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IN MORTE DI A. B.

di Pietro Menditto
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Pubblicato il 10/11/2011 08:20:24

Quando l'officiante avrà

estratto di prestigio dal cilindro

la ricompensa finale che ti aspetta

per averti assimilato alla carcassa

del nero morto di mosche e di fame,

a ogni anima che pia inghiotte e accetta;

quando la frusta teodicea avrà saturato

il tempio e di te sarà lo scempio ultimato,

io ti dimenticherò,

come non ti ho mai dimenticato.

 

Solo percorrerò l'ultima volta le strade

che assottigliavano la tua suola:

quelle che da via Battistessa portavano

alla scuola, via Tanucci, corso Giannone

o, se erano belli i tempi, via Turati,

via Alois, piazza Vanvitelli…

 

C'era un filo troppo corto, un nulla,

che non andava buttato, incomprensibile

e fu utilizzato, per te. Scese sul tuo giaciglio

come in altre case entra un raggio sensibile

di sole e posa sul viso confidente del figlio

illuminandone il sorriso.

 

In te si insinuò il  nylon celestiale

e il tuo passo, ogni tuo passo,

fu per noi lo scandalo, il rebus

del presentito assurdo oblio qui est in coelis,

che disegnò il taglio lupesco dei tuoi occhi,

forgiò la chiave che condannò alle pene

dell'inedia la tua fame del cosiddetto Bene.

 

Per questo io ti dimenticherò,

come ha fatto Dio:

non cresce salvezza memoria

che non possa dannare oblio.

 

Il filo per troppo tempo teso,

logorato si è diviso.

Nulla della tua vicenda d'ora

potrà dirci che l'arbitro fischia ancora

rigori che non esistono o punizioni

per svergognarlo alla moviola.

 

Angelo compagno di banco,

di un banco andato al macero

con tutti noi, Angelo perduto,

giocasti bene, ma l'arbitro era venduto.



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