[Estratto da: Testi buddhisti in sanscrito. a cura di Raniero Gnoli. Torino, UTET, 1983.]
JATAKAMALA
GHIRLANDA DELLE VITE ANTERIORI [DEL BUDDHA]
LA STORIA DELLA GRANDE SCIMMIA
I virtuosi non si affliggono tanto per le loro proprie sofferenze, quanto per la perdita di felicit cui vanno incontro coloro che li ingiuriano. Nel quale proposito si racconta la storia seguente.
Un tempo il bodhisattva era, si dice, una grande scimmia solitaria e viveva in una bellissima regione sulle pendici dell'Himalaya, scelto luogo di diporto dei geni. Il suolo aveva, come a dire, per unguento molti vari e lucenti metalli, cui lo splendore dei boschi e delle macchie formava una specie di sopravveste, come un mantello di seta scurissimo. Le parti maggiormente declivi erano molteplicemente variate di colore e di forma, tali da parer quasi finte ad arte, vagamente ornate da disuguaglianze e di curve. I ruscelli, che colle loro correnti, scivolavano al basso erano pi d'uno. Qua e l si vedevano profonde caverne e precipizi. Il ronzio delle api riempiva acutissimo l'aria e i vari alberi, coi loro frutti ed i fiori, erano accarezzati da una dilettevole brezza. Quivi viveva, come si detto, il bodhisattva. Ancorch scimmia, egli era pieno di gratitudine, ornato di una nobile natura e di una grande fermezza. La coscienza della Legge era in lui rimasta intatta. La compassione, quasi ne fosse innamorata, non lo lasciava un istante.
I. La terra, con le sue foreste, i suoi monti e i suoi mari perisce centinaia di volte, alla fine degli eoni cosmici, distrutta dall'acqua, dal fuoco e dal vento. La gran piet del bodhisattva non perisce mai.
Questo magnanimo dimorava, dunque, in questo luogo deserto, non altrimenti che un asceta, prendendo, per unico vitto, i frutti e le foglie degli alberi selvaggi e mostrando in pi modi la sua gran compassione per le creature che capitavano l dove stava e poteva. Ora un giorno avvenne che un uomo, vagando da ogni banda in cerca di una sua vacca smarrita, perse la strada e, avendo smarrito ogni sentimento delle direzioni, pervenne, errando via via, a questo luogo. Sfinito dalla fame, dalla sete, dal caldo e dalla fatica, bruciato di dentro dal fuoco dello scoraggiamento, costui si assise dunque ai piedi di un albero, quasi cedendo al troppo peso del suo smarrimento, quand'ecco scorse alcuni frutti di tinduka, che, maturi, erano caduti al suolo, giallissimi. Egli non esit ad assaggiarli e, per essere torturato dalla fame, trovandoli estremamente dolci, gli venne un grandissimo desiderio di conoscere la loro origine. Guardando tutto intorno egli vide infine l'albero cercato. Questo cresceva sul limite estremo di un precipizio. Il peso dei frutti maturi piegava in cima i suoi rami, che apparivano di un bel color giallo. Tirato dal desiderio di essi, quest'uomo, raggiunto il.limite del precipizio, riusc dunque a montare su di un ramo carico di frutti, che sovrastava giusto al dirupo, e, mosso dalla cupidigia, si spinse fino al limite estremo di esso.
2. Ma, ecco, questo ramo, che era troppo sottile, pieg per il peso eccessivo, e d'un tratto, come tagliato da un'accetta cadde gi strepitosamente.
Insieme col ramo, gi nel vasto precipizio montano, circondato, da ogni dove, da pareti di roccia, non dissimile da un pozzo, cadde naturalmente anche l'uomo. Ma, grazie al fitto fogliame che lo proteggeva ed alla profondit dell'acqua, egli non ebbe rotta nessuna parte del corpo. Quando, tornato a galla, ed accostatosi a tutti i lati, non vide tuttavia da nessuna parte alcuna via d'uscita, - in poco tempo - cominci a pensare - io morir per forza qui, senza rimedio, - e, senza pi speranza di sopravvivere, torturato dall'aguzza freccia dello scoraggiamento, cominci miserabilmente a lamentarsi. Lagrime di dolore umidi vano intanto il suo volto smarrito.
3. Ahim, caduto in questo dirupo selvaggio discosto dalla pratica degli uomini, chi, di grazia, ancorch cercandomi con ogni cura, potrebbe mai trovarmi, dalla morte in fuori?
4. Deh, caduto in questo abisso, come una fiera in una fossa scavata per catturarla, senza parenti ed amici, divenuto una sorta di abbeveratoio per le schiere delle mosche, chi mai, deh, riuscir a trarmi fuori?
5. Ahim, la notte - l'ultima - nasconder tra poco, davanti ai miei occhi, la varia sembianza dell'universo; nella fitta tenebra, non dissimile dalla notte della quindicina scura, io non vedr pi i giardini, i boschi, i pergolati, i fiumi, il cielo risplendente coi suoi gioielli di stelle, disseminati in ogni dove.
In siffatti ed altrettali lamenti, quest'uomo trascorse cos alcuni giorni nel fondo di quest'abisso, vivendo s dell'acqua e s dei frutti di tinduka caduti insieme con lui. Ora questa grande scimmia, girando per la foresta in cerca di cibo, capit un giorno proprio in questo luogo, invitata, per dir cos, dai rami di quest'albero di tinduka, agitati dal vento. Salita dunque su di esso e gettato lo sguardo gi per il dirupo, vide quest'uomo, che, inquieto, vi si dibatteva. Le sue membra erano pallide, smagrite, miserabili; il volto e gli occhi sfiniti dalla fame. Il miserissimo stato di quest'uomo mosse a piet la grande scimmia, la quale, senza pi curarsi del cibo, fiss attenta lo sguardo su di lui; e, in voce umana, disse:
6. -Tu ti trovi in questo precipizio inaccessibile agli uomini. Orb, dimmi, ti prego, chiaramente, chi sei e perch mai ti trovi laggi.
L'uomo, percosso dalla sventura, com'era, lev gli occhi sulla grande scimmia, e, inchinandoglisi col capo, disse, giungendo le mani:
7. Sono un uomo, o illustrissimo, un uomo che si smarrito, errando per la foresta, e che, desideroso di cogliere i frutti di quest'albero, si abbattuto in questa sventura.
8. Privo di parenti e di amici, io son caduto in questa gran calamit. O signore delle schiere delle scimmie, sii, ti prego, il mio scudo.
Il Grande Essere, udendo queste parole, fu preso da una gran compassione.
9. Un essere, caduto in una sventura, privo di parenti ed amici, che leva miserabilmente gli occhi su di noi, colle mani giunte, renderebbe pietosi anche gli stessi nemici: ma tanto pi scuote gli animi naturalmente pietosi.
Il bodhisattva, dunque, tutto pietoso, lo confort con parole affettuose, quali difficilmente ci si poteva aspettare di ricevere in tale congiuntura:
10. - Non ti affliggere pensando di aver perduto la tua forza, caduto in questo dirupo, o di essere senza alcun amico che ti aiuti. Ch, quanto questi potrebbero fare per te, io lo far tutto per te. E quindi non aver pi paura.
E, dette queste parole di conforto, il bodhisattva procacci innanzi tutto a quest'uomo frutti di tinduka e di altri alberi. Quindi, recatosi altrove, si mise a fare degli esercizi con una pietra del peso di un uomo, atti e ordinati al suo salvataggio. Resasi conto della misura della sua forza e accertatasi di essere in grado di tirar fuori costui dal dirupo, la scimmia, scese allora nel precipizio; e disse, spinta dalla compassione:
11. Ors, monta sul mio dosso ed aggrappati forte, s che io possa salvarti, e, insieme con te, quanto del mio corpo ha maggiore valore.
12. Questo, infatti, dicono i savi, l'unico valore del corpo che in s nulla vale, che, cio, esso pu essere usato dai buoni come uno strumento per il bene del prossimo.
L'uomo assent ed inchinatosi reverentemente, gli mont sopra.
13. Montato dunque da quest'uomo ed ancorch tormentato dal peso eccessivo, tant'era la sua eccellente natura, che, senza che la sua fermezza venisse mai meno, riusc, con somma pena, a trarlo in salvo.
14. E, salvatolo, egli fu sommamente contento; e la fatica avendo reso incerto e vacillante il suo andare, elesse, come giaciglio, per riposarsi, una lastra di pietra, nereggiante come una nuvola.
Puro di cuore com'era ed essendo il suo benefattore, il bodhisattva non pens neppure che proprio dall'uomo da lui salvato, gli sarebbe potuto venir danno, e tutto fiducioso, gli disse:
15. - Questa regione della foresta agevolmente accessibile da molte parti, aperta agli scorrimenti degli animali feroci, e c' pericolo che qualcuno mi assalisca all'improvviso, mentre che sono addormentato per la fatica, colpendo me ed il suo bene ad un punto.
16. Vedi per di guardare attentamente per tutte le direzioni e di farmi buona guardia, s a me come a te. Il mio corpo pervaso da una grande stanchezza ed io desidero di dormire, sia pur per breve spazio di tempo.
L'uomo promise che avrebbe fatto cos, e, con simulata franchezza e onest - Dormi - disse - o signore, a tuo grado, e felice risveglio. lo star qui a farti di guardia. - Ma, come il grande essere, sopraffatto dalla fatica, si addorment, cominci malvagiamente a pensare:
17. Io mi nutro qui di radici (e quanti sforzi per raggiungerle!) e di frutti che il caso mi para davanti. Or come pu il mio corpo esaurito, nonch ricuperar la sua forza, ma pur sostentarsi con essi?
18. E, come, privo di forze, verr mai a capo di traversar questa foresta, cos difficile da passare? Ma, sicuramente, il corpo di questa scimmia mi offre abbastanza carne, da consentirmi di attraversare questa ardua foresta.
19. Egli stato, s, il mio benefattore, ma io mi ciber parimenti di lui. La sua stessa natura responsabile di questo. Questa mia azione non , del resto, contrastante alle regole da applicarsi nel caso di calamit. Il corpo di questa scimmia far, dunque, le mie provvigioni per il viaggio.
20. Per, io posso ucciderlo soltanto finch tranquillamente e fiduciosamente immerso nel sonno. Ch anche un leone, affrontandolo in aperto combattimento, non potrebbe essere sicuro della vittoria.
Consapevole, dunque, che non c'era tempo da perdere, questo malvagio, offuscato dalla macchia della cupidigia, irriconoscente, perduta ormai ogni coscienza del giusto, distrutto in lui ogni sentimento di compassione e di dolcezza, sopraffatto ormai dal desiderio di compiere questa mala azione, per debolissimo che egli fosse, sollev una gran pietra e la lasci cadere sulla testa della scimmia.
21. Ma egli era cos debole e malfermo, reso cos precipitoso dal desiderio dominante di compiere quest'azione, che questa pietra gettata per provocare il sonno eterno, non serv ad altro che a distogliere la scimmia dal sonno.
22. Essa, infatti, non lo raggiunse con tutto il suo peso, n gli frantum quindi il capo, ma, sfioratolo con uno dei suoi angoli, cadde a terra, mandando uno strepito di tuono.
23. Colpito alla testa da questa pietra, il bodhisattva salt su precipitosamente, ma, per quanto cercasse da chi fosse stato colpito, non riusc a vedere altro che il detto uomo.
24. I1 quale stava l davanti a lui, vergognoso in volto, senza pi nessuna baldanza, tutto sbiadito dal disonore, trascolorato per lo smarrimento e la confusione, colla gola disseccata per la paura, bagnato di sudore, incapace perfino di levar su lo sguardo.
Subito che la grande scimmia si fu convinta che l'autore di quest'azione altri non era che lui, senza menomamente curarsi del dolore provocato dal colpo, ma mossa piuttosto da questa miserabilissima azione compiuta senza tener conto del proprio bene, a un sentimento di turbamento e di compassione, messa da parte ogni ira e ogni sdegno, disse a quest'uomo, cogli occhi pieni di lagrime, guardandolo e compiangendolo insieme:
25-26. Amico mio, tu che sei un uomo, come hai potuto commettere una simile azione? Come, dico, hai potuto prima deliberarti a compierla e quindi a intraprenderla? Tu, proprio tu, che per difendermi avresti piuttosto dovuto opporti, con baldanza e coraggio, ad ognuno che mi assalisse, desideroso di farmi del male!
27. Ch se io avevo prima un certo orgoglio, pensando di aver compiuto un'impresa difficile, oh, tu me l'hai discacciato lontano, compiendo un'azione ben pi difficile!
28. Salvato appena da un precipizio, sottratto per dir cos dall'altro mondo e dalla stessa gola della morte, tu nel vero sei caduto in ben altra voragine.
29. Guai all'ignoranza, alla mala e crudelissima ignoranza, che precipita il mondo nelle sofferenze, miserabilmente sedotto dalla speranza della felicit.
30-31. Tu ti sei da te stesso gettato nella sventura, hai acceso in me un fuoco di dolore, hai spento lo splendore della tua reputazione, hai offeso e impedito l'amore per le virt, sei diventato bersaglio di biasimo, hai fatto s che nessuno ti possa pi credere. Quale profitto, di grazia, agendo cos, ti sei aspettato d'avere?
32. Non tanto mi tormenta, in effetto, questa piaga, quanto piuttosto questo pensiero, che cio io sono stato, da un lato, la cagione di questo tuo fallo, e, dall'altro, non sono in grado di togliertelo.
33. Orb, adesso seguimi, standomi accanto e bene in vista, perocch di te io, son tutt'altro che sicuro, s che io ti possa guidare alla strada che mena al villaggio, via da questa foresta e da tutti i suoi pericoli.
34. Vagando infatti per la foresta debole di corpo come tu sei, solitario, senza conoscere le strade, qualcuno ti potrebbe infatti assalire e, sopraffacendoti, render vani i miei sforzi.
Compiangendolo in tal guisa, questo magnanimo condusse l'uomo ai limiti della regione abitata e, messolo per la sua strada, gli disse ancora:
35. - Sei arrivato ad una regione abitata, amico mio. Adesso va pure tranquillamente, lasciandoti addietro la foresta, le sue difficolt e le paure. E vedi di astenerti da ogni azione malvagia, perch, quand' venuto il suo tempo, essa matura necessariamente in dolore.
Dette queste parole ed ammaestrato pietosamente l'uomo, come fosse un discepolo, la grande scimmia riprese la strada della foresta. Ma l'uomo che aveva commesso questa malvagia e miserabile azione, tormentato dal fuoco del rimorso, fu tosto invaso da una tremenda lebbra. Il suo sembiante mut, la sua pelle si riemp di vesciche, le membra erano bagnate dagli umori uscenti dalle piaghe che si fendevano, il corpo emanava un odore sommamente ripugnante. E, dovunque andasse, gli abitanti del luogo, come se lo vedevano comparire davanti cos schifoso e difforme che non somigliava neppure pi ad un essere umano, e a stento poteva parlare con voci rotte e smarrite, pensando che fosse il male incarnato, subito ne lo discacciavano, assalendolo con aspre parole di minaccia e levandogli contro zolle di terra e bastoni. Ora un giorno questo disgraziato, mentre vagava per una foresta, s'incontr con un re, che stava andando a caccia. Questi, quando lo vide, non dissimile da uno spettro, le vesti cos imbrattate e consunte che a stento giungevano a coprirgli le vergogne, orribile insomma da vedere, fu preso da curiosit mista di paura; e gli domand:
36-37. - Pallido, emaciato, smarrito, il corpo sfigurato dalla lebbra, la pelle maculata di vesciche, i capelli lordi di polvere: chi sei? Sei tu uno spettro o un demone, uno spirito orribile oppure il male incarnato? O, cumulo, come sei, di molte infermit, sei forse una qualche malattia? Ma quale?
Disse lo sciagurato, inchinandoglisi, con voce smarrita:
38. -Questo che ti sta parato davanti solo il fiore dell'aver tradito un amico. Oh, che il frutto sar certo ancor pi miserabile!
39. Quelli che si comportano proditoriamente verso i loro amici, questi debbono essere per te dei nemici. Con amore che viene dal cuore, va invece incontro agli amici che t'amano di cuore!
40. Coloro che mal si comportano con i loro amici, vanno incontro a tali sventure, in questo stesso mondo. E da ci tu puoi agevolmente inferire quale sorte aspettino, nell'altro mondo, coloro che, infetti dalla cupidigia e dagli altri vizi, tradiscono i loro amici.
41. Ma chi, per i suoi amici, si comporta con gentilezza ed affetto, costui consegue buona reputazione, creduto da essi, gode dei loro benefici, ottiene la virt dell'umilt e letizia di mente, i suoi nemici possono difficilmente offenderlo, e raggiunge infine la dimora degli dei.
42. E cos, o Re, conoscendo il potere e le conseguenze di un buono e cattivo comportamento verso gli amici, eleggi la strada seguita dai virtuosi. Ch, chi procede per essa, lo accompagna la prosperit.
E cos i virtuosi non si affliggono tanto per le loro proprie sofferenze, quanto per la perdita di felicit cui vanno incontro coloro che li ingiuriano.