Il piccione che ieri apriva le ali
riuscendo soltanto a strusciarle sul cotto
con uno sfregamento, un attrito di carta sul secco
da aquilone schiacciato da folate maligne,
rumore di stecco che dita segaligne
usano per incidere il vuoto in terra,
il piccione che picchiava sulle mattonelle
col becco
Mentre penso che se fondata
la reincarnazione siamo condannati
allinattualit, salita la sudicia rampa
che porta alla sconfinata terrazza
di uno dei palazzi pi grandi della citt
lo vedo che sente ancora pi prossima la fine.
Gonfio, il piumaggio variegato
dalla libert sulle altane e nel basso cielo
sopra linterdizione urbana,
col passo del gambero si ritira in un angolo
dietro lultima porta socchiusa
della gabbia delle scale quasi marcia.
Sente la morte come un mal di pancia
e strizza le palpebre, arretrando.
La vita lo sta lasciando come un maturo escremento
e la mia presenza lo disturba
mentre viene officiato
il rito mesto di un commiato senza fama.
Domani alla stessa ora lo trover stecchito
come un ghiacciato guanto imbottito
che il ferro finale non riuscito a stirare.
E una mattina qualunque, di un ottobre qualunque
che non potrebbe essere celebrato che nella
cabala vana di un soffiatore disperato.
Un piccione sta morendo perch il tempo
ha gridato pi forte nel suo cuore, lo ha
allargato per fare posto al signore del ghiaccio
e io ne descrivo la morte con parole senza futuro,
con una piet dubbiosa mentre una vespa,
una vespa scatta a destra e a sinistra
di fronte al muro sbiadito
precisa come il carrello
di una macchina da scrivere, cercando
chiss che e ogni tanto si blocca per un secondo
come se sul muro leggesse qualcosa di interessante,
se non parole finite una sapida sillaba
che merita una sosta o forse
la vespa con la punta sottile, invisibile
di un trapano disegna sul muro un alfabeto stellare,
una costellazione astrale mentre io so
che se le unissi con linee immaginarie
le stelle altere
nullaltro avrebbero da raccontare
in un angolo celeste
che una fine insignificante,
la tacita ma universale decomposizione,
del povero principe di una solitaria terrazza.
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