Pubblicato il 11/06/2012 23:26:11
Jivi sutta allortu e trovai tri cucuzzi E pecch tri cucuzzi ? E quantu sinn ? Cincu cucuzzi E pecch cincu cucuzzi? E quantu sinn ? Sei cucuzzi. E pecch sei cucuzzi ? E quantu sinn ? U cuczzaru ! Giocavamo, seduti in cerchio davanti casa mia, nelle sere destate. Mio fratello, due anni pi grande di me e i figli dei vicini di casa. A me toccava di solito il ruolo dellultima cucuzza, mai del cuccuzzaro, essendo la pi piccola e non riuscendo a tenere il ritmo del gioco, non vincevo mai! Cos andavano le cose,le regole del gioco erano chiare, chi si distraeva e non rispondeva a tono: E pecch x cucuzza ? era eliminato e scontava una penitenza. Lultimo rimasto in gioco, diventava il cuccuzzaro e si passava al turno successivo. Il gioco era istruttivo oltre che divertente, ci insegnava a dialogare correttamente rispettando ognuno il proprio ruolo in unalternanza quasi ritmica. Parlavamo tutti in dialetto e nemmeno ci ponevamo il problema di farlo in italiano. I miei non se ne crucciavano, daltro canto, non che non conoscessero laltra lingua, semplicemente pensavano fosse compito della scuola metterci a conoscenza del fatto. Il primo ottobre 1969, strappata ai miei giochi e alla mia strada, che per la prima volta percorsi fino in fondo tenendo stretta la mano di mia madre, mi avviai verso la scuola. Distava solo qualche centinaio di metri da casa mia, ma io fin l non ci ero mai arrivata. Non si addiceva alle donne andarsene in giro da sole, lo sosteneva a spada tratta mia nonna, dalla quale ho ereditato il nome di battesimo, ogni qualvolta cercavo di allontanarmi. Io non mi sentivo una donna, in realt ero solo una bambina, ma quanto me lo facevano pesare! Varcai il cancello, serrandomi sempre di pi a mia madre. Il maestro ci aspettava sulla soglia. Impettito come un gallo da combattimento, pronto a saltarci addosso al primo sussurro fuori luogo. Parlava, anzi urlava in dialetto, pace allanima sua! Guardai mia madre, e vidi nei suoi occhi una nota di sconforto. Non piangere mi disse, e distolse lo sguardo. A me sembr di scorgere una lacrima nei suoi occhi, ma di sicuro sar stata una mia impressione. Mi lasci l, ed io non ebbi il tempo di domandarmi come mai, perch non mi riportava indietro, a quellorco avrei preferito sicuramente le suore, che fino a qualche mese prima avevo frequentato. Qualcuno mi afferr per il braccio e mindic la porta Erano altri tempi, altri giochi, un altro mondo. In quella scuola, seduta tra quei banchi, imparai a leggere (a scrivere ci sto ancora provando). Da quei banchi guardavo la mia terra e presto seppi, era molto pi grande di quel che pensavo. Si estendeva a perdita docchio, ben oltre il campo di calcio, nel quale per inciso io non ci avevo mai messo piede, essendo il calcio uno sport da maschi! Del nostro Paese , la Patria come spesso usava enfatizzare il maestro, con unautorit e impeto quasi da gerarca fascista, avevamo una fotografia appesa in classe. Uno stivale, ed io la guardavo dal basso e mi sembrava la pi bella, ma non lunica, perch presto appresi che pi in l, cerano altre terre, altre lingue, altre persone, sicuramente altri giochi. Il mondo era grande e tutto da scoprire. E pecch tri cucuzzi? E quantu sinn?
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