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Caccia cinese al tesoro del Tibet

Argomento: Società

Articolo di Giulietto Chiesa 

Proposta di Giuliano Brenna »

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Pubblicato il 15/04/2008

Il Tibet continua a occupare pagine dei giornali in tutto il mondo occidentale. Era da prevedere, nel clima preolimpico. Com’è da prevedere che, a Olimpiadi di Pechino concluse, i riflettori si spegneranno. È la logica del villaggio globale e del mainstream media che, più che moltiplicare diritti umani, moltiplica profitti disumani. Dietro, dentro la notizia, tuttavia, ce ne sono altre, che possono spiegare molte cose. Una di queste è la lunghissima ferrovia - circa 1250 chilometri - che Pechino ha inaugurato nel luglio 2006 e che collega Lhasa ai maggiori centri industriali della Cina del sud e a Canton. Con la già programmata estensione, da Lhasa a Shigatze, verso Ovest, prevista nell’11° piano decennale approvato dal Congresso del Popolo.

Sarebbe questo il punto terminale di un grandioso progetto, iniziato nel 1999, ma non rilevato dai media occidentali che a cose compiute, consistente nella meticolosa mappatura geologico-mineraria di una grande parte del Tibet e dei contrafforti himalaiani, in un’area vastissima comprendente tutto l’altopiano tibetano del Qinghai. Secondo quanto scoperto da Abraham Lustgarten, reporter di Fortune, nel 2007, il governo cinese - precisamente il ministero dei Territori e delle Risorse - avrebbe inviato fin dal 1999 un migliaio di ricercatori, geologi, specialisti minerari, organizzati in 24 distaccamenti, alla ricerca di tutte le potenzialità di sfruttamento del territorio. In modo non dissimile, del resto, da ciò che i commessi viaggiatori del governo cinese andavano facendo in Africa e in America Latina negli stessi anni, con non minore alacrità. La differenza consistette nel fatto che lo facevano in casa propria e, come è loro costume e possibilità, su larga scala.

L’investimento per l’operazione esplorativa fu attorno ai 44 milioni di dollari. E, a quanto pare, ne valse la pena. Tant’è che Pechino, subito dopo avere ricevuto i primi rapporti dei ricercatori, decise d’intensificare la costruzione (che era già stata decisa) della nuova ferrovia. Costo dell’operazione: 4 miliardi di dollari. Nulla di fronte ai vantaggi che si andavano delineando e che permettevano al governo cinese di tirare più d’un sospiro di sollievo. La crescita cinese era in piena esplosione e la fame di materie prime era già divenuta spasmodica.

Improvvisamente i dirigenti cinesi scoprivano, per esempio, che non era più necessario andare in Cile a comprare giacimenti di rame, come stavano facendo, perché il rame ce lo avevano in casa. E non solo il rame, ma anche il ferro, lo zinco, il piombo e metà della tavola di Mendeleev. Gli scienziati sguinzagliati sugli altopiani tibetani riferivano e calcolavano: giacimenti per un valore complessivo di 150 miliardi di dollari. Cifre approssimative ma imponenti: un miliardo di tonnellate di ferro, 40 milioni di tonnellate di rame.

La Cina aveva dovuto cercare sui mercati internazionali il ferro, indispensabile per i colossali investimenti edilizi e industriali, provocando, con la sua stessa domanda, un triplicamento del prezzo di quello come di tutti gli altri metalli. Basti ricordare la serie delle cifre di importazione cinese di ferro e acciaio, che era di 186 milioni di tonnellate nel 2002, è salita a 326 nel 2006 e a oltre 350 nel 2007.

Il resto del mondo non può non tenere conto di questi che, come ben si capisce, non sono dettagli. La Cina è davvero vicina, vicinissima. In tutti i sensi. Non c’è più cosa che vi avvenga che non ci riguardi immediatamente. Sia quando invade i nostri mercati con decine di milioni di magliette o di paia di scarpe (capi che, per altro, i nostri importatori hanno ordinato o prodotto laggiù), sia quando chiede, e chiederà, molta più energia di quanta sia ormai disponibile sul mercato mondiale, sia quando scopriamo che, in piena Londra, a contrastare le centinaia di manifestanti inglesi che volevano bloccare la fiaccola olimpica, sono scesi in strada anche centinaia di cinesi, a difendere la loro patria. A Londra, non a Pechino. E ci sono due modi per affrontare il futuro: uno, quello buono, è cercare di capire. L’altro è cominciare a descrivere la Cina come il futuro nuovo nemico. Ciò che, purtroppo, molti stanno già facendo.

Da www.lastampa.it


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