Le parole dell’Altro
Alla ricerca di un linguaggio che non c’è
La mancanza e l’essere
La società “rigonfia” in cui viviamo, radicata in un tempo che sembra dire tutto e che spesso finisce per non dire nulla, esprime un evidente paradosso: il riempimento di cui gode non rivela che un lancinante senso di mancanza.
La cultura risulta dominata da feticci che si presentano in forma di pretese. Incapace di chiedere senza immediatamente avere, la società si culla nel silenzio accecante di una richiesta muta, apparentemente colmata dalla Cosa. Con questo termine intendo letteralmente quel che scrivo, nel senso che non indica altro che una desolante insignificanza dell’essere. Eros che anela, Eros che esprime il suo insostituibile senso di mancanza, fonte essenziale del desiderare, si confonde con la propria negazione e cede campo a Thanatos che non indica che un’inerzia simile a unverso nulla. Altro è infatti semplicemente essere, altro è conferire significato al proprio esistere; di questo Eros è depredato; su questo occorrerebbe riflettere.
La Cosa, cui Lacanrimanda, fa il suo mestiere; dunque, propone cose diffuse e amplificate dal mercato che delle cose vive e si alimenta. Mangiatori di cose, a esse aneliamo, consumandone quantità straordinarie che il mercato globale continuamente ripropone nella logica asfissiante del capitalista che non stimola altro che risposte a impulsi inconsci moltiplicati in quantità industriale e se una crisi finanziaria come le ricorrenti annuali in cui viviamo ne diminuisce il consumo, l’unico effetto è soltanto quello di acuire la sensazione di mancanza. Chi ha fame di cose continua a desiderare all’infinito di consumarne perché quel cibo non nutre e la mancanza non scompare dalla scena dato che non si riferisce a cose: è mancanza a essere e di quella non esiste confezione.
Privato di una risposta autentica, il desiderio continua a provare la mancanza da cui è afflitto e che lo costituisce ma, sedotto dalla spinta nullificante del discorso del capitalista ispirato da Thanatos, l’unica risposta che potrebbe soddisfare il senso di esistenza resta indisponibile nelle case dei mangiatori deprivati e nei supermercati deserti di essere. Eros, contaminato dall’altro di se stesso, finisce col non desiderare, pietrificando in tal modo una mancanza che non è più desiderabile colmare. Thanatos, l’insignificanza della Cosa, trionfa e il desiderio stesso desidera morire, perché ricerca il nulla cui la Cosa rimanda. Il rinvio al diverso, all’oltre, che il simbolico propone, scompare dalla scena e non resta che una letteralità vuota di senso. Persino il sintomo espresso dalla nostra società diventa una cosa muta, incapace di parlare e, nell’assenza di linguaggio che propone, la società nevrotica e densa di contraddizioni scivola nella psicosi che non parla. Il soggetto, privato di linguaggio, abdica alla possibilità della parola e il soggetto “altro”, che l’inconscio una volta esprimeva, si trasforma in una Cosa silenziosa che rispecchia il vuoto psicotico di un soggetto che non è più tale.
Letteratura morta
La civiltà non più “a disagio” rimuove il proprio senso di mancanza che tuttavia ritorna come spettro, riproponendosi nell’indistinto della merce e nell’estasi di un edonismo mortale perché insignificante. Depredata di senso dalla Cosa, nel disagio negato la società rifiuta ogni valore ed esprime disimpegno e superficie. Ogni questione etica è elusa, la morale è uno scomodo intralcio, le strutture sociali fondamentali sono fonte d’impaccio da evitare. Dominano lassismo e qualunquismo e, ciò che è peggio, la riflessione scompare nel baratro dell’immediatezza del godimento più banale e dell’insignificanza distruttiva che si estende anche, e forse soprattutto, alla politica, dove Thanatos trionfa esprimendo i suoi effetti desertificanti, come gli ultimi (e non solo) avvenimenti dovrebbero ampiamente dimostrare.
L’insignificanza affligge anche la scrittura. Qualunque visita a una libreria si risolve in esperienza sconfortante. I grandi testi della letteratura mitteleuropea non si trovano più e autori come Schmidt e Doblin, epigoni dell’espressionismo tedesco del novecento che ha rifondato la parola, non vengono ristampati. Joseph Roth non è più neppure un ricordo; Singer è uno sconosciuto, Musil un illustre incognito, Faulkner una marca di sigarette, Borges è forse un poveretto che non vedeva bene, di Celine si ricorda al massimo che si era compromesso con il nazismo e di Joyce la cosa migliore che si dice è che risulta illeggibile. Quello che a mio avviso è stato e resta il più grande scrittore nella nostra lingua, Giorgio Manganelli, è noto soltanto a un pubblico sempre più esiguo di specialisti. Parole ridotte a merce vengono consumate senza sosta in una riproposizione di storielle prive di senso, come conferma l’enorme numero di libri stampati ogni anno. Questo però non significa letteratura ma soltanto ricerca ansiogena di denaro. Oggi il lettore “vola” tra amenità banali e muretti inestirpabili e fatali e se si sente dire che un libro appena decente (e neppure troppo) come “La strada” o un altro come “Le braci” passano nei commenti dei lettori per capolavori, allora l’orizzonte è davvero desolato. Non parlo della poesia perché, ormai, non è altro che un residuato scomodo e a volte pericoloso, dato che tocca l’anima e questa è l’ultima cosa che il mondo moderno desidera.
Un’editoria decente dovrebbe preoccuparsi di diffondere cultura e portare a conoscenza di un pubblico sempre più vasto la grande letteratura, incoraggiando capacità che comunque non mancano in assoluto. Dovrebbe inoltre, a mio parere, incoraggiare la sperimentazione, perché la parola è forma trasformante e non può giacere nel cimitero di un vocabolario che si impoverisce sempre di più nella banalità di abbreviazioni e simboletti idioti. Perché questo non avviene? Personalmente non posso che annotare vaste mancanze in vari campi dell’esistenza. Forse, anche quel di cui qui parliamo è riconducibile a un falso riempimento di un altrimenti legittimo senso di mancanza di significato.
Desiderio e scrittura
Come nasce un libro o una qualsiasi forma di espressione? La pretesa della coscienza di spiegare tutto e tutto ricondurre a un significato noto, che finisce spesso col ridursi a mero segno, non esaurisce la mancanza a essere. Quella pretesa razionale/unilaterale, di nuovo figlia della Cosa nella misura in cui ne è reazione, pretenderebbe di sapere quel che sapere non è dato, perché se la psicoanalisi come ogni altra forma di interpretazione è prodotto razionale che l’irrazionale indaga, quest’ultimo non si lascia esaurire ed è comunque portatore di un linguaggio “altro” non fruibile da chi pretende in ogni caso di sapere e si rinchiude nella rocca chiusa di una ragione sorda. Il desiderio/pretesa di Freud di sostituire l’Io all’Es è destinato a naufragare e ci sarà sempre un’onda pronta a sommergere di emozioni inestirpabili il nostro preteso campo di coscienza.
La capacità interpretativa cui la psicoanalisi aspira si attenua in Al di là del principio di piacere (S. Freud, Al di là del Principio di piacere, Opere 1917–1923, vol IX Boringhieri, Torino, 1977) quando riconosce di non poter dire tutto e ammette l’esistenza della duplicità come fondamento irrisolvibile dell’essere. Da allora, parafrasando Paul Ricoeur, possiamo dire che il problema non è più quello di una riduzione dell’essere alla coscienza, come la psicoanalisi pretendeva, ma di una riduzione dell’essere della coscienza.
La letteratura, come altre forme d’arte, è moto d’anima di cui la razionaliltà della coscienza può soltanto prendere atto e accompagnare. Alla coscienza spetta solo dare forma a moti a volte irregolari, a volte casuali, comunque espressivi che un’espressione cercano. Questo può fare la coscienza: aiutare il processo del formarsi di un’espressione prima solo intuita: l’essere non si riduce alla coscienza.
Come ci ha insegnato Cassirer (E. Cassirer, Linguaggio e mito, Il Saggiatore, Milano, 1961) l’epifania del desiderio, attraverso le immagini in cui si esprime, sottrae il processo del creare alla coscienza che può solo osservare e riconoscere. Quindi, con stupore estremo, nominare l’immagine rendendola parola e rivestirla di una forma che diventa linguaggio in un processo che crea significato.
L’analisi non attinge a significati dati: è costruzione. Si pone di fronte alla frattura dell’essere e offre costruzione di tempo dal non tempo, di storia da non storia di senso dal non senso. Segue tracce di frammenti dalle quali tenta di ricavare un percorso possibile per qualcuno, lavoro in cui, come lo stesso Freud ammette, non è possibile decidere il grado di incertezza: “Ciò che decide della validità o meno di una costruzione è soltanto il processo significativo che essa mette in moto” (F. Rella, Il silenzio e le parole. Il pensiero nel tempo della crisi, Feltrinelli, Milano, 1981, p. 127).
Da quei frammenti, dalle tracce di un trauma, dall’insignificanza apparente che un paziente esprime nella conservazione testarda di una nevrosi, l’analisi costruisce significati possibili espressi da parole. La “parola che cura” si pone allora come un alfabeto, una “alfabetizzazione”, per esprimerci con Bion, che dal non senso costruisce un senso. Che non è forzatura o pretesa di sapere; di fronte a Thanatos, occorre forse il contenimento dolce di cui parla Rilke nelle sue Elegie Duinesi. L’esito è allora linguaggio, una letteratura del soggetto, nella quale la mancanza trova senso, ma senza cancellare quel “non senso” che apre altre strade possibili.
La mia coscienza ha mille lingue diverse ed ogni lingua racconta una diversa storia. (Shakespeare, Riccardo III, V, 3, p. 146).
L’espulsione del diverso è statuto di paura. L’ignoto, l’apparentemente irragionevole, ciò che smentisce o allude, non piace alla coscienza. Essa cerca spiegazioni, e fa benissimo a farlo, ma spesso dimentica, o preferisce dimenticare, che non tutto è spiegabile. Rinuncia allora, in ultima analisi, a spiegare se stessa, cancellando la possibilità di riconoscere quel che non capisce, perché quell’ignoranza è fonte di conflitti. La ragione, per definizione “ragionevole”, non accetta l’esistenza di conflitti, dato che questi di ragionevole non hanno, in apparenza, nulla. Esprimono contraddizioni, dunque non sono riducibili all’unica proposizione cui la ragione tende; per questo, generano crisi.
La crisi non è solo disordine e male: è squilibrio ma anche tensione verso ordini nuovi. Le contraddizioni non possono essere “risolte”, ma devono essere trasformate […]
Dobbiamo rivoltarci contro gli statuti della ragione, che ha espulso da sé pratiche, comportamenti, bisogni determinati, senza perderci, senza perdere la ragione, per ricostruire la sua realtà conflittuale, la realtà dei suoi conflitti. (F. Rella, Il mito dell’altro. Lacan, Deleuze, Foucault, Milano, Feltrinelli, 1978, pp. 10-12).
Linguaggio d’Ombra
L’uomo mutilato dall’Altro del se stesso teme il conflitto e ignora la contraddizione. Per meglio ignorare, si sperde nelle cose e a quelle solamente aspira, quando non si trasforma in un oggetto esso stesso (malattia normotica). Scongiura la mancanza con presenza di cose; scambia nel mercato globale l’assenza di una parte di sé con azioni di borsa che neppure definiscono più cose ma soltanto valori intangibili e astratti. Perché l’uomo identificato soltanto con ciò che preferisce sapere di sé è un uomo intangibile; escludere altri aspetti di sé non definisce quel che resta: nullifica entrambi i poli.
Oscurata tra lo scintillio delle cose e l’Ideale-Irreale, giace l’Ombra del soggetto–Altro di cui il soggetto–Io si è privato e che Jung intende nel senso di mancanza. Dal suo esilio, l’Altro–Ombra parla e manda messaggi inascoltati che tuttavia si impongono ugualmente nei sogni e nelle espressioni “diverse” dai fatti materiali del reale come, ad esempio, l’arte e i suoi linguaggi.
Dall’Ombra, l’Altro propone e la coscienza “artistica” (dei pochi che la posseggono) dà forma alle figurazioni del soggetto dell’inconscio in una formazione “nuova” che prima non esisteva se non come mancanza (non ancora) e ora si impone con l’evidenza di una proposta perturbante. L’Ombra perturba e la coscienza non può restare sorda: pochi restano insensibili di fronte ai messaggi dell’arte. Siamo immersi nelle creazioni simboliche nate dalla collaborazione tra la coscienza dell’Io e il soggetto dell’inconscio. Le nostre strade, le case, le chiese, i monumenti, la tecnologia di cui usufruiamo, i libri, le statue, i quadri, tutto è frutto della duplicità dell’essere espressa dall’Io e dal soggetto dell’Inconscio. Viviamo in una pluralità di linguaggi e in essa quotidianamente ci muoviamo. Viviamo in una serie infinita di proposte di senso e superamento: non viviamo nella misura in cui non ce ne accorgiamo.
Non vorrà dire tutto questo che possiamo essere, vivere e raggiungere sicurezza soltanto in un nuovo linguaggio? Intendo il linguaggio che si origina proprio nel distacco dal mondo che semplicemente persiste, dura e non è smosso dalla meraviglia. Quel mondo che dura e persiste nella sua letteralità; che è come dire investito nelle forme del linguaggio istituzionalizzato. Un nuovo linguaggio è richiesto per raggiungere quel significato, quella motivazione che il mondo dato nella letteralità delle sue frasi ordinarie non riesce a dare perché non risulta convincente. (Gargani a. g. (1985), Lo stupore e il caso, Bari, Laterza 1985, pp. 14-15).
Abbiamo bisogno del linguaggio dell’Altro per costruire il nostro linguaggio. “Un linguaggio di un Padre che, deviando il figlio dall'oggettualità dell'esistenza, non preclude la Madre che trasforma il non senso in sentimento ed accosta le emozioni senza nome alla capacità di nominare del pensiero. Un linguaggio che non cade nelle cose, che non è codifica passiva della parola del Padre, ma invenzione che su quella parola si fonda trascendendola. Un linguaggio d’acqua, mutevole e trasparente e tuttavia profondo abisso. Linguaggio d’onda, scosso dal vento che frastaglia nell’orizzonte vuoto di pretese e muove, senza sapere dove, verso l’Altro marino cui s’accosta. E diventa parola.” (G. Baldaccini, Il silenzio della civiltà, Fermenti n. 239, Roma, 2013).
L’Ombra è il linguaggio della nostra interiorità perduta, quel soggetto dell’inconscio dimenticato ed eluso, il nostro essere Ombra di noi stessi. È portatrice dell’apertura al diverso e di una proposta “altra” che non si cura dei fatti materiali ma, nell’offerta dei linguaggi dell’arte, cura l’anima e ad essa si rivolge dandole spazio e voce nel sogno in cui ci sogna. Se sognassimo, sogneremmo di lei e forse sogneremmo insieme il sogno di noi stessi.
Guardare in alto con l’occhio torto: ancora slittava un pezzo di calcinaccio brado nella grassa fanghiglia delle nubi. Grigi brulicami ammiccano. Vento filtrava per ogni dove (= sibili traevano lamenti). Perciò, continuare a dormire. Continuare a sognare! (A. Schmidt, “Cosma ovvero la montagna del nord”, in Alessandro o della verità, Einaudi, Torino, 1955, p. 147).
I testi, le immagini o i video pubblicati in questa pagina, laddove non facciano parte dei contenuti o del layout grafico gestiti direttamente da LaRecherche.it, sono da considerarsi pubblicati direttamente dall'autore Giovanni Baldaccini, dunque senza un filtro diretto della Redazione, che comunque esercita un controllo, ma qualcosa può sfuggire, pertanto, qualora si ravvisassero attribuzioni non corrette di Opere o violazioni del diritto d'autore si invita a contattare direttamente la Redazione a questa e-mail: redazione@larecherche.it, indicando chiaramente la questione e riportando il collegamento a questa medesima pagina. Si ringrazia per la collaborazione.