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Tutto sarebbe tornato a posto

di Giuseppe Grattacaso
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Pubblicato il 12/11/2010 12:00:00

È noto come gli scrittori di racconti in Italia trovino difficoltà a pubblicare le proprie opere e i più talentuosi vengano presto indirizzati da editor e case editrici verso la forma più commerciabile e remunerativa del romanzo. Ci sono meravigliosi racconti che evolvono inopinatamente in romanzi banali. Gli esempi sono sotto gli occhi di tutti. Eppure un racconto è un racconto, ha le sue regole, una forza espressiva che si spiega solo in quella forma concentrata. In un racconto tutto il superfluo è da scartare, non bisogna dilatare ma contenere. Come scrive Giulio Ferroni nel suo recente Scritture a perdere, “il racconto si fa carico della residua possibilità dello stile e della ricerca linguistica, cose che non hanno ormai più spazio nel romanzo”. Più la realtà è complessa, più il romanzo ce ne offre una visione illusoria. Ne deriva che i risultati migliori della narrativa italiana degli ultimi anni vengano proprio dalla forma racconto.
A tutto questo ho ripensato leggendo il bel libro d'esordio di Michele Cocchi, pistoiese poco più che trentenne, che si presenta al pubblico con la raccolta di racconti Tutto sarebbe tornato a posto, edita per i tipi di Elliot edizioni. Cocchi poggia il suo sguardo disincantato e onesto sulla realtà anonimamente quotidiana della vita di provincia, di cui ci racconta frammenti marginali, lontani dal clamore dei titoli gridati dei giornali e dalla propensione al noir che invade da qualche tempo gli scaffali delle librerie. Non si tratta di eventi che possono cambiare destini, nemmeno di avvenimenti emblematici, tali cioè da aprire squarci di significazione sulle nostre esistenze. Quelle raccontate da Michele Cocchi sono piccole storie che raccontano piccole esistenze alla disperata ricerca di un senso che spieghi la propria presenza e le proprie azioni nel mondo. Gli eroi di Cocchi sono spesso di fronte alla possibilità di compiere finalmente un gesto risolutivo, un atto che renda possibile una svolta, ma che alla fine non viene compiuto, resta un'ipotesi suggerita, al più finisce rubricata nella speciale casistica dei rimorsi.
È proprio in questa umanità normalmente fragile e altrettanto normalmente disperata che Cocchi legge uno dei segni più evidenti del nostro tempo abitato da individui soli, in qualche modo rassegnati a essere punti dispersi in un universo privo di senso. La scrittura di Cocchi non tende a mistificare o a consolare né a offrire una visione deformata e fittizia della realtà. Il suo modo di procedere, così come il mondo che racconta, è asciutto e semplice. In questo senso è evidente l'affinità con la prosa di Raymond Carver, che appare, particolarmente nei primi racconti, come un nume tutelare fermamente cercato. Del resto lo stesso racconto che dà il titolo al libro, ricalcando nella struttura e nel contenuto la novella Nessuno diceva niente, raccolta in Vuoi star zitta, per favore, primo volume di racconti dell'autore americano, si propone come un omaggio e una sorta di richiesta di affiliazione allo scrittore che più di ogni altro negli ultimi decenni ha segnato i destini della narrazione breve.
Cocchi, attraverso i volti dell'infermiera della nursery alla ricerca di una improbabile maternità, del bambino che vorrebbe un dialogo con il padre alcolizzato e la madre assente scoprendo che la felicità familiare è solo un ricordo, della donna che spinge la carrozzina del fratello ormai privo di ogni possibilità di comunicare col mondo ma con cui lei cerca un ulteriore punto di contatto, attraverso i suoi personaggi pronti a tirarsi indietro proprio nel momento in cui servirebbe un atto risolutivo, ci dice che la vita scopre il suo lato più vero in un caos fatto di attimi che non è possibile ricondurre ad unità e in una sofferenza da cui non è possibile sottrarsi.
La violenza, la drammatica incapacità di comunicare sono sottesi ad ogni atto, ad ogni parola dei personaggi, eppure non invadono mai la scena, non la inquinano. Una qualità anche questa della scrittura di Michele Cocchi.

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