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Gabriella Giovannozzi e l’Empatismo

Argomento: Letteratura

di Menotti Lerro
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Pubblicato il 20/01/2026 05:31:15

Convegno Internazionale dell’Empatismo (Seconda Fase, Empatia Totale)

 

Storico Caffè Letterario Giubbe Rosse, Firenze, 21 gennaio 2026

 

EMPATISMO, CURA DEL TRAUMA E PSICOTERAPIA EMDR

 

 Gabriella Giovannozzi

Psicologo,Psicoterapeuta, supervisore EMDR

 

Grazie di questo invito, per me insolito, in quanto proveniente da un’area culturale diversa da quella in cui normalmente opero. Ringrazio e confesso che ne sono stata contenta, perché l’ho letto come un invito allo scambio, uno scambio che allude all’arricchimento reciproco. L’ho letto come un invito al collegamento - forse è meglio dire ad un ricollegamento, visto che la specializzazione è fenomeno tardivo nell’evoluzione del sapere dell’uomo.

Questa proposta di connessione non può lasciarmi indifferente in qualità di psicotraumatologa e in qualità di psicoterapeuta EMDR. Vi spiego perché e spiegandovelo voglio anche farvi capire qual è il mio lavoro, perché penso che conoscersi sia la premessa per uno scambio.

 

C’è un limite che la psicoterapia si porta dietro dal secolo scorso: l’obiettivo di rimettere il cervello, inteso come cervello isolato, in condizione di funzionare correttamente. Il rischio di questa prospettiva monopersonale è quello di caricare il ruolo dei fattori genetici e costituzionali della psicopatogenesi, lasciando l’individuo solo con la responsabilità e il carico del proprio malessere e della sua soluzione. (van der Kolk B.A., 2007).

 

Il grande merito dell’ottica psicotraumatologica è quello di bilanciare il carico: non più un individuo solo con la propria patologia, ma, un individuo inserito in un contesto, da cui può essere stato danneggiato e da cui può essere aiutato (van der Kolk B.A., 2007). L’attenzione si sposta sul fatto esterno, sull’ambiente e in particolare sull’ambiente relazionale, perché sono proprio gli scambi relazionali quelli che si riveleranno i più perniciosi e, al contempo, quelli con maggior carica riparativa. Prende enfasi l’idea di una responsabilità corale e condivisa della patologia e della sua soluzione.

 

 

L’EMDR, partito dal lavoro sul trauma, fa sua questa prospettiva d’intervento, portando un suo contributo preciso, anche se resta aperto all’integrazione dei contributi provenienti da altre psicoterapie.

EMDR è un acronimo, sta per Eye Movement Desensitisation and Reprocessing, Desensibilizzazione e Riprocessazione attraverso i Movimenti Oculari (MO). Dopo quasi 40 anni di storia e di esperienza sul campo il riferimento ai MO non basta più a descrivere quello che è diventato un vero e proprio approccio psicoterapeutico innovativo in grado di affrontare quadri patologici anche complessi. Tuttavia la citazione dei MO nell’acronimo ha una giustificazione storica, perché essi rappresentano il dettaglio tecnico da cui tutto è partito: si era infatti osservato, per caso, che i MO, che si attivavano spontaneamente in condizione di stress, oppure erano volontariamente replicabili - per es. su invito del terapeuta -, producevano un effetto di desensibilizzazione del disturbo, diminuivano il malessere,  nonché attivavano la ri-processazione del materiale bloccato nel cervello, inizialmente  ipotizzato - questo sarà comprovato, poi, dalle  neuroscienze - come causa del malessere traumatico.

 

L’EMDR, dunque, non è partito da una teoria, su cui ha costruito le sue procedere cliniche, ma al contrario è partito da un’osservazione e sulla base dei riscontri clinici ottenuti attraverso l’applicazione di quell’osservazione è cresciuto, accumulando dati e costruendosi strumenti di intervento, sempre validati dal riscontro empirico, sempre verificati e falsificabili, per dirla con Popper. L’EMDR si è costruito rispettando rigorosamente la procedura scientifica. Può essere definito una psicoterapia neuro biologicamente basata e scienza vuol dire trasparenza, vuol dire garanzia di verità condivisa, sempre superabile dal contributo di altri.

 

Ma c’è di più, perché questo modo di procedere aderente al dato empirico - e in questo caso i dati empirici da considerare sono le risposte del cervello - ha portato alla messa a punto di un metodo di cura impostato sul modo di funzionare del cervello, mirato a riattivarne la funzionalità, piuttosto che a correggerne il dis-funzionamento. L’EMDR non ha un sapere da imporre, non parte da una teoria a priori, ma propone un metodo per entrare nel funzionamento del cervello e assecondarne la ripresa naturale adattiva. È il cervello del paziente che, riportato nella giusta condizione, ritrova la propria via personale alla guarigione. Il terapeuta EMDR non travasa sapere, ma è soltanto il catalizzatore di un processo che il cervello del paziente rimette in atto, con l’aiuto di strumenti costruiti per questo e all’interno di un contenitore sicuro garantito da un terapeuta empatico. La sicurezza e in particolare la sicurezza relazionale - l’empatia ne costituisce il nucleo centrale - è il contenitore essenziale per la ripresa di un funzionamento adattivo che riporti al benessere. Siamo mammiferi e come ci chiarisce Porges, studioso del nostro SNA, se non c’è sicurezza noi siamo concentrati sulla difesa, non possiamo dedicarci ad altro (Porges S. W., 2011).  

 

Come funziona il nostro cervello? I dati provenienti dalle neuroscienze cominciano a darci qualche risposta. Uso una metafora per aiutarvi a capire - questa non è una metafora empatica -. Il nostro cervello funziona un po' come lo stomaco. Lo stomaco riceve cibo e lo smista, butta via quello che non serve e trattiene quello che serve, da utilizzare per costruire ossa, muscoli, sangue etc. Lo stesso fa il cervello: riceve informazioni e le smista, le processa, lasciando andare quello che non serve e trattenendo in memoria quello che serve (Shapiro F., 2019). La memoria a lungo termine, che continuamente si arricchisce grazie alle nostre esperienze, è un serbatoio di informazioni, utile per affrontare scenari futuri. Il fenomeno della processazione è continuo, sta avvenendo anche ora, avviene anche di notte, anzi la notte è il suo momento di picco. Il lavoro del cervello di sonno è estremamente importante e i sogni, che a volte ricordiamo, ne sono un risultato percepibile (Zaccagnini E., 2020).

 

Fin qui ho descritto, molto semplicemente, un cervello che funziona, un cervello sano, in grado di smistare e utilizzare le informazioni in arrivo. Ma cosa succede quando le informazioni in arrivo sono troppe, troppo dolorose, eccessive per il cervello che le riceve? Succede che questo processo funzionale si blocca (van der Kolk B.A., 2007). Se torniamo alla nostra metafora è come quando mangiamo qualcosa di tossico, la digestione si blocca. In quel caso non possiamo mettere da parte quel boccone e andare avanti, dobbiamo sistemarlo! Lo stesso succede nel cervello, le informazioni che sono entrate devono essere sistemate, non vale dire non ci pensiamo, non ci pensare. Il nostro cervello tornerà a visitarle, nel tentativo di sistemarle. Il tempo aiuta, lo sappiamo, perché ci da più opportunità di processazione, più volte in cui ci siamo tornati. Un dolore lontano nel tempo tende a lenirsi. È un processo naturale. Ma a volte non basta. Quelle informazioni, o parte di esse, potrebbero restare li anche per anni, un grumo di memoria dolorosa non processata, un nucleo patogenetico. Tutte le volte che qualcuno o qualcosa ce le farà riaccostare le sensazioni corporee, le emozioni, i pensieri dolorosi ad esse connesse si riattiveranno, generando malessere. È quello che ci succede quando abbiamo subito un trauma, c’è una porzione di memoria che può bloccarsi. E, attenzione, i traumi più insidiosi non sono gli eventi travolgenti, i traumi più insidiosi sono i traumi relazionali: giudizi, rifiuti, non risposte, assenza, mancanza di sintonizzazione, mancanza di empatia.

 

Lasciatemi entrare ancor più nello specifico, per far comprendere meglio perché la sintonizzazione emotiva è così importante ed è ingrediente di guarigione. Abbiamo detto: in caso di trauma, le informazioni in entrata si bloccano. Come? Dove? Per la troppa sollecitazione causata dall’eccesso di informazione in arrivo si attivano una serie di reazioni biochimiche che bloccano, letteralmente, le informazioni nelle aree sottocorticali del cervello - le aree collegate alle nostre reazioni istintive ed emotive -, impedendone il passaggio alle aree corticali - responsabili delle funzioni cognitive superiori come il linguaggio, il pensiero, la coscienza -. In altre parole quando subiamo un’esperienza che ci sovrasta, le informazioni che arrivano al cervello attraverso i nostri sensi, attivando reazioni istintive ed emotive, si bloccano e non accedono alla nostra consapevolezza (Pagani M., Carletto S., 2019). La persona traumatizzata non è collegata, non può accedere in modo consapevole alle proprie reazioni istintive ed emotive, che possono continuare ad attivarsi in modo automatico. La sua emotività non è consapevolmente accessibile né, tanto meno condivisibile.

 

L’EMDR, con i suoi MO (e non solo) si inserisce qui. Producendo reazioni biochimiche virtuose, rimette in moto le informazioni in blocco. Questo fenomeno è stato monitorato in diretta con l’EEG. Le informazioni bloccate, durante una seduta di EMDR, si spostano verso le regioni corticali - è stata osservata in diretta la diversa attivazione delle diverse aree - dove possono diventare consapevoli ed essere, finalmente, reinterpretate perdendo virulenza. Il cervello si rimette in moto, ritrova il suo funzionamento naturale, ritrova benessere (Pagani M. et al., 2012). È una sorta di miracolo che si compie ogni volta in una seduta EMDR che è andata a buon fine. E qual è il segno percepibile di questo miracolo? Il paziente torna a guardare negli occhi, la sua voce diventa più modulata, ascolta, sorride. I muscoli della faccia e del collo tornano a funzionare. Sono il segno del ritornato funzionamento del ramo Ventro Vagale del SNA. Il ramo che si attiva in condizione di sicurezza e benessere, il ramo che - attraverso i movimenti dei muscoli del collo, della faccia e della testa - rende possibile il sorriso, la parola, l’ascolto, permette il coinvolgimento sociale, permette lo scambio fra gli esseri umani, il contatto empatico che produrrà, a sua volta, nuovo benessere (Porges S.W., 2011).

 

C’è un’osservazione che possiamo subito fare, sulla base dell’esperienza clinica: benessere vuol dire un cervello che riprende consapevolezza delle sue reazioni istintive ed emotive, che ritorna interamente contattabile e che si sente al sicuro. Sono tre condizioni, tre prerequisiti e tre effetti del benessere, precursore dell’empatia.

In psicologia di empatia si sono occupati in molti. Spesso si è insistito sulla sua poliedricità, evidenziandone aspetti diversi: quello affettivo, quello cognitivo, quello relazionale, quello motivazionale etc. Contributi importanti cui aggiungerei un’osservazione desunta dalla pratica clinica: l’empatia è tema complesso non solo semanticamente poliedrico, ma anche pluridimensionale. C’è un’empatia interna dell’individuo e se per empatia intendiamo alla lettera un sentire dentro, questo significa un individuo capace di riconoscersi, capace di contattare riconoscendole le proprie reazioni istintive, emotive, di collegarle ai propri pensieri. Riconoscere le proprie risposte e i propri bisogni non vuol dire agirli in modo egoico, ma è la precondizione per poterli modulare e quindi potersi aprire alla relazione.  Qui siamo alla seconda dimensione dell’empatia, quella relazionale, quella del risuonare insieme con l’altro. È questo un aspetto dell’empatia che conosciamo bene in psicoterapia e che conosciamo bene come terapeuti EMDR. Il miracolo non avviene se non siamo riusciti a costruire col paziente una condizione relazionale sicura, se non siamo riusciti a sintonizzarsi col suo cervello. C’è, poi, una terza dimensione dell’empatia, è una dimensione che definirei culturale-sociale. Ho fatto riferimento, prima, alla sicurezza come precondizione e effetto del benessere. La sicurezza non è solo fisica, ma anche relazionale. La sicurezza relazionale sfora oltre la dimensione personale. L’essere umano ha bisogno di un contenitore sicuro allargato. Qui entrano in campo i temi di tutti, il rispetto dell’essere umano, il rispetto dell’ambiente, entrano i nostri valori, la loro espressione, artistica, scientifica, il discorso si allarga alla dimensione socio culturale, che funziona come contenitore allargato, garanzia di un mondo sicuro, dove c’è lo stare insieme e non il prevalere dell’uno sull’altro.

Qui nuovamente una parola di valorizzazione di questo convegno e dell’Empatismo, che vuole aprirsi ad una nuova fase, una fase in cui un movimento fra artisti diventa movimento culturale allargato, aperto a tutti.

 

Finora ho parlato di trauma e dell’EMDR come strumento per la sua risoluzione, ma l’EMDR non è più solo questo, anche se non dimentica quello che ha imparato dal lavoro sul trauma, e la psicopatologia non è soltanto post-traumatica.

In psichiatria c’è, oggi, una crescente affermazione di teorie che collegano l’origine di molti sintomi psichiatrici alla formazione e al consolidamento di memorie implicite disfunzionali, le così dette memorie patogene. Come dimostrato dalla ricerca, anch’esse possono portare al blocco della processazione e causare malessere. Anche qui l’EMDR può essere d’aiuto (Hofmann A. et al., 2021) Nella memoria patogena, confluiscono, oltre i traumi altri possibili elementi disfunzionali, credenze, schemi disadattivi, bias interpretativi, condizioni spesso lontane, che hanno attivato disagio e di cui il paziente potrebbe essere parzialmente o assolutamente non consapevole. La memoria patogena non è necessariamente legata a fatti precisi, a situazioni relazionali particolari, non è necessariamente correlata a elementi percepiti dal soggetto come negativi (anche una prospettiva eccessivamente autoreferenziale e auto validante, magari appresa, può farne parte). Queste memorie non ricordate pescano in un serbatoio antico, nel contenitore largo di un malessere endemico. Più allarghiamo, includendo aspetti e cause diverse della patologia più i confini individuali si confondono e ci apriamo alla percezione di un malessere che appartiene a tutti. Alcuni di noi sono stati più fortunati, perché più protetti hanno ricevuto più strumenti per farci fronte, alcuni meno. Ma è un malessere che accomuna come accomuna la solidarietà empatica per la sua soluzione. È un malessere da risolvere insieme. Ognuno può fare qualcosa e deve valorizzare il qualcosa che può fare, restando consapevole che il suo piccolo contributo può diventare grande in risonanza con gli altri.  Dunque di nuovo un grazie a questo Convegno.

 

Bibliografia   

 

Hofmann A., Ostacoli L., Lehnung M., Hase M, (2021), Psicoterapia Emdr e cura della depressione, Metodologia e protocolli d’intervento nella pratica terapeutica, Roma, ApertaMenteWeb.

Pagani M., Carletto S., (2019) Il cervello che cambia, Neuroimaging: il contributo delle neuroscienze, Milano, Mimes.

Pagani M., Di Lorenzo G. Monaco L., Niolu C.,Siracusano A., Verardo A.R., Lauretti G., Fernandez I., Nicolais G., Russo R., Cogolo P., Ammanniti M., (2012) Pre-Intra - and Post-treatment EEG Imaging of EMDR- neurobiological Bases of treatment Efficacy, European Psychiatry, n.2. Supplemento n. 1, Roma.

Porges S.W., (2011), The Polyvagal theory, Neurophysiological Foundations of emotions. Attachment, communication, self-regulation, NY London, W.W. Norton & Company.

Shapiro F., (2019), EMDR Il Manuale, Principi fondamentali, protocolli e procedure, Roma, Raffaello Cortina.

Van der Kolk B.A., McFarlane A.C., Weisaeth L., (2007), Stress traumatico, Gli effetti sulla mente, sul corpo e sulla società delle esperienze intollerabili, Roma, Ed. Magi.

Zaccagnini E., (2020), AIP, EMDR,Sogni, Il cervello al nostro servizio 24H su 24H, Milano, Mimesis.

 

 

 

  

 

 

 

 


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