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Un vangelo buddista

di Testo tradizionale 

Proposta di Pietro Menditto »

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Pubblicato il 22/07/2012 18:49:51

Cari amici,

vi propongo la lettura di una jataka buddista. Per chi non dovesse conoscere  le Jātaka ho premesso parte di quanto sull’argomento è riportato in Wikipedia.

 

Buona lettura.

Jātaka


Le Jātaka, o vite anteriori del Buddha (da jāti, vite anteriori) sono una raccolta di 547 storie di altrettante vite anteriori del Buddha storico contenute nella sezione Khuddaka Nikaya del Sutta Piaka del Canone pāli del Canone buddhista.

La versione attualmente conservata nel canone risale alla compilazione anonima singalese del V secolo intitolata Jātakaṭṭhavaṇṇanā[1] che esplicitamente si rifà a una tradizione orale più antica, risalente alla recitazione avvenuta nel corso del primo concilio buddhista.

La conferma dell'antichità delle storie contenute nelle Jātaka è sia diretta che indiretta: precedenti, infatti, la stesura attualmente conservata sono i bassorilievi di Sanchi del I secolo, che rappresentano le medesime jātaka; così come le analoghe pitture murali nelle grotte di Ajanta del II secolo. Indirettamente, invece, la maggiore antichità del testo, rispetto la stesura del V secolo, si evince dalla lingua[2] e dal contenuto stesso delle jātaka, dall'ambientazione e dai dati sociali e politici intrinseci all'opera stessa, che la fanno datare al IV/V secolo BCE[3].

Il contenuto

Le jātaka non hanno alcun legame cronologico le une con le altre e sono presentate in ordine di crescente lunghezza del testo. Il Buddha compare talora come personaggio principale, ma spesso come figura secondaria rispetto alla vicenda, o persino come semplice testimone. Le figure in cui rinasce sono di volta in volta umane, delle più disparate condizioni sociali, o animali.

Déi, uomini e animali nelle jātaka colloquiano in ambienti reali, principalmente nelle città lungo il Gange, ma in tempi indicativamente remoti senza ulteriori specificazioni (tipico l'incipit: "un tempo, quando a Benares governava Brahmadatta...").

Dopo una introduzione, in cui si specifica l'occasione in cui il Buddha narrò la storia, inizia la jātaka vera e propria, per concludersi con la delucidazione di chi siano i personaggi nascosti dietro le varie figure letterarie (oltre al Buddha compaiono anche altri suoi discepoli o altre persone coeve).

Il linguaggio popolare, narrativo fresco e vivace, i ritratti degli animali e delle varie figure professionali, delineate con le caratteristiche loro proprie, resero la lettura e la recitazione delle jātaka una componente estremamente popolare del buddhismo, tanto da dare origine a numerosi apocrifi che continuarono a proliferare per secoli dopo la predicazione stessa del Buddha.

I valori morali di cui le jātaka si fanno portatrici sono quelle del messaggio buddhista: la compassione, l'altruismo, la sincerità, divenendo una sorta di trasposizione pratica ed esemplare dell'insegnamento contenuto nel Nobile Ottuplice Sentiero, nonché una dimostrazione del funzionamento del karma attraverso le diverse rinascite che conducono il Buddha fino alla sua ultima rinascita come Gautama[4].

Traduzioni

Il grande successo che ebbero le jātaka portarono a numerose traduzioni in lingue locali in tutti i paesi in cui si diffuse il buddhismo. In India, verso il III/IV secolo Ārya Śūra tradusse, in un sanscrito estremamente colto, 34 jātaka in una raccolta intitolata Jātakamālā[5] (Ghirlanda delle nascite)[6]
Nel 251 il monaco sogdiano Kāng Sēnghuì tradusse in cinese il Śatparamita samgraha sūtra (come:
六度集經, Liùdùjí jīng o Sūtra sulla Raccolta delle Sei Perfezioni, T.D. 152) contenente 91 jātaka.
Le Jātaka furono all'origine dell'interesse di Michael Viggo Fausbøll (1821-1908) per la lingua pāli. Fausbøll, bibliotecario dell'Università di Copenaghen intraprese per primo in Europa lo studio della lingua delle jātaka. Una volta riuscito a comprenderla, e dopo la traduzione del Dhammapada nel 1855, riuscì a tradurle in venti anni, per un totale di sei volumi usciti dal 1875 al 1896. Da questa produzione ebbe inizio l'interesse inglese per la lingua pāli e la fondazione della Pali Text Society[7]

Note

  1. ^ Mariangela D'Onza Chiodo (a cura di), Jātaka: vite anteriori del Buddha, Torino, UTET, 1992, p. 11
  2. ^ A. K. Warder, Indian Buddhism, Motilal Banarsidass, 2004, ISBN 9788120817418, p. 286
  3. ^ Mariangela D'Onza Chiodo (a cura di), Jātaka: vite anteriori del Buddha, Torino, UTET, 1992, p. 15
  4. ^ Naomi Appleton. Jataka stories in Theravada Buddhism, narrating the bodhisatta path. Farnham, Ashgate, 2010. ISBN 9781409410928
  5. ^ Āryaśūra, [Jātakamālā. English & Sanskrit ] Garland of the Buddha's past lives, New York, New York University Press, 2009. ISBN 9780814795811. In italiano: Āryaśūra, A cura di Raniero Gnoli. Storia della tigre, e altre storie delle vite anteriori del Buddha-Jatakamala, Bari, 1964.
  6. ^ Claudio Cicuzza e Francesco Sferra "I testi antichi" in: Raniero Gnoli (a cura di) La rivelazione del Buddha, vol. I: I testi antichi, Milano, Arnoldo Mondadori, 2001. p. CXXVI-CXXVIII
  7. ^ Kōken Mizuno, Buddhist Sutras: Origin, Development, Transmission, Tokyo, Kosei, 1982, p. 31

 

 

 

[Estratto da: Testi buddhisti in sanscrito. a cura di Raniero Gnoli. Torino, UTET, 1983.]

 

 

JATAKAMALA

 

GHIRLANDA DELLE VITE ANTERIORI [DEL BUDDHA]

 

 

LA STORIA DELLA GRANDE SCIMMIA

 

       I virtuosi non si affliggono tanto per le loro proprie sofferenze, quanto per la perdita di felicità cui vanno incontro coloro che li ingiuriano. Nel quale proposito si racconta la storia seguente.

       Un tempo il bodhisattva era, si dice, una grande scimmia solitaria e viveva in una bellissima regione sulle pendici dell'Himalaya, scelto luogo di diporto dei geni. Il suolo aveva, come a dire, per unguento molti vari e lucenti metalli, cui lo splendore dei boschi e delle macchie formava una specie di sopravveste, come un mantello di seta scurissimo. Le parti maggiormente declivi erano molteplicemente variate di colore e di forma, tali da parer quasi finte ad arte, vagamente ornate da disuguaglianze e di curve. I ruscelli, che colle loro correnti, scivolavano al basso erano più d'uno. Qua e là si vedevano profonde caverne e precipizi. Il ronzio delle api riempiva acutissimo l'aria e i vari alberi, coi loro frutti ed i fiori, erano accarezzati da una dilettevole brezza. Quivi viveva, come si è detto, il bodhisattva. Ancorché scimmia, egli era pieno di gratitudine, ornato di una nobile natura e di una grande fermezza. La coscienza della Legge era in lui rimasta intatta. La compassione, quasi ne fosse innamorata, non lo lasciava un istante.

 

       I. La terra, con le sue foreste, i suoi monti e i suoi mari perisce centinaia di volte, alla fine degli eoni cosmici, distrutta dall'acqua, dal fuoco e dal vento. La gran pietà del bodhisattva non perisce mai.

       Questo magnanimo dimorava, dunque, in questo luogo deserto, non altrimenti che un asceta, prendendo, per unico vitto, i frutti e le foglie degli alberi selvaggi e mostrando in più modi la sua gran compassione per le creature che capitavano là dove stava e poteva. Ora un giorno avvenne che un uomo, vagando da ogni banda in cerca di una sua vacca smarrita, perse la strada e, avendo smarrito ogni sentimento delle direzioni, pervenne, errando via via, a questo luogo. Sfinito dalla fame, dalla sete, dal caldo e dalla fatica, bruciato di dentro dal fuoco dello scoraggiamento, costui si assise dunque ai piedi di un albero, quasi cedendo al troppo peso del suo smarrimento, quand'ecco scorse alcuni frutti di tinduka, che, maturi, erano caduti al suolo, giallissimi. Egli non esitò ad assaggiarli e, per essere torturato dalla fame, trovandoli estremamente dolci, gli venne un grandissimo desiderio di conoscere la loro origine. Guardando tutto intorno egli vide infine l'albero cercato. Questo cresceva sul limite estremo di un precipizio. Il peso dei frutti maturi piegava in cima i suoi rami, che apparivano di un bel color giallo. Tirato dal desiderio di essi, quest'uomo, raggiunto il.limite del precipizio, riuscì dunque a montare su di un ramo carico di frutti, che sovrastava giusto al dirupo, e, mosso dalla cupidigia, si spinse fino al limite estremo di esso.

 

       2. Ma, ecco, questo ramo, che era troppo sottile, piegò per il peso eccessivo, e d'un tratto, come tagliato da un'accetta cadde giù strepitosamente.

       Insieme col ramo, giù nel vasto precipizio montano, circondato, da ogni dove, da pareti di roccia, non dissimile da un pozzo, cadde naturalmente anche l'uomo. Ma, grazie al fitto fogliame che lo proteggeva ed alla profondità dell'acqua, egli non ebbe rotta nessuna parte del corpo. Quando, tornato a galla, ed accostatosi a tutti i lati, non vide tuttavia da nessuna parte alcuna via d'uscita, - in poco tempo - cominciò a pensare - io morirò per forza qui, senza rimedio, - e, senza più speranza di sopravvivere, torturato dall'aguzza freccia dello scoraggiamento, cominciò miserabilmente a lamentarsi. Lagrime di dolore umidi vano intanto il suo volto smarrito.

 

       3. Ahimè, caduto in questo dirupo selvaggio discosto dalla pratica degli uomini, chi, di grazia, ancorché cercandomi con ogni cura, potrebbe mai trovarmi, dalla morte in fuori?

 

       4. Deh, caduto in questo abisso, come una fiera in una fossa scavata per catturarla, senza parenti ed amici, divenuto una sorta di abbeveratoio per le schiere delle mosche, chi mai, deh, riuscirà a trarmi fuori?

 

       5. Ahimè, la notte - l'ultima - nasconderà tra poco, davanti ai miei occhi, la varia sembianza dell'universo; nella fitta tenebra, non dissimile dalla notte della quindicina scura, io non vedrò più i giardini, i boschi, i pergolati, i fiumi, il cielo risplendente coi suoi gioielli di stelle, disseminati in ogni dove.

       In siffatti ed altrettali lamenti, quest'uomo trascorse così alcuni giorni nel fondo di quest'abisso, vivendo sì dell'acqua e sì dei frutti di tinduka caduti insieme con lui. Ora questa grande scimmia, girando per la foresta in cerca di cibo, capitò un giorno proprio in questo luogo, invitata, per dir così, dai rami di quest'albero di tinduka, agitati dal vento. Salita dunque su di esso e gettato lo sguardo giù per il dirupo, vide quest'uomo, che, inquieto, vi si dibatteva. Le sue membra erano pallide, smagrite, miserabili; il volto e gli occhi sfiniti dalla fame. Il miserissimo stato di quest'uomo mosse a pietà la grande scimmia, la quale, senza più curarsi del cibo, fissò attenta lo sguardo su di lui; e, in voce umana, disse:

 

       6. -Tu ti trovi in questo precipizio inaccessibile agli uomini. Orbè, dimmi, ti prego, chiaramente, chi sei e perché mai ti trovi laggiù.

       L'uomo, percosso dalla sventura, com'era, levò gli occhi sulla grande scimmia, e, inchinandoglisi col capo, disse, giungendo le mani:

 

       7. Sono un uomo, o illustrissimo, un uomo che si è smarrito, errando per la foresta, e che, desideroso di cogliere i frutti di quest'albero, si è abbattuto in questa sventura.

 

       8. Privo di parenti e di amici, io son caduto in questa gran calamità. O signore delle schiere delle scimmie, sii, ti prego, il mio scudo.

       Il Grande Essere, udendo queste parole, fu preso da una gran compassione.

 

       9. Un essere, caduto in una sventura, privo di parenti ed amici, che leva miserabilmente gli occhi su di noi, colle mani giunte, renderebbe pietosi anche gli stessi nemici: ma tanto più scuote gli animi naturalmente pietosi.

       Il bodhisattva, dunque, tutto pietoso, lo confortò con parole affettuose, quali difficilmente ci si poteva aspettare di ricevere in tale congiuntura:

 

       10. - Non ti affliggere pensando di aver perduto la tua forza, caduto in questo dirupo, o di essere senza alcun amico che ti aiuti. Ché, quanto questi potrebbero fare per te, io lo farò tutto per te. E quindi non aver più paura.

       E, dette queste parole di conforto, il bodhisattva procacciò innanzi tutto a quest'uomo frutti di tinduka e di altri alberi. Quindi, recatosi altrove, si mise a fare degli esercizi con una pietra del peso di un uomo, atti e ordinati al suo salvataggio. Resasi conto della misura della sua forza e accertatasi di essere in grado di tirar fuori costui dal dirupo, la scimmia, scese allora nel precipizio; e disse, spinta dalla compassione:

 

       11. Orsù, monta sul mio dosso ed aggrappati forte, sì che io possa salvarti, e, insieme con te, quanto del mio corpo ha maggiore valore.

 

       12. Questo, infatti, dicono i savi, è l'unico valore del corpo che in sé nulla vale, che, cioè, esso può essere usato dai buoni come uno strumento per il bene del prossimo.

       L'uomo assentì ed inchinatosi reverentemente, gli montò sopra.

 

       13. Montato dunque da quest'uomo ed ancorché tormentato dal peso eccessivo, tant'era la sua eccellente natura, che, senza che la sua fermezza venisse mai meno, riuscì, con somma pena, a trarlo in salvo.

 

       14. E, salvatolo, egli fu sommamente contento; e la fatica avendo reso incerto e vacillante il suo andare, elesse, come giaciglio, per riposarsi, una lastra di pietra, nereggiante come una nuvola.

       Puro di cuore com'era ed essendo il suo benefattore, il bodhisattva non pensò neppure che proprio dall'uomo da lui salvato, gli sarebbe potuto venir danno, e tutto fiducioso, gli disse:

 

       15. - Questa regione della foresta è agevolmente accessibile da molte parti, aperta agli scorrimenti degli animali feroci, e c'è pericolo che qualcuno mi assalisca all'improvviso, mentre che sono addormentato per la fatica, colpendo me ed il suo bene ad un punto.

 

       16. Vedi però di guardare attentamente per tutte le direzioni e di farmi buona guardia, sì a me come a te. Il mio corpo è pervaso da una grande stanchezza ed io desidero di dormire, sia pur per breve spazio di tempo.

       L'uomo promise che avrebbe fatto così, e, con simulata franchezza e onestà - Dormi - disse - o signore, a tuo grado, e felice risveglio. lo starò qui a farti di guardia. - Ma, come il grande essere, sopraffatto dalla fatica, si addormentò, cominciò malvagiamente a pensare:

 

       17. Io mi nutro qui di radici (e quanti sforzi per raggiungerle!) e di frutti che il caso mi para davanti. Or come può il mio corpo esaurito, nonché ricuperar la sua forza, ma pur sostentarsi con essi?

 

       18. E, come, privo di forze, verrò mai a capo di traversar questa foresta, così difficile da passare? Ma, sicuramente, il corpo di questa scimmia mi offre abbastanza carne, da consentirmi di attraversare questa ardua foresta.

 

       19. Egli è stato, sì, il mio benefattore, ma io mi ciberò parimenti di lui. La sua stessa natura è responsabile di questo. Questa mia azione non è, del resto, contrastante alle regole da applicarsi nel caso di calamità. Il corpo di questa scimmia farà, dunque, le mie provvigioni per il viaggio.

 

       20. Però, io posso ucciderlo soltanto finché è tranquillamente e fiduciosamente immerso nel sonno. Ché anche un leone, affrontandolo in aperto combattimento, non potrebbe essere sicuro della vittoria.

       Consapevole, dunque, che non c'era tempo da perdere, questo malvagio, offuscato dalla macchia della cupidigia, irriconoscente, perduta ormai ogni coscienza del giusto, distrutto in lui ogni sentimento di compassione e di dolcezza, sopraffatto ormai dal desiderio di compiere questa mala azione, per debolissimo che egli fosse, sollevò una gran pietra e la lasciò cadere sulla testa della scimmia.

 

       21. Ma egli era così debole e malfermo, reso così precipitoso dal desiderio dominante di compiere quest'azione, che questa pietra gettata per provocare il sonno eterno, non servì ad altro che a distogliere la scimmia dal sonno.

 

       22. Essa, infatti, non lo raggiunse con tutto il suo peso, né gli frantumò quindi il capo, ma, sfioratolo con uno dei suoi angoli, cadde a terra, mandando uno strepito di tuono.

 

       23. Colpito alla testa da questa pietra, il bodhisattva saltò su precipitosamente, ma, per quanto cercasse da chi fosse stato colpito, non riuscì a vedere altro che il detto uomo.

 

       24. I1 quale stava lì davanti a lui, vergognoso in volto, senza più nessuna baldanza, tutto sbiadito dal disonore, trascolorato per lo smarrimento e la confusione, colla gola disseccata per la paura, bagnato di sudore, incapace perfino di levar su lo sguardo.

       Subito che la grande scimmia si fu convinta che l'autore di quest'azione altri non era che lui, senza menomamente curarsi del dolore provocato dal colpo, ma mossa piuttosto da questa miserabilissima azione compiuta senza tener conto del proprio bene, a un sentimento di turbamento e di compassione, messa da parte ogni ira e ogni sdegno, disse a quest'uomo, cogli occhi pieni di lagrime, guardandolo e compiangendolo insieme:

 

       25-26. Amico mio, tu che sei un uomo, come hai potuto commettere una simile azione? Come, dico, hai potuto prima deliberarti a compierla e quindi a intraprenderla? Tu, proprio tu, che per difendermi avresti piuttosto dovuto opporti, con baldanza e coraggio, ad ognuno che mi assalisse, desideroso di farmi del male!

 

       27. Ché se io avevo prima un certo orgoglio, pensando di aver compiuto un'impresa difficile, oh, tu me l'hai discacciato lontano, compiendo un'azione ben più difficile!

 

       28. Salvato appena da un precipizio, sottratto per dir così dall'altro mondo e dalla stessa gola della morte, tu nel vero sei caduto in ben altra voragine.

 

       29. Guai all'ignoranza, alla mala e crudelissima ignoranza, che precipita il mondo nelle sofferenze, miserabilmente sedotto dalla speranza della felicità.

 

       30-31. Tu ti sei da te stesso gettato nella sventura, hai acceso in me un fuoco di dolore, hai spento lo splendore della tua reputazione, hai offeso e impedito l'amore per le virtù, sei diventato bersaglio di biasimo, hai fatto sì che nessuno ti possa più credere. Quale profitto, di grazia, agendo così, ti sei aspettato d'avere?

 

       32. Non tanto mi tormenta, in effetto, questa piaga, quanto piuttosto questo pensiero, che cioè io sono stato, da un lato, la cagione di questo tuo fallo, e, dall'altro, non sono in grado di togliertelo.

 

       33. Orbè, adesso seguimi, standomi accanto e bene in vista, perocché di te io, son tutt'altro che sicuro, sì che io ti possa guidare alla strada che mena al villaggio, via da questa foresta e da tutti i suoi pericoli.

 

       34. Vagando infatti per la foresta debole di corpo come tu sei, solitario, senza conoscere le strade, qualcuno ti potrebbe infatti assalire e, sopraffacendoti, render vani i miei sforzi.

       Compiangendolo in tal guisa, questo magnanimo condusse l'uomo ai limiti della regione abitata e, messolo per la sua strada, gli disse ancora:

 

       35. - Sei arrivato ad una regione abitata, amico mio. Adesso va pure tranquillamente, lasciandoti addietro la foresta, le sue difficoltà e le paure. E vedi di astenerti da ogni azione malvagia, perché, quand'è venuto il suo tempo, essa matura necessariamente in dolore.

       Dette queste parole ed ammaestrato pietosamente l'uomo, come fosse un discepolo, la grande scimmia riprese la strada della foresta. Ma l'uomo che aveva commesso questa malvagia e miserabile azione, tormentato dal fuoco del rimorso, fu tosto invaso da una tremenda lebbra. Il suo sembiante mutò, la sua pelle si riempì di vesciche, le membra erano bagnate dagli umori uscenti dalle piaghe che si fendevano, il corpo emanava un odore sommamente ripugnante. E, dovunque andasse, gli abitanti del luogo, come se lo vedevano comparire davanti così schifoso e difforme che non somigliava neppure più ad un essere umano, e a stento poteva parlare con voci rotte e smarrite, pensando che fosse il male incarnato, subito ne lo discacciavano, assalendolo con aspre parole di minaccia e levandogli contro zolle di terra e bastoni. Ora un giorno questo disgraziato, mentre vagava per una foresta, s'incontrò con un re, che stava andando a caccia. Questi, quando lo vide, non dissimile da uno spettro, le vesti così imbrattate e consunte che a stento giungevano a coprirgli le vergogne, orribile insomma da vedere, fu preso da curiosità mista di paura; e gli domandò:

 

       36-37. - Pallido, emaciato, smarrito, il corpo sfigurato dalla lebbra, la pelle maculata di vesciche, i capelli lordi di polvere: chi sei? Sei tu uno spettro o un demone, uno spirito orribile oppure il male incarnato? O, cumulo, come sei, di molte infermità, sei forse una qualche malattia? Ma quale?

       Disse lo sciagurato, inchinandoglisi, con voce smarrita:

 

       38. -Questo che ti sta parato davanti è solo il fiore dell'aver tradito un amico. Oh, che il frutto sarà certo ancor più miserabile!

 

       39. Quelli che si comportano proditoriamente verso i loro amici, questi debbono essere per te dei nemici. Con amore che viene dal cuore, va invece incontro agli amici che t'amano di cuore!

 

       40. Coloro che mal si comportano con i loro amici, vanno incontro a tali sventure, in questo stesso mondo. E da ciò tu puoi agevolmente inferire quale sorte aspettino, nell'altro mondo, coloro che, infetti dalla cupidigia e dagli altri vizi, tradiscono i loro amici.

 

       41. Ma chi, per i suoi amici, si comporta con gentilezza ed affetto, costui consegue buona reputazione, è creduto da essi, gode dei loro benefici, ottiene la virtù dell'umiltà e letizia di mente, i suoi nemici possono difficilmente offenderlo, e raggiunge infine la dimora degli dei.

 

       42. E così, o Re, conoscendo il potere e le conseguenze di un buono e cattivo comportamento verso gli amici, eleggi la strada seguita dai virtuosi. Ché, chi procede per essa, lo accompagna la prosperità.

       E così i virtuosi non si affliggono tanto per le loro proprie sofferenze, quanto per la perdita di felicità cui vanno incontro coloro che li ingiuriano.

 

 

 



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