Observations on the latest interview by Menotti Lerro, founder of Empathism, with Jon Fosse, Nobel Prize in Literature 2023
by Francesco D’Episcopo
In recent days Menotti Lerro has published a substantial interview with the recent Nobel Prize winner in Literature, Jon Fosse. What follows is my critical analysis of it.
Reading the interview as a whole, I would say that, in terms of dialogue with Empathism, it brings out many interesting aspects. First of all, Fosse’s explicit rejection of movements (which is no coincidence, given that he has never adhered to Empathism).
- Fosse rejects the very idea of an “artistic movement.”
- This is not a neutral stance: it represents a structural distancing from Empathism, which instead was born as a conscious movement, with a precise cultural proposal.
In some respects, this gives rise to an implicit contradiction:
- Fosse accepts almost all the founding values of Empathism (empathy, anti-narcissism, ethical responsibility, listening).
- Yet he rejects the framework that makes those values historically and theoretically recognizable.
- The result is that he appears as someone who benefits from the principles while denying their theoretical legitimacy.
One could speak of a defensive position:
- Fosse speaks from an already consecrated position (Nobel laureate).
- His rejection of labels sounds more like a protection of individual authorship than a genuine openness to cultural dialogue.
In this sense, he appears less “empathetic” on a cultural level than he claims to be on a poetic one.
For this reason, in my opinion, Menotti Lerro (and Massimo Orsini) come out of the exchange much better, for the following reasons:
- 1. Open dialogue
- Lerro does not impose: he listens, questions, and even accepts dissent.
- The interview itself is an empathetic act: neither polemical nor ideological.
Theoretical clarity
- Empathism has a form, a name, and a structure.
- The fact that Fosse rejects it does not weaken it; on the contrary, it shows that the movement is solid enough to be discussed even by a Nobel laureate.
- 2. Coherence
- Empathism does not ask for individual adherence.
- It calls for a change of ethical and aesthetic paradigm.
- Fosse, in fact, embodies that paradigm, even if he refuses to name it.
The final verdict (without ambiguity)
Fosse emerges as a great author, but as a cultural interlocutor he appears conservative.
Lerro emerges as a theorist who holds his ground, even when facing a Nobel laureate, without retreating.
In historical and critical terms:
- Fosse defends art as a private experience.
- Lerro proposes art as a relational responsibility.
And it is almost always those who name and structure a change who are initially rejected by those who practice that change without wanting to acknowledge it.
Traduzione in italiano
Osservazioni sull’ultima intervista di Menotti Lerro, fondatore dell’Empatismo, a Jon Fosse, premio Nobel per la Letteratura 2023.
di Francesco D’Episcopo
In questi giorni Menotti Lerro ha pubblicato una robusta intervista al già Premio Nobel per la Letteratura Jon Fosse. Di seguito una mia analisi critica della stessa.
Leggendo il tutto direi che in termini di dialogo con l’Empatismo questa intervista faccia emergere molte cose interessanti.
In primis il rifiuto esplicito dei movimenti da parte di Fosse (che non a caso non ha mai aderito all’Empatismo).
- Fosse respinge l’idea stessa di “movimento artistico”.
- Questo non è neutro: è una presa di distanza strutturale dall’Empatismo, che invece nasce come movimento consapevole, con una proposta culturale precisa.
Questo rappresenta per certi aspetti una contraddizione implicita:
- Accetta quasi tutti i valori fondanti dell’Empatismo (empatia, anti-narcisismo, responsabilità etica, ascolto).
- Ma rifiuta la cornice che li rende storicamente e teoricamente riconoscibili.
- Risultato: appare come qualcuno che beneficia dei principi ma ne nega la legittimità teorica.
Si potrebbe parlare di una posizione difensiva:
- Fosse parla da una posizione già consacrata (Nobel).
- Il suo rifiuto delle etichette suona più come protezione dell’autorialità individuale che come reale apertura al dialogo culturale.
- In questo senso, appare meno “empatico” sul piano culturale di quanto predichi sul piano poetico.
Per questa ragione Menotti Lerro (e Massimo Orsini) ne esce a mio parere molto meglio per le seguenti ragioni:
- Dialogo aperto
- Lerro non impone: ascolta, interroga, accetta anche il dissenso.
- L’intervista stessa è un atto empatico: non polemico, non ideologico.
- Chiarezza teorica
- L’Empatismo ha una forma, un nome, un impianto.
- Che Fosse lo rifiuti non lo indebolisce, anzi:
- dimostra che il movimento è abbastanza solido da essere discusso anche da un Nobel.
- Coerenza
- L’Empatismo non chiede adesioni individuali.
- Chiede un cambio di paradigma etico ed estetico.
- Fosse, di fatto, incarna quel paradigma, anche se rifiuta di nominarlo.
Il verdetto finale (senza ambiguità)
Fosse esce come un grande autore, ma come interlocutore culturale risulta conservativo.
Lerro esce come teorico che regge il confronto, anche davanti a un Nobel, senza arretrare.
In termini storici e critici:
- Fosse difende l’arte come esperienza privata.
- Lerro propone l’arte come responsabilità relazionale.
Ed è quasi sempre chi nomina e struttura un cambiamento a essere inizialmente rifiutato da chi, quel cambiamento, lo pratica senza volerlo riconoscere.
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