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Premio "Il Giardino di Babuk - Proust en Italie" VII Edizione 2021
 

Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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My Lives

Biografia

Edmund White
Playground

Recensione di Giuliano Brenna
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Pubblicato il 01/03/2011 12:00:00

Capita spesso di incontrare libri in cui gli autori prendono il loro diario, le loro esperienze di vita e, cambiando qualche nome qua e là, confezionano un romanzo. Ma questo appare comunque per quel che è: un sommario di una vita, che può anche far scattare l’indifferenza nel lettore di fronte a fatti assolutamente personali. talvolta gli autori rendono queste loro opere gradevoli, riuscendo ad estrarre dal personale quanto c’è di universale, quel che è un valore per loro viene convertito in qualcosa che solletica le menti dei lettori ignari di quanto sta dietro e all’interno di certe esperienze. In altri casi a salvare il romanzo/diario vi è una grande capacità di scrittura e l’effetto disinteresse è disinnescato dalla gradevolezza della lettura, ma in ultima analisi resta solo ed unicamente una prova d’autore. In questo “My Lives”, White riesce invece a raccontare la sua vita (anzi le sue vite, traducendo il titolo) attraverso fatti e situazioni assolutamente personali, spesso intime, ponendole su di un piano di universalità che riesce ad avvincere il lettore; dalla sua lo scrittore americano ha una grande capacità descrittiva ed un senso - oserei dire innato - della biografia (ha pubblicato biografie di Genet, Proust e Rimbaud) ma è l’analisi costante, spasmodica, degli avvenimenti, delle sensazioni a far leggere i tormenti di una intera epoca in filigrana di una esistenza irrequieta. L’autobiografia, perché tale è, di White non è strutturata, come solitamente accade, per periodi, scanditi dal susseguirsi degli anni, bensì attraverso le figure chiave della sua vita: gli analisti, gli uomini, le donne, Genet e così via. Attraverso le personali esperienze dell’autore si profilano, chiaramente, i cambiamenti sociali e culturali che si sono succeduti mentre la vita di White procedeva. È assai interessante leggere di come certi comportamenti ritenuti ormai del tutto naturali siano invece giunti ad essere tali solo recentemente, e questa loro naturalizzazione nel sistema comportamentale abbia inciso così significativamente sulla vita delle singole persone, le quali senza saperlo, col solo fatto di vivere, hanno contribuito a cambiamenti sociali di vasta portata. Basti pensare a quando White parla dei suoi analisti, il capitolo inizia con il desiderio dello scrittore da giovane di diventare “normale”, curare la propria omosessualità e questo voler essere normale nel corso degli anni si trasforma nel voler essere felice come tutti gli altri, in una relazione stabile, ovvero dal vivere una condizione indesiderata, sino a voler vivere la propria condizione con più felicità. Oppure l’apparizione di quel vasto dramma che è l’Aids, che è riuscito a sradicare certi comportamenti che si credevano acquisiti per sempre, o come la malattia trasforma le persone e si insinua in tutti i rapporti esacerbando le asperità dei caratteri. O ancora White mette in luce, in modo spietato, amplificandolo, il bisogno di protezione e di amore che speso si trasforma in una voglia di sottomissione, capace - forse - di creare un legame più forte di quello dei sentimenti anche perché solletica la vanità, anche se ben nascosta, delle persone.
Attraverso il sistema dei capitoli caratterizzati da ciò che ha influenzato la vita dello scrittore, anziché - come dicevo sopra – lo srotolarsi degli anni, vediamo certi fatti e certe persone ritornare in più capitoli, visti da un differente punto di vista, si crea così una trama assai fitta, densa di particolari, la quale, però, vista nel suo insieme, mostra al lettore i cambiamenti della società, vissuti, e in certo qual modo anche causati, da una esistenza. La lettura è piacevolissima ed interessante, anche perché White non difetta certo di ironia e sarcasmo, cosa che spesso svanisce quando uno scrittore racconta sé stesso, e l’analisi che fa dei suoi comportamenti e delle sue scelte è assai profonda e meticolosa, correndo il rischio, calcolato ça-va-sans-dire, di fare una brutta figura agli occhi del lettore. Ma l’effetto brutta figura è scongiurato, dalla grandiosità del libro, dal suo ampio respiro, dalla sua capacità di catturare il lettore in una galleria di personaggi e di accadimenti che è la trama stessa della società degli ultimi cinquant’anni. Un libro molto bello, talvolta crudo, perfettamente costruito (ottimamente tradotto da Giorgio Testa) da White, che diventa un’analisi sociologica, psicologica ed umana di una vita in rapporto alla sua epoca. Ed un grande esempio per chi vuole affrontare la via della scrittura, sia per come è fatto il libro, sia perché dà modo di seguire passo dopo passo la carriera di quello che può essere considerata una delle massime voci letterarie americane contemporanee.


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