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Premio "Il Giardino di Babuk - Proust en Italie" VII Edizione 2021
 

Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

Della serenità

di Lorena Turri
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Pubblicato il 12/11/2008 14:45:41

Un tempo anch’io sono stata una persona normale.
Aspettavo con ansia il fine settimana e il lunedì avevo un diavolo per capello. Come tutte le persone normali!
Trascorrevo il sabato pomeriggio in cucina a preparare gustosi piatti per riempire il cestino da picnic e da consumare freddi al mare o in montagna, al lago o al fiume. Oppure lo dedicavo alla cura della mia persona, fino allo sfinimento dello specchio che urlava:
“ Basta!!! togli il vapore e lasciami solo, tanto belli si nasce e tu non lo nascesti!”
“E’ vero, caro specchio”, rispondevo ogni volta, “ belli si nasce, ma fighi si diventa!“
E io volevo esser “figa” per andare a scatenarmi, la notte, tra lustrini e paillettes, su qualche pista da ballo o per sfilare, il giorno successivo, sottobraccio al marito, abile conducente di carrozzina e passeggino, lungo il corso di qualche lussuosa cittadina limitrofa.
Succedeva che, per qualche avverso imprevisto tipo febbre alta, diarrea, mal d’orecchie, scarlattina, vomito, tutti malanni, insomma, che se pur non provato dalla scienza, di solito colpiscono i bambini manifestando i primi sintomi sempre di sabato pomeriggio, il progetto “notte folle di tango e fox-trot” andasse a farsi friggere e così anche la passerella domenicale.
Stress, nervosismo e crisi isteriche afflosciavano la messa in piega tra un termometro e una tachipirina.
Succedeva, talvolta, che all’alba della domenica, dopo “un sabato da chef”, il tempo, sedizioso, non rispettasse le previsioni dei dottori della meteorologia e ci costringesse a sederci al solito tavolino dove l’insalata di riso e le polpette, pietanze tanto deliziose e appetitose se mangiate sull’erba, acquistavano lo stesso sapore degli avanzi della tavola calda di un autogrill.
Sconforto e desolazione delineavano, allora, i contorni delle nostre facce e la noia domenicale, la peggiore tra tutte, con i suoi lunghi sbadigli, ci abbrutiva sul divano nei nostri pigiami sgualciti e macchiati di maionese.
Il Lunedì, dopo quei tragici week-end, potendo, avrebbe scelto di non esserci e in cuor suo invidiava il Giovedì, dovendoci sopportare depressi come eravamo fin dalle prime ore del mattino. Quando, invece, per grazia divina, niente interveniva a sconvolgere i programmi, lo stesso Lunedì continuava ad invidiare il Giovedì, stressato com’era dai nostri postumi da scampagnata o da ore piccole consistenti in emicranie, mal di stomaco, alito pesante, eritema solare, punture d’insetti, muscolatura indolenzita e, nel peggiore dei casi, insolazione.
Questa è la cosiddetta “normalità” e perciò è buona “norma” augurarsi, il venerdì, fra colleghi e amici, il fatidico “buon fine di settimana”!
Oggi che non sono più una persona normale e i giorni della mia settimana hanno dimenticato le loro generalità, non c’è più un Lunedì invidioso di un Giovedì, né una Domenica che, in preda all’apatia, tenti il suicidio per soffocamento con i cuscini del divano.
Nonostante le mie ore passino nella monotonia delle faccende di casa, con lo stesso letto da rifare, i soliti piatti da lavare e i medesimi pavimenti da pulire, sono intervallate da periodi atemporali di silenzio, entro il quale niente sconvolge i miei intimi progetti.
Gli scombussolamenti climatici restano fuori dalle pareti della mia vita e non c’è pioggia, vento o sole che minacci la tenuta della mia già scompigliata acconciatura. Il mio umore varia proporzionalmente alla qualità del mio pensare ed è volgendo il pensiero che lo posso sollevare.
Non ho bisogno di auguri di “buon qualsiasicosa”, essendo, per me, ogni cosa potenzialmente buona o cattiva.

Soltanto io
posso far sì
che sia
come vorrei
che fosse.

Con un pensiero.

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