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Alla penna

di Pietro Menditto
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Pubblicato il 24/07/2012 19:27:34

Scivola sulla carta quella punta e dispensa il nero più commovente del più riuscito arcobaleno e la mano è timorosa. Se avessero occhi le dita si volterebbero a guardarla per chiederle se l’hanno capita, se è proprio così che devono tenere lo strumento nobile della scrittura, ma non possono ed eseguono. Quella che prima era musica descritta guardando il cielo, cantata mentre nasceva, adesso deve farsi parola, parole giuste che dicano l’indicibile che sei e il cuore è fermo nella licenza di una sospensione d’amore e terrore. E il fruscio sul foglio...
    E come morbida, lubrica, lasciva  scivola a pattinare traducendo in volute notizie dall’orgoglioso Nulla e… chissà se è questo che volevo dire o la lingua mi ha preso la mano e guida la penna e fa quello che vuole. Ma questa penna è come un coraggio domato che nel silenzio mi asseconda e dove devo fermarmi mi fa fermare e dove più veloce devo imprimere significati prende un galoppo di vittoria struggente che si esalta ad ogni a capo. Scriviamo per non essere descritti e questo foglio che per la penna indomabile di me si imbeve –  non importa con quanta arte – della mia vita è una parte che resterà se non per sempre per questo momento umile come la semplice scenografia in cui un uomo sta lottando con l’oblio, l’unica vera morte, per fermare un poco di quel nulla che è lui; il momento che vive stringendo quello stilo che lo racchiude tutto, bambino, adolescente, giovane innamorato, adulto deluso ma vivo di e per tutto questo.
    Penna, scettro domestico, mio prolungamento, fallo pudico e ragionatore mai semplice esecutore; quello che sono, che penso, che non sono, che non penso ottengono la tua muta approvazione o il pudico diniego dalla soggezione che non ti priva della corona di vergine regina risoluta. Penna che mi aspetti, mai servile e ti scappucci e mostri una lingua d’oro regale, stilo di Merlino che si fa stile nella nera eleganza che riflette il vero meglio di ogni veritiero specchio, ancora una volta appaga questo silenzio che la notte intatto ha ceduto all’alba e dirigi la sinfonia di questo giorno scritta con il nero succo della perla nera che nelle tue viscere si scioglie e si fa seme che germoglierà sul bianco della semplice libertà della carta un po’ della mia, della nostra esistenza, stelo che hai rinunciato ai tuoi petali per ornarsi, a dire la vita, di quelli delle mie, delle nostre povere dita.



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