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La mano

Argomento: Filosofia

di Paolo Melandri
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Pubblicato il 20/01/2019 12:55:36

La mano

 

In maniera ben diversa si formerebbero le nostre parole, i nostri concetti e i nostri pensieri se il nostro corpo, invece di essere tagliato secondo una simmetria bilaterale, avesse cinque punte come la stella marina o sei petali come il giglio. Con un cervello articolato in modo conforme e con organi di struttura corrispondente, accoglieremmo in noi il mondo con un numero assai maggiore di percezioni e saremmo in grado di rispecchiarlo con più sottile fedeltà.

Come perderebbero valore le parole, se così fosse! Lungo le cinque direzioni della nostra conoscenza sensibile, diverrebbero insufficienti, ottuse, piatte. Ma come strani specchi possono raddrizzare oggetti in posizione sghemba, così fra tutte le nostre parole riacquisterebbe e rafforzerebbe il proprio significato una vecchia espressione, d'ogni mano: oggi diremmo d'ogni sorta. Mano è parola d'uso antico per significare “lato”, e poi fu anche usata per indicare i diversi generi o le diverse specie e categorie delle cose. Secondo natura, la scelta è sempre fra tra due. Così il compratore osserva la merce i cui diversi articoli sono esposti dinanzi a lui a man dritta e a mano manca. La locuzione d'ogni mano o d'ogni sorta, di significato collettivo, indica una quantità di cose e di forme indeterminate sulla cui genericità il linguaggio affila le proprie armi traendo da esse una parte della sua forza.

Del resto, anche la preposizione tra, che abbiamo appena citato, è spesso usata in maniera imprecisa e illogica, in luogo di fra. In senso proprio, ci si può trovare tra due oggetti, non tra più oggetti. Usiamo maggiore attenzione con i sostantivi intervallo (latino inter = tra) e distanza, i quali implicano sempre due limiti estremi. Ma cadiamo in un'altra imprecisione quando parliamo di intervallo tra diversi punti: il linguaggio della geometria esige chiarezza, e useremo più esattamente la parola distanza.

Certo, se volessimo misurare il linguaggio al centimetro, con il regolo calcolatore degli ingegneri e dei geometri, e se intendessimo usare il rigore e l'esattezza di cui abbiamo dato mostra poco fa, non riusciremmo a formare neppure una frase. La logica non è la dominatrice del linguaggio; gli è subordinata. Essa tiene insieme le parole come il cane da pastore tiene unito il gregge: non con rigore matematico, ma secondo la necessità richiesta dalla situazione. Il parlante è più o meno vigile nell'uso delle parole, a seconda del compito che gli è affidato. Così, in una semplice conversazione o in una lettera, descrivendo un viaggio o scrivendo una poesia, egli può benissimo parlare di distanza per indicare qualcosa che separa due punti qualsiasi: per esempio, una valle posta tra due cime montane. Il medesimo parlante sarà molto più rigoroso se userà la parola distanza nella sua professione di geometra, o di stratega, o di architetto.

Lasciamo dunque fluire la logica secondo l'impulso delle necessità; altrimenti, potremmo essere ascritti alla setta dei pedanti e degli iperscrupolosi, e facciamo bene a evitarlo. Ognuno conosce le sgradevolissime controversie in cui finiamo implicati quando ci imbattiamo in un interlocutore avversario che non ci lascia passare una sola delle nostre parole senza aver qualcosa su cui ridire. L'artificio prediletto da simili querulomani è il loro aggrapparsi alle parole non in vista del loro significato, ma secondo i meccanismi logici. In tal modo, essi raccolgono una messe inesauribile di possibili contestazioni, e sbattono sotto gli occhi dell'interlocutore le imprecisioni che in quanto tali si nascondono nel linguaggio. Ci si accorge che stratagemmi di tal sorta vengono usati per lo più da persone di per sé alquanto deboli nell'esercizio della logica; eppure, servono loro come puntelli di argomentazioni pericolanti. Sono giochi e trabocchetti che invece possiamo apprezzare in pazzi di alto lignaggio, in personaggi come Till Eulenspiegel; costoro, infatti, non se ne servono a proprio vantaggio, ma soltanto per dare evidenza alla sproporzione tra parole e cose.

E ritorniamo al punto di partenza, all'espressione d'ogni mano o d'ogni sorta. Ancora più vistosa del difetto logico di simile locuzione è la mancanza di autetica simmetria. Eppure la mano, fra tutti i nostri organi, è assunta a simbolo della simmetria. L'orientamento verso destra o verso sinistra è collegato senz'altro alle funzioni della mano, benché il piede, l'occhio, gli organi sessuali siano non meno simmetrici. Forse il rapporto di queste parti del corpo con l'immagine riflessa nello specchio è addirittura più profondo, per quanto più nascosto. Più che dalle mani, quel rapporto è realizzato dagli occhi: mentre essi, appaiati, si dividono in parti uguali la sensazione visiva, quest'ultima assume contemporaneamente un rilievo stereoscopico. La relazione con la specularità è accentuata in pari misura nella sessualità, per quel tanto che essa possiede di simmetrico. Ciò è spiegato con grande bellezza nel Simposio di Platone, che fa risalire l'origine dei sessi a un essere di massima compiutezza e unità, il quale è stato tagliato in due parti. Dopo tale separazione, le due metà divenute uomo e donna si cercano, nell'intento di riunificarsi. Per rimanere nel paragone con l'occhio, possiamo concepire l'amplesso amoroso come un atto stereoscopico – come fusione in unità secondo una dimensione superiore. Ciò che nell'ambito di quel paragone è il fenomeno della corporeità che si rende visibile grazie all'azione regolatrice della simmetria, nell'atto sessuale è il cancellarsi dell'esistenza individuale che entra nel dominio della creazione e dell'origine. La sospinge l'anelito alla felicità del Primo Giorno.

 

© Paolo Melandri (20. 1. 2019)


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