“Sento, dunque esisto”: dal lume della ragione al calore dell’empatia.
Se penso a Cartesio immediatamente in me si accende un ineluttabile desiderio di dibattito filosofico sebbene io filosofo non sia davvero, né vorrei mai esserlo… Tuttavia al Cogito ergo sum mi viene alquanto spontaneo rispondere con Sento, dunque esisto.
L’espressione si pone, con tutta la semplicità da poeta, in dialogo con il celebre pensiero cartesiano, non però al fine di correggerlo bensì, se possibile, di superarlo, in parte ribaltarlo, spostando lievemente il baricentro dell’esistenza dalla ragione al sentire.
Se Cartesio fondava la certezza dell’essere sull’atto razionale del pensiero, io vorrei proporre una verità più primaria e universale: l’esistenza si manifesta anzitutto attraverso la capacità di sentire. Sentire non solo come percezione fisica, ma come esperienza emotiva, empatica, affettiva. Prima ancora di pensare, l’essere umano prova, vibra, entra in relazione. Ed è proprio in questa dimensione che credo vada individuato il fondamento autentico dell’esistenza.
Ovviamente la mia riflessione si inserisce nel quadro teorico dell’Empatismo, che nasce anche come risposta critica alla lunga egemonia della razionalità occidentale, erede diretta dell’Illuminismo. Non si tratta, tuttavia, di un rifiuto della ragione, bensì di una sua ricollocazione: la ragione non viene negata (me ne guarderei bene), ma smette di essere l’unico strumento legittimo di conoscenza e di “verità”.
Qui emerge il secondo nodo concettuale centrale: il ribaltamento della “luce illuminista” con il “calore empatista”. L’Illuminismo ha costruito la modernità sulla metafora della luce: la ragione come faro che dissipa le tenebre dell’ignoranza, dell’emotività incontrollata, della superstizione. Una luce netta, spesso fredda, che separa, distingue, analizza. Una luce che illumina, ma che talvolta abbaglia e allontana.
L’Empatismo propone invece il calore come nuova metafora conoscitiva. Il calore non acceca, ma avvolge; non separa, ma unisce; non giudica dall’alto, ma si avvicina. È il calore dell’empatia, della partecipazione emotiva, della condivisione del sentire. In questa prospettiva, comprendere l’altro non significa semplicemente analizzarlo razionalmente, ma sentirlo dall’interno, riconoscere la sua vulnerabilità, la sua gioia, il suo dolore.
Il passaggio dalla luce al calore segna, credo, un cambiamento radicale di paradigma. Se la luce illuminista tendeva a oggettivare il mondo, il calore empatista lo umanizza. Se la prima privilegiava la distanza critica, il secondo valorizza la prossimità emotiva.
In un’epoca segnata da crisi globali, conflitti identitari e solitudini diffuse, noi vogliamo suggerire che solo un ritorno al sentire condiviso può ricostruire legami autentici.
“Sento, dunque esisto” è pertanto anche una dichiarazione etica e politica. Esisto perché sento l’altro, perché ne riconosco l’umanità, perché mi lascio toccare. L’indifferenza, in questa visione, non è solo un difetto morale, ma una forma di negazione dell’essere. Dove non c’è empatia, l’esistenza si svuota, si meccanizza, perde spessore.
Nel mio pensiero, poesia, filosofia e vita si intrecciano. Il sentire non è debolezza, ma forza conoscitiva; non è caos, ma una diversa forma di ordine, più complessa e più fedele alla natura umana. L’Empatismo non chiede di spegnere la luce della ragione, ma di scaldarla, di renderla abitabile.
In definitiva, l’invito è a ripensare chi siamo. Non più solo esseri che pensano, ma esseri che sentono. La luce distante che ci abbagliava viene ora riscaldata da una presenza reciproca. Perché, forse, oggi più che mai, esistere significa sentire insieme.
P.S.
Se l’Illuminismo insegnò all’uomo a pensare da solo; l’Empatismo gli insegna a sentire con l’altro.
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