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Bambini a colazione

di Pietro Menditto
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Pubblicato il 19/11/2012 09:42:52

Il temporale si allontanava

con gli ultimi colpi di coda

come uno che ha fatto la sua sfuriata

e mentre se ne va ripassa a mente

quello che ha detto

e ogni tanto si ferma, voltandosi indietro

per mandare qualche ultima minaccia,

ultimatum, avvertimento, prima di richiudersi

la porta alle spalle e scomparire.

 

Noi ce ne stavamo in silenzio a letto

che è un’azione pesante

perché più lo nutri il silenzio

più questo ingrassa e il suo peso

diventa intollerabile

se non sei macrosplancnico come lui.

 

Il problema era che lo avevamo fatto

già alcune volte e non restava che

riposare sull’oblìo degli orgasmi

che d’oblìo sono fatti a garanzia

della loro fattoriale moltiplicazione.

 

La stanza però era giusta e così la casa

e venivamo da una mattina di merda

da una situazione di merda, in una città di merda,

tanto per fermarci alla storia più recente,

e la realtà mostrava nocche e muscoli superbi

contro le nostre  schiene disfatte

o più in generale le nostre disfatte.

 

In questi casi sempre si fuma un po’

e dopo un po’ ci si interroga

sul perché delle sigarette e si conclude

che è più facile  smettere un amore che il vizio

e si vuole stare male e tossire da perdere gli occhi

perché quella  casa che sogni da una vita

l’ha comprata uno che mangia bambini a colazione.

 

Anche quella che è con te c’ha i suoi problemi

e li vede sullo schermo del soffitto 

su cui scorrono come divi dell’accanimento

e sotto la sua pelle la cellulite sta avendo il suo

progressivo trionfo e le rughe non dovrebbero

accampare diritti vista la non vissuta giovinezza.

 

Qualcosa quindi si dovrebbe, potrebbe fare.

Mangiare bambini a colazione, p.es., rapinare

uno diventato ricco e famoso anche se o forse perché

canta con la voce di un’anatra e pagarsi una beauty farm…

 

Ma stanze come questa sono fatte apposta

per mantenere lo status quo.

Sono a buon mercato, sotto la finestra

hanno una sedia, un tavolino dall’unico cassetto

istoriato coi ‘ricordo’ di quelli di passaggio;

uno è persino scritto in un alfabeto fatto di

asterischi e forse della stanza ne parla bene.

Stanze come questa alle pareti esibiscono

le opere di tizi che nella sua  infinita fantasia

la morte elesse giovinetti per coglierli alla fine

nell’estrema  estenuazione del delirio d’essere artisti

e possiedono, se la sai vedere, la dignità di chi

per contrasto svergogna alto nel tribunale del cielo

il disonore di tutto il resto.

 

Stanze come questa sopravvivono al cataclisma

di ogni giorno e sono abitate dall’indispensabile.

Un tizio, una tizia e la visita di un temporale che

fa tanto rumore perché non ha niente da dire, perché

di stanze come questa non sopporta il silenzio e il fatto

che qualcuno le possa abitare senza lamentarsi.

 

Così ci massaggiammo un po’ la schiena

a vicenda, immaginammo di fare una doccia,

ne fumammo un’altra e con cautela lo facemmo

un’altra volta mentre dalla finestra il preistorico

odore della terra bagnata ci riportava a un altro

dopo-temporale come questo, ma dell’infanzia,

ormai sepolto sotto l’oblio nostro e quello del mondo intero.


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