte le persone savie e onorevoli d’Europa. Tutti i tesori affluivano là, la distrutta Gerusalemme si era vendicata e Roma stessa era Gerusalemme, la sacra residenza del governo di Dio in terra. Sovrani sottoponevano le loro controversie al padre della cristianità, ai suoi piedi deponevano le corone e la loro magnificenza, e persino si gloriavano, quali membri di quest’alta congregazione, di conchiudere la sera della loro vita tra le solitarie muraglie dei conventi. Quanto benefico, quanto adeguato all’intima natura dell’uomo fosse questo governo, questa istituzione, appare dall’enorme potenziamento di tutte le umane energie, dall’armoniosa evoluzione di tutte le attitudini, dall’immensa altezza raggiunta da singoli uomini in tutti i rami delle scienze della vita e delle arti e del commercio ovunque fiorente di merci spirituali e terrene, entro i confini dell’Europa e oltre, fino alla remotissima India.

         Ecco, questi erano i magnifici tratti essenziali dei tempi realmente cattolici o realmente cristiani. L’umanità non era ancora matura, non sufficientemente colta per questo splendido regno. Era un primo amore che si assopì sotto la pressione della vita economica; il suo ricordo venne soppiantato da apprensioni egoistiche; l’antico legame fu in seguito tacciato di imbroglio e follia e giudicato secondo posteriori esperienze; un primo amore dilacerato per sempre in gran parte d’Europa. Questa grande scissione interiore, accompagnata da guerre rovinose, fu uno strano indizio di come la cultura risultasse dannosa, almeno temporaneamente, al pensiero dell’invisibile, a una più alta cultura. Quel pensiero immortale non lo si può distruggere, ma si può turbarlo, paralizzarlo, sopraffarlo con pensieri diversi. La comunità umana, quando abbia una certa durata, attenua le inclinazioni, la fede nella propria stirpe, e si abitua ad assegnare tutti i suoi pensieri e le sue aspirazioni soltanto ai mezzi per ottenere benessere; i bisogni e le arti per soddisfarli si fanno più complessi e l’uomo nella sua cupidigia ha bisogno di così gran tempo per conoscerli e acquisire l’abilità necessaria a soddisfarli, che non gli rimane più tempo per il tranquillo raccoglimento dell’animo, per l’attento esame del mondo interiore.



[i] Immanuel Kant, Critica della ragion pura, a cura di G. Gentile e G. Lombardo-Radice, Bari, Laterza, 1910 (7a ediz. riveduta da V. Mathieu, 1958); a cura di G. Colli, Torino, UTET, 1957, p. 187.

[ii] Id., Congetture sull’origine dell’umanità, in Scritti politici e di filosofia della storia e del diritto di Immanuel Kant, tradotti da Gioele Solari e Giovanni Vidari, a cura di N. Bobbio, L. Firpo, V. Mathieu, Torino, UTET, 1965, p. 167.

[iii] Kant, il primo, per quanto io sappia, che abbia iniziato a riflettere su questo fenomeno, ricorda che se noi udissimo il canto dell’usignolo imitato fino al più alto grado di illusione e ci abbandonassimo a questa impressione con la commozione più profonda, con il dissolversi di questa illusione tutto il nostro piacere svanirebbe. Si veda il capitolo sull’interesse intellettuale per il bello nella Critica del giudizio estetico. Chi ha imparato ad ammirare l’autore solamente come grande pensatore, sarà lieto di incontrare qui una traccia del suo “cuore” e di convincersi personalmente, grazie a questa scoperta, dell’elevatissimo talento filosofico che ebbe quest’uomo (talento che esige nel modo più assoluto il connubio delle due qualità), molto al di là di qualsiasi rivalutazione à la page.

[iv] In una nota all’Analitica del Sublime (Critica del Giudizio estetico) Kant già distingue queste tre diverse componenti nel sentimento dell’ingenuo, dandone però un’altra spiegazione. «Qualcosa che somiglia alla connessione di entrambi (del sentimento animale del piacere e del sentimento spirituale di stima) si scopre nell’ingenuità, che è l’erompere dell’originaria sincerità naturale dell’umanità contro l’arte della finzione divenuta una seconda natura. Si ride della semplicità che non sa ancora dissimularsi, ma si gioisce anche della semplicità della natura, che gioca qui a quell’arte un tiro mancino. Si attendeva l’abituale ripetersi dell’espressione artificiosa e cautamente diretta alla bella apparenza, e invece è la natura incorrotta e innocente a mostrarsi, totalmente inattesa, e che anche colui che l’ha manifestata non intendeva rivelare. Che l’apparenza bella, ma falsa, che solitamente ha una grandissima importanza nel nostro giudizio, all’improvviso si muti qui in nulla e che ugualmente l’astuzia presente in noi stessi venga compromessa, suscita il moto dell’animo in due opposte direzioni consecutivamente, moto che al contempo scuote l’animo in modo salutare.

[v] Oltre a tutto il resto, la vita, l’immaginazione, e nella letteratura l’originalità e novità, insomma tutto quello che serve a nutrire la vita umana e a scacciare la noia, e ad occupare in qualche modo chi non ha bisogni, benché sia disugualmente distribuito, è però così scarso anche presso le nazioni che più ne abbondano, che tutte sono ora rivolte a raccogliere sarmenti per così dire da ogni parte per riparare alla freddezza che occupa di solito la vita moderna civile, e a formare delle poche fiamme sparse qua e là e insufficienti a ciascuno, come un fuoco comune che sia meno inferiore al bisogno che tutti hanno di calore, e a riunire insieme tutto quel po’ di vita che si trova in tutte le parti.

[vi] Alludiamo al tema, noto e consueto, della cosiddetta «patria celeste».

[vii] Come Giordano Bruno, Galilei e Copernico.


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