Pubblicato il 12/07/2014 09:17:54
Resta saldo e, se puoi, prega, prega per tutti.
Il 12 luglio del 1935 nasceva a Roma Elio Fiore, finissimo e raffinato poeta nel cui percorso appartato scritta anche tutta una parte non secondaria e sofferta di un novecento doloroso ma sollevato- a partire proprio dalle memorie non rimosse di una Roma tragicamente ferita- entro una misericordia di incontri e di scrittura. Per quanto mi riguarda ho avuto la fortuna di conoscerlo personalmente attorno al 1998; non ricordo la data precisa, ricordo per la nitidezza che accompagn quellincontro, quella mattina fin dallapprossimarsi alla sua casa-rifugio tra la Gianicolense e Ponte bianco, in una parte della citt che ora, per domicilio, mi molto cara, mi molto vicina. Ci present un caro amico comune, lo storico dellarte Tommaso Casini, la cui famiglia gli era accanto da tempo. Ho sentito subito, tra quelle stanze, la stretta di una ferita invisibile che cristianamente condivideva con noi, in una malinconia di sguardo reclamante per tutti una carezza buona dal Padre. Questo ci accolse e questo ho sentito anche nellestate del 2002 quando ho saputo della sua scomparsa in una notte in cui, solo agli uomini, se n andato alle sue anime. Giacch, come accennato, in Elio convivevano i diversi volti di unItalia e di una Roma nello spirito e negli affetti smarrite, colpite seppur sempre umili, miti, buone. Nelle parole con cui mi si raccont, grazie a una capacit affabulatoria davvero rara, mi ha dato i suoi occhi e il suo mistero di ragazzino del 43 quando si ritrov di fronte alle famiglie strappate via dal ghetto, in quellesilio, in quella vastit del male che non lo avrebbe mai pi lasciato. Mi ha dato immagini e voci di poeti a noi tutti cari, a lui prossimi per frequentazione e affetto, amore ricambiato. Soprattutto, a me giovane poeta quasi agli inizi, mi parl di Ungaretti (mostrandomi la foto, a lui stesso donata, che ritrae il vecchio dAlessandria con Paolo VI in Vaticano), di Montale (ma poco, curiosamente) e di Sbarbaro. Di questultimo mi dimostr di avere appreso uno spirito della poesia che anche cura di chi incomincia, vicinanza, sprone. Come Sbarbaro fece con lui, mi ha dato ascolto, forza, valore nel tremore a cui il verso si deve affidare nellautenticit della pena e della luce, l dove la gioia separazione, distanza colmata. Chi crede non si perde: questo il senso del nostro scambio e di ci che mi scrisse a dedica dei testi che mi don insieme a Il cappotto di Montale, la sua opera pi riuscita (Myriam di Nazareth e una sua traduzione da Pound). Attorno libri, quadri, ritratti (tra i quali se non ricordo male un bella Magnani), foto sparse damici. Ci salutammo per risentirci qualche volta al telefono, a cui restava aggrappato in un tempo che poteva sembrare infinito, tanto il contatto che lo legava agli altri era per lui necessario, respiro duna comune mancanza (ricordo in particolare la gentilezza che ebbe una volta con la mia cara sorella Ginevra). Tutto in lui trasmetteva carit e amore, ma anche timore, vaghezza di smarrimento, che lui, amante di Maria, volse in fratellanza, in comunione danima. In questo, prima che poeta, davvero uomo e cristiano vero.
Vorrei allora qui ricordarlo con lintensa lirica (che non ha titolo) in cui raccontandosi svela lorigine della sua vocazione al canto.
Nellorto di mio padre, sovente rincorrevo farfalle, curavo il basilico e il rosmarino e gustavo gli odori dei bianchi capperi sul muro. Comerano altissime le volte degli Archi Felici! Mio padre zappava la terra accanto a una piscina bianca e azzurra di calce. Le nuvole ubbidivano al cielo, in forme strane, gigantesche. Ineffabili scoperte dei segreti delle formiche! Sulla via Casilina, sullampia strada della mia infanzia, a poco a poco, si svelavano tutti i giochi, tutti i riti.
Poi, dimprovviso un mattino del 19 luglio 43 tutto scomparve e rimasi per dieci ore sotto le macerie, abbracciato a mia madre. Non lo sapevo ma ascoltando il suo eterno grido, fu in quel momento che divenni poeta.
(Da Il cappotto di Montale, Allinsegna del pesce doro, Milano 1996).
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