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Ogni lettore, quando legge, legge sé stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

La scrittura del dio

di Jorge Luis Borges 

Proposta di Loredana Savelli »

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Pubblicato il 11/03/2012 16:49:33

Il carcere profondo e di pietra; la sua forma, quella di un emisfero quasi perfetto, perch il pavimento (anchesso di pietra) un po minore di un cerchio massimo, il che aggrava in qualche modo i sentimenti di oppressione e di vastit. Un muro lo taglia a met; esso, bench sia altissimo, non tocca la volta. Da un lato sto io, Tzinacn, mago della piramide di Qaholom, che Pedro de Alvarado incendi; dallaltro un giaguaro, che misura con segreti passi uguali il tempo e lo spazio della prigione. Al livello del suolo, una lunga finestra munita di spranghe taglia il muro centrale. Nellora senzombra, si apre in alto una botola e un carceriere logorato dagli anni manovra una puleggia di ferro e ci cala, mediante una corda, brocche dacqua e pezzi di carne. La luce entra dalla volta; in quellistante posso vedere il giaguaro.

Ho perduto il conto degli anni che giaccio nelle tenebre; io, che una volta ero giovane e potevo camminare per questa prigione, non faccio che aspettare, nella posizione della mia morte, la fine che mi destinano gli di. Con il profondo coltello di pietra ho aperto il petto delle vittime, e ora non potrei, se non per magia, alzarmi dalla polvere.

Il giorno prima dellincendio della Piramide, gli uomini che erano scesi da alti cavalli mi torturarono con ferri ardenti perch rivelassi il luogo dovera nascosto il tesoro. Abbatterono, davanti ai miei occhi, limmagine del dio, ma questi non mi abbandon e io rimasi silenzioso fra i tormenti. Mi lacerarono, mi spezzarono, mi deformarono, e infine rinvenni in questo carcere, che non lascer pi nella mia vita mortale.

Spinto dalla necessit di far qualcosa, di popolare in qualche modo il tempo, volli ricordare, nella mia ombra, tutto quel che sapevo. Notti intere consumai a ricordare lordine e il numero di certi serpenti di pietra o la forma di un albero medicinale. Cos andai debellando gli anni, cos rientrai in possesso di quanto era gi mio. Una notte sentii che mi avvicinavo a un ricordo prezioso; prima di vedere il mare, il viaggiatore avverte unagitazione nel sangue. Ore pi tardi, cominciai ad avvistare il ricordo; era una delle tradizioni del dio. Questi, prevedendo che alla fine dei tempi sarebbero occorse molte sventure e rovine, scrisse nel primo giorno della Creazione una sentenza magica, atta a scongiurare quei mali. La scrisse in modo che giungesse alle pi remote generazioni e che non la toccasse il caso. Nessuno sa in quale punto labbia scritta n con quali caratteri, ma ci consta che perdura, segreta, e che la legger un eletto. Considerai che eravamo, come sempre, alla fine dei tempi e che il mio destino di ultimo sacerdote del dio mi riserbava il privilegio di decifrare quella scrittura. Il fatto che un carcere mi circondasse non mi vietava tale speranza; forse io avevo visto migliaia di volte liscrizione di Qaholom e non dovevo che capirla.

Questa riflessione mi anim e poi mi dette una specie di vertigine. Nellambito della terra esistono forme antiche, forme incorruttibili ed eterne; una qualunque di esse poteva essere il simbolo che cercavo. Una montagna poteva essere la parola del dio, o un fiume o limpero o la configurazione degli astri. Ma nel corso dei secoli le montagne si livellano e il percorso di un fiume suole mutare, glimperi conoscono cambiamenti e la figura degli astri varia. Nel firmamento avvengono mutamenti. La montagna e la stella sono individui e gli individui sono caduchi. Cercai qualcosa di pi tenace, di pi invulnerabile. Pensai alle generazioni dei cereali, dei pascoli, degli uccelli, degli uomini. Forse nel mio volto era scritta la magia, forse io stesso ero il fine della mia ricerca. Ero in questo travaglio quando ricordai che il giaguaro era uno degli attributi del dio.

Allora la mia anima si riemp di piet. Immaginai la prima mattina del tempo; immaginai il mio dio mentre affidava il messaggio alla pelle viva dei giaguari, che si sarebbero amati e generati senza fine, in caverne, in canneti, in isole, affinch gli ultimi uomini lo ricevessero. Immaginai la rete delle tigri, il caldo labirinto delle tigri, spargere lorrore per i prati e tra le greggi perch fosse conservato un disegno. Nellaltra cella era un giaguaro; nella sua vicinanza ravvisai una conferma della mia supposizione e un segreto favore.

Dedicai lunghi anni a imparare lordine e la configurazione delle macchie. Ogni cieca giornata mi concedeva un istante di luce, e cos potei fissare nella mia mente le nere forme che macchiavano il pelame giallo. Alcune racchiudevano punti; altre formavano linee trasversali nella parte interna delle zampe; altre, a disegno anulare, si ripetevano. Forse erano uno stesso suono o una stessa parola. Molte avevano orli rossi.

Non dir la stanchezza della mia fatica. Spesso gridai alla volta che era impossibile decifrare quel testo. Gradatamente lenigma concreto che mi occupava minquiet meno che lenigma generale di una sentenza scritta da un dio. Quale tipo di sentenza mi chiesi costruir una mente assoluta? Considerai che anche nei linguaggi umani non c proposizione che non implichi luniverso intero; dire la tigre dire le tigri che la generarono, i cervi e le testuggini che divor, il pascolo di cui si alimentarono i cervi, la terra che fu madre del pascolo, il cielo che dette luce alla terra. Considerai che nel linguaggio di un dio ogni parola deve enunciare questa infinita concatenazione dei fatti, e non in modo implicito ma esplicito, non progressivo ma immediato. Con il tempo, lidea di una sentenza divina mi parve puerile o empia. Un dio riflettei deve dire solo una parola, e in quella parola la pienezza. Nessuna voce articolata da lui pu essere inferiore alluniverso o minore della somma del tempo. Ombre o simulacri di quella voce che equivale a un linguaggio, sono le ambiziose e povere voci umane tutto, mondo, universo.

Un giorno o una notte tra i miei giorni e le mie notti, che differenza c? sognai che sul pavimento del carcere cera un granello di sabbia. Mi riaddormentai, indifferente; sognai che mi destavo e che i granelli di sabbia erano due. Mi riaddormentai; sognai che i granelli di sabbia erano tre. Si andarono cos moltiplicando fino a colmare il carcere e io morivo sotto quellemisfero di sabbia. Compresi che stavo sognando; con un grande sforzo mi destai. Fu inutile; linnumerevole sabbia mi soffocava. Qualcuno mi disse: Non ti sei destato alla veglia ma a un sogno precedente. Questo sogno dentro un altro, e cos allinfinito, che il numero dei granelli di sabbia. La strada che dovrai percorrere allindietro interminabile e morrai prima di esserti veramente destato.

Mi sentii perduto. La sabbia mi rompeva la bocca, ma gridai: Una sabbia sognata non pu uccidermi, n ci son sogni che stiano dentro sogni. Uno splendore mi dest. Nella tenebra sopra di me si librava un cerchio di luce. Vidi il volto e le mani del carceriere, la ruota di ferro, la corda, la carne e le brocche. Un uomo si confonde, gradatamente, con la forma del suo destino; un uomo , alla lunga, ci che lo determina. Pi che un decifratore o un vendicatore, pi che un sacerdote del dio, io ero un prigioniero. Dallinesauribile labirinto di sogni tornai, come a una casa, alla dura prigione. Benedissi la sua umidit, benedissi il suo giaguaro, benedissi il foro della luce, benedissi il mio vecchio corpo dolente, benedissi la tenebra e la pietra.

Allora avvenne quel che non posso dimenticare n comunicare. Avvenne lunione con la divinit, con luniverso (non so se queste parole differiscono). Lestasi non ripete i suoi simboli; c chi ha visto Dio in una luce, c chi lo ha scorto in una spada o nei cerchi di una rosa. Io vidi una Ruota altissima, che non stava avanti ai miei occhi n dietro n ai lati, ma in ogni parte a un tempo. Quella Ruota era fatta di acqua, ma anche di fuoco, e (bench si vedesse il bordo) era infinita. Intrecciate fra loro, la formavano tutte le cose che saranno, che sono e che furono, ed io ero uno dei fili di quella trama totale, e Pedro de Alvarado, che mi fece tormentare, era un altro. L erano le cause e gli effetti e mi bastava vedere quella Ruota per comprendere tutto, senza fine. Oh gioia di comprendere, maggiore di quella di operare o di sentire. Vidi luniverso e vidi glintimi disegni delluniverso. Vidi le origini che narra il Libro della Trib. Vidi le montagne che sorsero dallacqua, vidi i primi uomini di legno, vidi i vasi che si ribellarono agli uomini, vidi i cani che lacerarono loro la faccia. Vidi il dio senza volto che sta dietro gli di. Vidi infiniti processi che formavano una sola felicit e, comprendendo ormai tutto, potei anche capire la scrittura della tigre.

una formula di quattordici parole casuali (che sembrano casuali) e mi basterebbe pronunciarla ad alta voce per essere onnipotente. Mi basterebbe dirla per abolire questo carcere di pietra, perch il giorno invadesse la mia notte, per essere giovane e immortale, perch il giaguaro lacerasse Alvarado, per affondare il santo coltello in petti spagnoli, per ricostruire la piramide e limpero. Quaranta sillabe; quattordici parole, e io, Tzinacn, governerei le terre governate da Moctezuma. Ma so che mai dir quelle parole, perch non mi ricordo pi di Tzinacn.

Muoia con me il mistero che scritto nelle tigri. Chi ha scorto luniverso, non pu pensare a un uomo, alle sue meschine gioie o sventure, anche se quelluomo lui. Quelluomo stato lui e ora non glimporta pi. Non glimporta la sorte di quellaltro, non glimporta la sua azione, poich egli ora nessuno. Per questo non pronuncio la formula, per questo lascio che i giorni mi dimentichino, sdraiato nelle tenebre.



(tratto da "L'Aleph", traduzione di Francesco Tentori Montalto, Feltrinelli, 1996)



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