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Un viaggio in treno

di Gaetano Conti 

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Pubblicato il 08/06/2011 17:34:38

Ero partito presto da Firenze, quella mattina; dovevo essere a Milano entro le nove per un appuntamento importante. Sul marciapiede della stazione avevo notato un anziano signore che sembrava assorto nei suoi pensieri.
Salito in treno, me lo trovai di fronte nel mio stesso scompartimento. Eravamo soli. Il mio compagno di viaggio era piccolo, canuto, vestito di grigio, con due occhiali cerchiati di metallo. Stava albeggiando. La luce filtrava attraverso le tendine ancora chiuse e dipingeva i nostri volti di colori surreali. Come se parlasse a se stesso, l'uomo iniziò: " Avevo la sua stessa età quando partii in treno una mattina, a quest'ora, tanti anni fa". Solo per cortesia risposi: " Era un viaggio di lavoro?". Un sorriso amaro gli aleggiò sul volto: " Non proprio. Ero in un vagone piombato diretto a Dachau". Cominciò a quel punto a descrivere il campo di concentramento dove era vissuto per quasi due anni e come era riuscito a sopravvivere. Raccontò come era stato preso. Lo avevano arrestato, perché era ebreo. Tutto era accaduto nel novembre del 1943, in quel periodo terribile nel quale anche l'Italia sperimentò la persecuzione nazista. " Ero arrivato in quel luogo di disperati in una gelida domenica agli inizi di dicembre. Il giorno prima, in treno, era morto mio nonno. Mi misero in una baracca con altri cento deportati. In mezzo al campo, un'enorme costruzione con un grande comignolo da cui usciva un fumo acre. Il pranzo era uguale alla cena: un pezzo di pane ammuffito in una brodaglia nauseabonda. Conobbi un anziano ingegnere polacco che si affezionò a me: gli ricordavo suo figlio, come Lei mi ricorda me stesso di allora". Io arrossì balbettando, senza senso, un " mi dispiace".
L'uomo riprese a narrare la sua storia. Fu un susseguirsi di immagini agghiaccianti. Si fermava e ricominciava. Sembrava un film costruito a flash-back nel quale presente e passato si confondevano.
Il treno si fermò. Mi alzai e uscii nel corridoio per sgranchirmi le gambe; per qualche minuto persi d'occhio lo scompartimento, quando rientrai era vuoto.

Ma c'era mai stato qualcuno con me?       

 


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